LIBERTY
Sono impegnato a prendere a calci un gatto, ma di nascosto. Il batuffolo striato è andato a infilarsi dietro a un vaso, un vaso grosso con dentro una palmetta, nel parco liberty della villa liberty in cui mi trovo. Sono in visita alla zia della mia ragazza. La mia ragazza è con me, ma a lei i gatti piacciono, per cui i calci al gatto li do di nascosto, e dico “Mi sa che c’è un topolino di campagna, ma ora lo becco!”. Che schifo i gatti, mi ripeto a mezza bocca come un autistico mentre sforbicio col piede dietro al vaso, tentando di colpirlo, il gatto, e magari farlo uscire, e poi inseguirlo, con tutto il sangue in testa dalla goduria e l’ebbrezza, io.
Allora. Sono là che incastro e scastro la gamba dietro al grosso vaso rosso terra, e sudo pesante per lo sforzo, con ‘sto gatto che cigola e fa pio-pio e si ritrae come un pene nella neve, solo che c’è caldo, perché è estate, e l’aria è ferma, vento zero, e gli uccelli sembrano impagliati sui rami. Dagli e dagli alla fine il felino lo becco, e in piena fronte, mi pare, o sul collo, e grida un po’ che mi vergogno, ma nessuno nella villa mi ha sentito, credo, perché sono tutti dentro, e io sono fuori con il gatto che piange perché l’ho colpito in testa, e intorno c’è silenzio, stasi. Ho le mani che mi tremano, sono inebriato, forse sto godendo, lui è in mio potere, questo mi fa sentire bene ma anche male, e intendo male bene. Mi piace, lo ammetto. Gatto del cazzo, parassita mugolante.
Dunque in tasca mi vibra il cellulare. Eccitato come sono il tremolio mi stuzzica e non poco, lo lascio là, e lui vibra vibra vibra per un po’. Poi lo prendo, con l’affanno, e dico “Pronto”, e il gatto, stronzo, prende e scappa, e correndo nella foga si spinge pure con la coda, e poi scompare in mezzo agli ulivi dei campi liberty del parco liberty della villa liberty in cui sto. “Cazzo”, dico. “Fabio?”, fa la voce. “Sì, sono qua”, e mi tengo il petto per frenare l’affanno, dopo il calcio in testa al gatto mi sento decompresso, in orbita intorno a Marte, un sassolino che rimbalza sull’acqua di un laghetto artificiale pieno di alberi piantati già adulti e frondosi. Così.
“Cazzo Fabio ma non stai guardando la televisione?”. È il mio amico Fabrizio, che sta a Bologna, beato lui, e mi parla col suo accento altalenante.
“No che c’è?”, dico ma penso al gatto piccolo piccolo terrorizzato in mezzo agli ulivi che mi tiene d’occhio, con l’occhietto giallo e, voglio ben sperare, contuso, che tremola e mi vede che sto al telefono, e magari pensa ce l’avessi io un cellulare chiamerei la protezione animali, il gatto meschino, che da solo non si sa difendere, il parassita puzzone che vuole mangiare e fa le fusa, non a me, ma le fa perché i gatti sono così e io voglio punire lui per punirli tutti.
“Le torri. Gli aerei.”
“Ma che dici?”
“Le torri contro gli aerei.”
“Fabrizio, cazzo dici?”
“Crollano gli aerei in fiamme nelle torri.”
Allora capisco. No, penso, non è possibile, “Ma sul serio?”, chiedo al cellulare, a Fabrizio, ma guardo tra gli ulivi, perché lo so che l’infimo gatto ora sta tutto tranquillo e pacioso, con le torri che hanno colpito gli aerei e lui non si preoccupa più. Lui lo sa che ora non ci perdo più tempo a dargli i calci, perché devo correre a vedere in televisione le fiamme degli aerei nelle torri. A Bologna. Nel mio paese.
“Ma chi è stato?”, chiedo a Fabrizio.
“Non si sa la madonna è allucinante accendi qualunque canale forse è un attentato.”
“Ma tu come stai? Dove sei? Stai bene sì?”, gli chiedo, perché io a Fabrizio ci tengo, è un amico caro.
“Io sto bene cazzo dici accendi la tv ci sentiamo dopo ciao.”
Mi rimetto il cellulare in tasca. Lo affondo bene in tasca. Lo spingo proprio giù nella tasca così se vibra mi fa piacere. Però ammetto che ho paura, perché le torri no, cazzo se erano belle, ci ero stato un mese prima e avevo pensato che erano carine, tenere, affiatatissime. Due torri che avevano un bel rapporto e si compensavano. Belle, le torri. Quindi entro nella villa liberty e mi fiondo sulla televisione, che è spenta e non c’è nessuno. Grido “Oh, le torri!” ma nessuno mi risponde. Perché forse dormono. Il televisore, con sopra una cornice liberty storta, si accende piano piano, il fatto è che è vecchiotto, non liberty ma quasi. E il sonoro arriva subito, ho accesso sull’uno, una voce dice “È allucinante lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Una delle torri è appena crollata, i soccorsi erano giunti da pochi istanti e sotto alla torre mio dio, c’erano centinaia di persone che fuggivano e gridavano e dentro alle torri chissà quante altre, probabilmente migliaia, è un’apocalisse, un’apocalisse.”
Penso che non c’era tutta questa gente alle torri quando ci sono stato io, nemmeno c’entrerebbero centinaia di persone dentro alla Garisenda, il giornalista esagera, cazzo. Mentre le immagini si formano sul video, si mettono a fuoco perdendo il bagliore opaco iniziale, penso alla Feltrinelli sotto alle torri dove ho acquistato un libro il mese scorso, la Storia di Israele Bompiani, ma non l’ho mai letto perché certi entusiasmi mi durano poco, e mi dico, non so perché, che avrei dovuto leggerlo quel libro.
Be’, la sorpresa quando capisco tutto è grande. Ma quali torri e torri? Non è Bologna, quella. Non so nemmeno cos’è, però lo leggo sul video: è New York. Ah ecco, penso, non è Bologna, mi ripeto. È in America, dall’altra parte del mondo. Sento che qualcuno scende le scale liberty, vedo che è la mia ragazza e si tiene con una mano alla balaustra liberty.
“Oh”, le dico.
“Che succede? Perché hai gridato?”
“Ma no niente, scusami. Dormivi?”
“Sì, un po’… e anche la zia si è un po’ svegliata. Ma che c’è?”
“Mi ha chiamato Fabrizio che le torri erano crollate sugli aerei o chenesò, e invece non è vero.”
“Cioè?”, mi chiede un po’ allarmata, accelera il passo e mi si mette accanto, davanti al televisore. Raddrizza la cornice liberty, che è di traverso, e si mette a guardare.
“Ma no, avevo capito che erano esplose le torri a Bologna, invece no per fortuna.”
“Ah”, fa lei, e già la vedo sollevata. Guarda il televisore e sembra non capire. Neanche io capisco granché, ma il casino non è a Bologna e tanto basta. Mi tocco il cellulare in tasca, anche se non vibra, però a tenerlo lì mi vengono certe voglie. La mia ragazza si siede e continua a guardare verso il televisore, sembra rapita, ma tranquilla insomma. Le comunico i miei turbamenti (ma non le dico che sono indotti dal cellulare), anzi quasi quasi spaccio il telefonino per eccitazione, nelle forme, e allora glielo faccio notare. Lei sorride, “C’è la zia su, ora forse scende”, mi dice. “Vabbe’ dai”, insisto, “A tua zia dà fastidio l’amore?”, e lei ride, con quella bocca stupenda che ha, e i denti, e gli occhi che si màndorlano, e io sto là e la guardo, e non penso più al gatto, che forse non lo odio poi tanto, e nemmeno a Fabrizio che tanto sta bene, e mi sento felice, proprio in pace, e lei pure continua a sorridermi e mi prende la mano e l’accarezza. Allora io prendo la sua e gliela bacio e dico, felice ma davvero, “Liberty”, dico. “Liberty.”