The FK experience

October 17, 2004

RACCONTO GIAPPONESEX

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:31 pm

di Fabio Viola

Quinta puntata.

 

(Una nuova puntata del nipporeportage plurititolato di Fabio Viola. Argomento preponderante: il sesso.M.U.)

 

Innanzitutto: io ora, proprio adesso, sto assaporando un earl grey muffin (esatto: un muffin al gusto di tè al bergamotto) mentre sorseggio un hot mocha chocolate latte (sic!) davanti a uno schermo al plasma ultrapiatto widescreen. Sul mio bicchierone di carta c’é scritto, in italiano: "Mi dia un caffè!"

Poi: io posso dire di aver provato un banana kurogoma (= sesamo nero) mocha frappuccino. E voi no.

E inoltre: ieri sera ho mangiato ume soumen (= spaghetti di farina di frumento all’ume, cioè alla prugna - spaghetti rosa!) in salsa fredda di soia et altera. Meravigliosi.

E infine e soprattutto, finalmente Essa esiste! Cioè: la mia nuova, fiammante macchinetta fotografica digitale. Ho scelto una Fujifilm Finepix f440, di colore grigio argentato. E’ fichissima ed è piccola, molto piccola. Prezzo: 33mila yen (= circa 260 euri) ma inclusa nel prezzo ho avuta una schedina di memoria da 128 mega, che si aggiunge a quella da 16 mega in dotazione alla macchinetta. In breve: posso eternare ogni fotogramma della mia non più vuota vita (a proposito di consumismo…), ma anche fare brevi filmati con il sonoro. In regalo il commesso mi ha appioppato anche un oggetto che definire giapponese dentro è definire poco. Trattasi di una specie di supporto giallo per appoggiare la macchinetta sopra alle bottiglie, in modo da facilitare le foto con autoscatto laddove non si possa chiedere a nessuno di scattare per noi. Per esempio chessò, in un bosco. O su una zattera in mezzo all’oceano. O a Isernia. Tanto si sa che al mondo ci sono molte più bottiglie che persone.

Passando ad altro. Tra una settimana torno a Forza Italia e comincio già da ora ad accumulare tristezza. Più che altro mi sembra di non essere mai arrivato. Come se dovessi ancora atterrare al Kansai. Forse i molti anni (troppi) passati a pensare il Giappone mi hanno reso eccessivamente partecipe della cosa. Ho l’impressione di aver vissuto qui molto a lungo. Di dover partire per la vacanza tornando in Italia e non viceversa.

Qui finora sono stato davvero molto bene, ma in un modo complesso, diciamo sfaccettato. Ma non mi va di stare a dire perché. Mi dispiace tornare a Roma punto e basta. Ma magari ci torno, neanche troppo in là.

Oggi me ne vado a Shinsaibashi (zona di Osaka) a fare qualche foto (con la mia nuova, fiammante macchinetta fotografica digitale Fujifilm Finepix f440, che da qui in avanti chiamerò per amor di brevità soltanto "fiammante macchinetta fotografica digitale Fujifilm Finepix f440. Si tratta di un quartiere scanalato da una sequenza imponente di shoutengai (= specie di gallerie piene di negozi e ristoranti, diciamo tipo la Galleria di Milano ma meno acchittate). La cosa bella di questa zona, che parte da Namba e arriva fino quasi a Yodoyabashi (a voi frega una ceppa, ma è per quartierizzare la spiegazione, insomma per far presente la notevole estensione della cosa in questione) è che tra una shoutengai e l’altra ci sono dei ponti su alcuni dei fiumicini che attraversano Osaka, e che da essi si può godere di un gran bel panorama. Palazzi rivestiti di insegne luminose e non, tutti appiccicati uno all’altro e affacciati sui corsi d’acqua. La mia amata (a posteriori) professoressa D’Angelo al liceo avrebbe definite quelle viste "sublimi", e avrebbe cominciato a parlare di Kant e Caspar David Friedrich. O se pure non avesse avuto voglia di farlo, lo faccio adesso io e oso tirarla in ballo. Poi andrò a Temmabashi e farò le foto anche lì. Perchè è fico. (Si, mi sono affezionato a Osaka. embè? La mia passione per Pesaro doveva pure portarmi da qualche parte).

Per chiudere questo pezzo sconclusionatissimo, un dialogo:

- Hai visto che troiacce le ragazze giapponesi?

- Eh?

- Eh.

- No, veramente non mi sembrava. Cioé, non tutte.

- Allora ti dico solo che spesso vengono qui a mangiare, ma solo per un motivo.

- E quale?

- L’uomo latino.

- E dov’è?

- Nella loro testa. Certo non qui, ma nella loro testa si.

- E quindi?

- E quindi vengono qui e fanno delle avances spudoratissime.

- Tipo…?

- Tipo che si aspettano che pizzichi loro il sedere, e se non lo fai tu ti prendono la mano e se la schiaffano sulle chiappe.

- Ma stiamo scherzando??

- No. A me è successo molte volte. Prova ad andare in un locale frequentato da stranieri una di queste sere. Ci troverai americani e inglesi e francesi arrapati che se ne trombano almeno una a sera.

- Ma…

- Ma che?

- Boh, che squallore.

- Puoi dar loro torto? Ma hai visto che sono gli uomini giapponesi?

- Che sono?

- Sono rudi. Basta che fai una gentilezza a una qualunque ragazzetta giapponese e quella ti tira le mutandine in faccia.

- In faccia? A me?

- Non dico proprio a te, ma anche a te. Sii gentile con loro, provaci.

- Ma no!

- Perché? Non sei curioso del Giappone?

- Si, ma del Giappone che dico io.

- Ma il Giappone é anche questo.

- Questo a me non interessa.

- Dovrebbe. Io sono un uomo sposato ( con una giapponese, ndr), e certe cose non posso più permettermele, ma tu sei giovane e libero.

- Ah, sono libero…

- Eh, non lo sei?

- Libero di fare che?

- Il cazzo che ti pare.

- Non saprei…

- Certo, sei anche libero di non fare assolutamente niente, se del mondo preferisci avere solo un’immagine, senza sporcarti mai le mani.

- Qui ti danno sempre fazzoletti umidificati e profumati, ogni volta che ti siedi in un bar o un ristorante.

- Cambi discorso?

- No.

- Hai bisogno di fazzoletti umidificati per sbatterti una di quelle troiette?

- Ma come parli? chi ti conosce!

- Hmm, é che qui non posso mai parlare italiano, scusa, mi sembrava di poter chiacchierare apertamente con te.

- Ti sembrava male.

- Ok, come non detto.

- Ma ormai l’hai detto.

- Devo lavorare adesso.

- Io no. Non adesso, comunque.

- Ammetti che ci stai pensando su però.

- Non ammetto proprio niente.

- Ma te lo leggo negli occhi.

- Ora sei pure oculista?

- Dai, permaloso.

- Che palle.

- Devo lavorare.

- Ma non riposi mai?

- Un giorno a settimana.

- E che fai?

- Guardo la televisione, chiamo i fornitori…

- Esaltante. Perché non studi il giapponese?

- E a che scopo?

- Sbatterti una troietta dopo averci almeno parlato?

- Ma parlato di che?

- Di qualcosa, che ne so!

- Non serve.

- Ma cosa serve?

- Boh, divertirsi nel tuo caso specifico.

- E ci si diverte solo scopando?

- Di solito si. Di sicuro tu si.

- Io si? Ma che ne sai tu di me?

- Te lo leggo negli occhi.

- Cosa?

- Che dovresti scoparti una di quelle troiette.

- A fanculo le troiette, tu e chi la pensa come te. Io domani mi compro gli occhiali da sole.

 

(Le precedenti puntate: le prime 2 mer. 29.9. La terza dom 3.10. La quarta dom.10.10.)

DICIAMOLO COI FIORI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:18 pm

di Giovanni Monasteri

(Eccovi una poesia fresca fresca di Monasteri. Per una domenica, come cantava vent’anni fa il Carioca della Bovisa, "bestiale"… M.U.)

Posso dirlo e farlo
solo coi fiori, cara, per mio schermo
e menzogna e più tenue verità?
Posso, come un pinocchio a una fatina
su una brutta cartolina d’auguri,
porgere un fiore? O vogliamo
subito scoperchiare l’uno all’altro
chissà che abisso o inferno?

Il tenero germoglio (mi è concesso
parlarti un po’ del tenero germoglio?)
Il tenero germoglio
deve bucare la zolla ancora una volta,
scaldarsi al sole, ergersi,
bagnarsi di rugiada. E a mezzogiorno
tu vedrai che virgulto, che rigoglio!

Ma sei un giardiniere delicato?
Sai dissodare il campo
senza recidere i fiori?
Mi vuoi brutto di sera?
Mi vuoi bello di giorno?
Vuoi un pestello, vergine, o un pistillo,
virago? Puoi volermi bene?
Riesci a innamorarti, o a fingere bene?
Sei un cielo clemente? Sai piovere
senza diluviare? Sai amare?

Vuoi coglierlo subito? Portarlo a casa?
Vuoi sradicarlo? Usare la cesoia?
Sai aspettare? Ti piace il suo profumo?
Vuoi pungerti le dita? Sanguinare?
È uno sterpo selvaggio? Uno sciocco
girasole? Una rosa di maggio?
È un attrezzo? Uno zufolo? Una canna?
un cucciolo? La tua mamma?
Un’ombra? Un rifugio? Un finocchio?
Un frutto da mangiare? Un ornamento?
Un seme? O lo vuoi spetalare
giocando a m’ama non m’ama?

October 16, 2004

MEA CULPA, MEA CULPA!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:29 pm

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccovi un Ferrazzi da "sabato del villaggio". Del villaggio globale, naturalmente. Per riflettere e discutere su qualcosa che ci riguarda tutti. M.U.)           

 

In passato ho conosciuto e sono stato in ottimi rapporti con parecchi arabi. Mantengo una sincera ammirazione per alcuni aspetti della loro way of life. Fin da tempi non sospetti ho sostenuto che una guerra in Iraq sarebbe stata un’avventura dalla quale c’erano da ricavare più danni che vantaggi. Ma avere avuto ragione non mi inorgoglisce neanche un po’. Ultimamente mi capita sempre più spesso di sentir dire: “Dopo l’attentato alle Twin Towers, invece di reagire come cowboy, sparacchiando a destra e sinistra, gli americani e i loro alleati avrebbero dovuto iniziare una seria riconsiderazione di come l’Occidente si è comportato nei confronti del mondo arabo”. Però nessuno dice a che cosa dovrebbe concretamente condurre questa riconsiderazione.

A questo proposito, c’è un aspetto che a noi appare marginale o folkloristico, ma sull’opinione pubblica araba ha una grandissima presa. Le accuse che i fondamentalisti arabi rivolgono all’Occidente riguardano due fatti storici precisi: le crociate e la colonizzazione. Evocando questi precedenti (oltre all’inesauribile questione palestinese) anche i tagliagole ottengono malcelate simpatie a tutti i livelli della pubblica opinione, dai fellah ai giornalisti, fino agli entourage della corte saudita.    

Parliamo di crociate. Gli arabi (tutti, non solo i fondamentalisti) fingono di dimenticare che nel 732 i loro antenati arrivarono fino a Poitiers non in gita turistica, ma mettendo Francia e Spagna a ferro e fuoco. Nel 1096, quando partì la prima crociata, occupavano ancora la maggior parte della Spagna. Chi osserva “be’, che c’entra ? è roba di tre secoli prima” pensi che nell’Orlando Furioso (edito nel 1516) ancora riecheggia la paura degli arabi (che vengono immaginati intenti all’assedio di Parigi !). A quei tempi non c’era la CNN.

Ufficialmente, la prima crociata fu scatenata in risposta all’occupazione araba di Gerusalemme che, fino allora (1076), era rimasta sotto l’impero di Costantinopoli.   Fu solo un pretesto per mettere in moto una reazione che covava da secoli e una voglia di conquista che esisteva da sempre ? Probabile. Ma è un fatto che l’occupazione di Gerusalemme ci fu, che fu dettata dalla voglia di conquista di un califfo arabo, e che fu scioccante come un paio di Jumbo mandati a schiantarsi sul cupolone di San Pietro.

Totale: rievocare le crociate ha senso come richiamo alle antiche virtù guerriere, ma come lamentela nei confronti dell’Occidente non sta in piedi.

Quanto alla colonizzazione, si direbbe che i fondamentalisti, oltre a ignorare la storia, non abbiano visto neanche il film “Lawrence d’Arabia”. Francia e Inghilterra   non si curarono dei territori desertici a est del canale di Suez finché la Turchia (allora potenza occupante di Palestina, Siria, Arabia e Iraq) non si schierò nella prima guerra mondiale al fianco di Austria e Germania. Per distogliere la Turchia dalla guerra in Europa, Francia e Inghilterra spinsero i capotribù arabi a ribellarsi. A guerra vinta, ne assunsero il protettorato perché, lasciati a se stessi, gli arabi stavano sprofondando nelle guerre tribali. A quei tempi il petrolio era poco interessante e non si sapeva nemmeno che nel Golfo ce ne fosse così tanto. Se i beduini avessero avuto una o più identità nazionali avrebbero detto a francesi e inglesi: grazie del vostro aiuto, diteci come possiamo sdebitarci, ma adesso tornate pure a casa vostra. E quelli avrebbero dovuto andarsene oppure combattere nel deserto.

Quando penso a queste cose mi viene in mente l’Italia, per secoli colonizzata da Francia, Spagna, Austria. Tutte dominazioni permesse, addirittura invocate, dalla nostra frammentazione, dalle invidie reciproche, dal vizio di credersi più furbo degli altri, amici e nemici. E mi viene in mente che, tra il 1821 e il 1859, spesso e volentieri i patrioti italiani usarono mezzi terroristici (uno per tutti: l’attentato di Felice Orsini). Però l’Italia non la fecero loro: la fece soprattutto la diplomazia piemontese.

In tutto il mondo arabo non esiste un Piemonte. Quelli del Golfo Persico non sono neanche dei veri e propri stati: sono zone desertiche dai confini piuttosto vaghi dove dittatori e emiri passano le giornate a litigare con i loro feudatari per la spartizione delle royalties petrolifere. Quando finirà il petrolio l’area ripiomberà nell’anarchia. Nel frattempo, il terrorismo continuerà. Chi sgozza ostaggi e manda aerei a schiantarsi contro i grattacieli cerca di accreditarsi presso l’opinione pubblica araba come un leader temibile, in contrapposizione con gli emiri imbelli e ciccioni. Per questo parla di crociate e non di petrolio: perché vuole metterci sopra le mani.   

Da parte nostra possiamo fare tutte le riconsiderazioni possibili, batterci il petto e fare penitenza; ma se ritiriamo i soldati, e magari anche i tecnici e gli operai, il terrorismo non si fermerà. Anzi, prenderà il potere in quasi tutti gli stati dell’area. E cosa diremo agli israeliani ? Usate la bomba atomica ? Sharon sarebbe capace di farlo. Oppure andate via di lì, tornate in Europa ? E dove ? E perché ?

Se vogliamo guardare le cose per capirle e metterci rimedio non possiamo fermarci al mea culpa. Questa partita non la giochiamo solo noi: ci sono altre squadre, e non hanno la minima intenzione di smetterla se noi ci ritiriamo dal Medio Oriente. Ci inseguiranno in Europa, se già non ci sono.         

 

PADRE BIONDILLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:24 am

Interrompo per un attimo i programmi di Radio Uffenwanken International per comunicare ai gentili ascoltatori che il mio amicone Gianni Biondillo, detto "Il Perfido", è diventato padre pochi minuti fa  per la seconda volta. La bimba si chiama Sara. Felicitazioni da un figlio. (Io).

October 15, 2004

LA RISPOSTA DI MARCANTONIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:14 pm

di Pamela Canali

 

(Finalmente Pamela Canali ci fa avere la risposta di Antonio all’email di Cleopatra -"Tecnocleopatra", in rete dom.26 settembre, andate a rileggerla-. Nonostante il progresso tecnologico, che fa miracoli, si sa, si tratta sempre di antenati. Scusate il ritardo… E buon divertimento. M.U.)

 

Cara ranocchietta sovrana, regina di tutte le ranocchiette, mia gallinella faraona,

Se vuoi sapere qual è il mio stato d’animo, è presto detto: mi annoio, Roma è un mortorio. Abituato alle mollezze e ai lussi orientali, qui tutto mi sembra rozzo e burino. Toghe mal confezionate e mal rifinite, tagli di capelli che gridano vendetta, matrone irsute e trascurate, che si limitano a recarsi alle terme di tanto in tanto, senza mai, dico mai, cospargersi di oli profumati.

La fedeltà che ti ho giurato nel nostro matrimonio nullo, (scusa se l’ho scritto, mi è scappato, purtroppo è nullo, almeno agli occhi di Roma), non corre alcun pericolo. Mi libero facilmente di sciami di danzatrici sudate, di nobili figlie di senatori che vogliono solo rimorchiare e divertirsi, senza grazia e romanticismo. Qui si va al sodo senza tante cerimonie.

Al Senato mi annoio. Sempre i soliti discorsi, le allusioni, le frecciatine, mai un parlare franco e sincero. Se qualcuno mi dice: “Bella questa toga, dove l’hai presa?” stai sicura che vuole qualcosa: un viaggio gratuito sulle mie triremi, un appezzamento di terra in Libia, fronte mare, su cui costruire una villa magari molto grande, per le vacanze sue e dei suoi amici, a cui venderà delle porzioni. La proprietà non è più quella di una volta, ormai è diventata una multiproprietà. Se dico Tunisi, loro chiedono: “Perché non Hammamet?” Insomma, anche quando decido di comportarmi in modo munifico, non sono contenti.

La mia casa è assediata da postulanti, tanto che Ottavia non si è fatta vedere, neanche per una visita di cortesia in presenza di testimoni, né per la spartizione di orci e tegami, che sono rimasti da lei. So che mia moglie (scusa, l’altra moglie) non mi vorrebbe sprovvisto di argenteria e vasellame, l’onta ricadrebbe sull’intera famiglia. Inoltre, sono sempre il padre dei suoi figli, almeno credo. Sai come si dice: “ Mater certa est.” E d’altra parte ero sempre in giro con qualche incarico, per qualche campagna… Ottavia sicuramente non riesce a superare lo sbarramento dei postulanti.

Come da tua espressa richiesta, non ho ancelle con me. Ah, non so se è il caso di considerare ancella quella bruttina, dalle anche e dal seno un po’ deformi, in quanto troppo incurvati, che conosco fin da piccola. Io ero già un giovane soldato e lei era una bambina. Ma l’averla vista in fasce mi distoglie da ogni tentazione. Non te l’avrei neanche detto, perché non è importante, se non sapessi che i tuoi informatori arrivano ovunque. Quindi ti confesso in anticipo che a volte per prendere sonno lascio che lei, insieme a qualche amica di nessun conto, danzi per me. Mi autodenuncio. Le altre ancelle hanno vinto dei piccoli concorsi, Miss Universo Conosciuto, Miss Colonne d’Ercole, Miss Britannia, ma erano concorsi truccati, organizzati dalla soldataglia ubriaca, all’insaputa delle vere bellezze locali.

Spero che tu approfitti della mia assenza per prepararmi una bella sorpresa. Si, te lo chiedo: due amanti e sposi non devono avere segreti. Mi piacerebbe trovare una cantina arricchita, nel tuo palazzo, quando torno. Io personalmente sto provvedendo a caricare sulle nostre triremi un gran numero di giare di quel vinello gallico frizzante, quello che fa il botto quando stappi la giara. Mi piacerebbe che ti procurassi altri esotici elisir, che non ci facessimo mancare niente. In fondo si vive una volta sola.

Sono ansioso di tornare a riabbracciare i bambini. E’ bello che i piccoli vengano a me (questa frase non mi sembra nuova, chissà come m’è venuta), perché i figli miei e di Augusta sono stati addestrati da mio cognato a sputarmi in faccia al minimo pretesto, a gridare: “Cleopatra è una meretrice e i nostri fratellastri sono figli di meretrice” e a fare mille monellerie in mia presenza, per farmi fare brutta figura con gli amici. Ormai non sono più figli miei, sono creature di Ottaviano.

Ogni tanto mi tocca uccidere qualche sicario che Ottaviano manda sul mio cammino, ma non gli posso dire niente, neanche un accenno, un rimprovero scherzoso, perché altrimenti si offende e dice che malinterpreto i suoi gesti amichevoli. Abbiamo un serio problema di occultamento e smaltimento di cadaveri, perché quella che ho adesso è una casa da singolo, senza troppi fronzoli e tocchi femminili e ovviamente gli spazi sono un po’ ridotti. Non ci sono gli appartamenti dei bambini, dove puoi mettere nella culla e nelle ceste dei giochi qualsiasi cosa e a nessuno verrebbe in mente di andare a controllare.

Fai la brava e non ti stancare troppo, delega più che puoi. Detesto le sovrane con le occhiaie. Se non hai abbastanza ancelle per le pulizie, assumine altre. Non voglio sapere che spolveri personalmente i gioielli e le coppe preziose.

A Cesarione ho scritto che lo manderò come ambasciatore tra i popoli più crudeli e sanguinari (ambasciator non porta pena ma difficilmente riporta indietro la testa), se non la smette di fare il debosciato, altro che venderlo schiavo. So che non l’avrei spaventato minimamente, un figlio tuo e di Cesare. Qualcuno mi ha detto che stava già progettando una piccola rivolta di schiavi, just in case (sto imparando la lingua britanna dalla miss). Qui a Roma circolano le copie di un suo papiro di scuola, con tutti i dettagli. E’ difficile spiegare ai romani che si tratta di un suo progetto difensivo, da usare solo se noi lo punissimo per le sue marachelle, vendendolo come schiavo, come tu hai minacciato di fare. Mi dispiace dirtelo, cara ranocchietta, ma dovrai mettere delle spie ovunque, anche nella stanza dei piccoli. Qualsiasi innocente gioco guerresco di bambini potrebbe essere usato contro di noi da Ottaviano. Ai grandi devi far controllare anche i compiti.

Non vedo l’ora di tornare e mettere un po’ d’ordine in famiglia. Dì ai ragazzi che la triremi reale è già pronta a salpare. Stanotte  vado a cercare il messaggero, dev’essere nel postribolo qui all’angolo, tutte ragazze educate e perbene.

Dimenticavo: ti dispiace se mi porto qualche miss? Le sistemerei in un appartamentino in un quartiere elegante e discreto. Non darei nell’occhio, sarebbe un nostro piccolo segreto. In fondo sono parecchi anni che siamo sposati e sai, un uomo, un guerriero…beh, vedi tu. In Egitto io sono un tuo suddito, anche se marito. Io le porto, poi casomai le rimandiamo indietro.

Stanotte mi involtolerò nella mia copertina con le paperelle e ti sognerò.

Buonanotte, regina delle ranocchiette

Il tuo generale orsetto

Tony (traduzione in lingua britanna)

AH, LA CULTURA!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:50 pm

“Il prodotto culturale è una merce pensante che “vorrebbe” essere venduta.”

(Eduard van de Pas)

LAVORARE CON LENTEZZA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:13 am

di Gabriella Fuschini

 

(Eccovi una recensione del film di cui tutti in questo momento parlano, "Lavorare con lentezza". Io nel 77 c’ero, si, ma dormivo: sui banchi di scuola del liceo. Di solito ubriaco di birra in lattina. Ovvio che studiassi con lentezza.L’amica Gabriella Fuschini ci parla con la sensibilità della vera appassionata di cinema di un film che sta avendo, da quello che ho capito, un meritato successo. Formidabili quegli anni. M.U.)

 

Lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male
e finisce in ospedale
in ospedale non c’è posto
e si può morire presto

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo
quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento
pausa pausa ritmo lento
sempre fuori dal motore
vivere a rallentatore

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto
ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c’è la lotta
contro la nocività

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza

Lavorare con lentezza, regia di Guido Chiesa e sceneggiatura di Chiesa e Wu Ming, è un gran bel film. Italiano, con un’ottima regia da film non italiano.
Sono un’appassionata lettrice di Wu Ming, loro accanita ammiratrice, forse animata da eccessivo entusiasmo ma ancora una volta non sono stata delusa nelle mie aspettative. Ed è un gran film, per almeno tre motivi. NON è un film sul movimento ‘77, NON è un film su Radio Alice, e NON è un film sul mao-dadaismo.
E’ piuttosto un racconto di persone, sogni arrabbiati, disagio sociale. E’ la storia di Pelo(Marco Luisi) e Sgualo(Tommaso Ramenghi), due ragazzi proletari del quartiere Safagna nella periferia bolognese,che si rifiutano di studiare o lavorare. Vengono ingaggiati da un piccolo boss della mala locale per scavare un tunnel nelle fogne che dovrebbe portarli al caveau di una banca da rapinare. Ed è lì, sottoterra, che Sgualo e Pelo ascoltano Radio Alice per la prima volta. Contemporaneamente la ascolta anche un carabiniere (uno strepitoso Max Mazzotta) che ha il compito di sorvegliare quei pericolosi "sovversivi" della radio, mentre il tenente Lippolis(Valerio Mastrandea),incarnazione della stoltezza - molto più pericolosa delle armi-indaga proprio sul boss Marangon, bandito vecchio stampo, un po’ delinquente e un po’ filosofo.
La storia si intreccia con quella di Marta (Claudia Pandolfi), fidanzata con uno dei fondatori della radio e avvocato difensore di un giovane delinquente del quartiere Safagna. Quindi struttura corale, tanto cara a Wu Ming, che confluisce lentamente nei drammatici giorni che porteranno alla chiusura di Radio Alice durante la rivolta dell’11 e 12 marzo 1977 in seguito all’uccisione di Francesco Lorusso. Il film è l’affresco di tutte le pulsioni sociali e a tutti i livelli di classe che diedero origine alla nascita di Radio Alice, come viene raccontato attraverso l’eccezionale idea iniziale di partire come nei film muti. Il film si chiude con il carabiniere, alla fine suo più accanito ascoltatore, che, rimasto a piantonare la radio ormai deserta, impugna il microfono e lancia il suo appello: anche i carabinieri devono lavorare di meno!
LCL è un film sul non-lavoro, sull’ozio esistenziale, sulla necessità del "riappropriarsi del tempo", come recita la canzone a cui deve il titolo e che apriva i programmi della radio. Enzo Del Re, il suo autore, era famoso per chiedere il minimo sindacale dello stipendio di un metalmeccanico e suonava solo in luoghi raggiungibili coi mezzi pubblici. La colonna sonora merita un ulteriore ovazione, con i pezzi storici di Frank Zappa, Tim Buckley, Patti Smith, gli incredibili Afterhours che interpretano gli indimenticabili Area e una chiusura strepitosa con "Mio fratello è figlio unico" di Rino Gaetano rivolta ai fratelli figli unici nel 2004, a "quelli che hanno perso il filo e il segno eppure vanno avanti" ragionando sul diritto di vivere una felicità sganciata dal profitto. Eppure l’ironia ha il sopravvento sulla nostalgia e questo, a mio parere, è il pregio del bellissimo film di Guido Chiesa.

October 14, 2004

DA "LA CANTINA", DI THOMAS BERNHARD

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:53 pm

"Ogni giorno che viene, si tratta sempre e soltanto di uomini con tutte le loro debolezze e tutta la loro lordura fisica e intellettuale. Che importa se uno si dispera con il martello pneumatico e un altro con la macchina da scrivere. Sono solo le teorie che storpiano ciò che in fondo è chiarissimo, le filosofie e le scienze che con le loro inservibili nozioni intralciano la via che porta alla chiarezza".

IL PEDINATORE DICE ADDIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:24 pm

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccolo, è Ferrazzi. Con una lettera d’addio per la pedinata. Forse siamo alla fine del nostro minifeuilleton a più voci. Finirà tutto così?… Vedremo. A voi la decisione. M.U.)

 

Signora, chissà qual è la materia di cui sono fatti i sogni. Certo è roba fragile.  Io l’ho vista (ma era lei ?) scendere da un tram, e le ho creato attorno un sogno. Quando le ho ceduto la parola (ma era proprio lei ?), me l’ha mandato in pezzi. Alzo le mani e mi dichiaro sconfitto. La mia bolla di sapone è scoppiata.

Lei non gradisce che un uomo fantastichi sul suo conto, che arrivi a ipotizzare un assurdo ricatto (confessando implicitamente di arrendersi al suo charme). Lei non raccoglie. Sovrappone ai miei sogni le sue malinconie. E ha quasi l’aria di vantarsene, come se reclamasse un naturale privilegio. La mamma non c’è più, c’è il papà, c’è l’amore impossibile per un padre di famiglia, c’è un amante ufficiale che è come un padre, ci sono i nipotini che somigliano tanto al nonno… Mi perdoni se glielo chiedo, signora, ma che vita è quella dei suoi amanti ? Come fanno a sopportare una simile dose di papà ? E che tipo di amore possono aspettarsi da lei ? 

Sa, signora, le prime impressioni, il suo aspetto, il suo portamento, mi avevano messo fuori strada (ma davvero era lei quella che ho visto scendere dal tram ?). Avevo sognato una donna autonoma, responsabile, magari disillusa, ma capace di vivere una passione. Speravo di aver trovato una situazione narrativamente valida, piena di conflitto e di possibili sviluppi. Ma a lei non interessa il futuro. Lei preferisce la malinconia del passato. 

Pazienza. Il destino dei sogni, quando vengono raccontati, è di essere smentiti, decostruiti, interpretati. Viverli sarebbe troppo bello. Il mio sogno non era il suo, signora. Certo, io non l’avrei mai chiamata "Ciccia".

Mi scusi per il disturbo. Le auguro di sciogliere nella sua prediletta malinconia almeno un pizzico di felicità.

 

 

IL POVERO EST

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:18 pm

Nel numero di Der Spiegel del 15 settembre leggo in un articolo una dichiarazione di una certa Nicole, studentessa di liceo nel Brandeburgo: “Ci vorrebbe un dittatore temporaneo, come ai tempi degli antichi romani; certo non un pazzo come Hitler, io non sono mica di estrema destra”. Capito? Lei non è di estrema destra ma vorrebbe una “dittatura temporanea”. Dopo la caduta del Muro si pensava di vivere in una “DDR light”. Ora il tasso di disoccupazione all’Est è diventato troppo alto e i partiti di estrema destra, Ndp e Dvu, più quello ex comunista della Pds, aumentano brutalmente le loro quotazioni in cabina elettorale, soprattutto in Brandeburgo e Sassonia. Niente più stato sociale, niente parità economica a breve tempo. L’Est è depresso e rimarrà tale ancora a lungo.

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