The FK experience

November 14, 2004

CHIACCHIERE E FAGIANI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:49 pm

di Riccardo Ferrazzi

(Eccovi un Ferrazzi “domenicale” per la seconda domenica consecutiva. Buona lettura. M.U.)

Cosa deve fare uno che non ha ancora visto Farenheit 9/11 ? Anche senza volerlo, ha già letto decine di recensioni, stroncature, incensamenti, prese di distanza e pianti ed inni e delle Parche il canto. Di fatto, non è più possibile vedere il documentario con la mente sgombra da pregiudizi.

Ma c’è stato un momento in cui Farenheit 9/11 è stato leggibile come pura e semplice opera dell’ingegno ? Temo di no.

Non mi riferisco al fatto che l’autore ha concepito l’opera come strumento di propaganda elettorale. Anche le Filippiche di Demostene avevano lo stesso scopo. Ciononostante, ateniesi, romani e barbari, filo o antimacedoni, le hanno sempre (giustamente) considerate capolavori. Qui invece si assiste allo strano fenomeno per cui chi non è d’accordo con le tesi di Moore ne elogia sperticatamente la statura di artista, mentre chi ne condivide le opinioni politiche è quasi infastidito nel riconoscere che il documentario è ben fatto, come se un’idea giusta fosse sminuita da una bella esposizione.

Mi sbaglierò. Spero di sbagliarmi. Ma ho l’impressione che la “sindrome del Palio di Siena” applicata alla politica, alla cultura, al cinema, ci stia rendendo guelfi e ghibellini. Ho l’impressione che, già prima che uscisse il documentario, ci si fosse già schierati pro o contro Moore in funzione della logica perversa secondo cui l’Oca è amica del Bruco e nemica della Torre (se l’esempio è sbagliato chiedo scusa ai senesi). Dico questo perché (e ripeto: spero di sbagliarmi) non sono riuscito a vedere il benché minimo tentativo di trovare concordanze, basi di discussione, argomenti in comune. Ognuno sostiene la sua tesi, e questo è logico, ma rifiuta di discutere quella altrui: al massimo contrappone qualche esempio opposto a quelli invocati dall’avversario, se no passa direttamente alle contumelie.

Non me ne scandalizzo, però mi dispiace. Leggere discorsi il cui senso è: “Ho ragione io e chiunque non la pensi come me è un fesso” mi rattrista. Leggere che “non credere alla democrazia non è un problema” o che “quella americana non è una democrazia, ma uno stato parafascista”, anche facendo la tara alla polemica e alla retorica, mi preoccupa. Se la democrazia non è più un valore e conta solo aver ragione, perché discutere ? L’unico modo che resta per fare politica è la rivoluzione (e cioè la guerra civile). Ma questo è il modo di ragionare di chi è così abituato alla democrazia da non vederne più i vantaggi e finisce per sputare nel piatto dove mangia.

Niente di nuovo sotto il sole. Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto all’inizio del secolo scorso predicavano le stesse cose, e ci hanno regalato Mussolini, Hitler e Stalin. O, se vogliamo tenere il discorso su un piano più leggero, questo modo di ragionare ricorda quello di una signora che conversava amabilmente a tavola dicendo peste e corna della caccia e dei cacciatori, e intanto si serviva una coscia di fagiano.

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