The FK experience

October 23, 2004

SENZA TITOLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:16 am

Sono a letto con mia moglie, è stata una giornata pesante, quei bastardi m’hanno veramente rotto il cazzo, meno male che adesso la concorrenza è sotto di brutto, la loro striscia quotidiana va a farsi fottere sempre più.

 

Mia moglie, mah, che cazzo, sempre la stessa minestra ripassata, sono troppo stanco, non mi va nemmeno di andare di là e farmi il whiskino, ma vaffanculo, torno in camera da letto, la mia signora dorme, russa persino, sono talmente stanco che non ce la faccio a prendere sonno e domani ho un’altra maledetta riunione  con i capistruttura, spengo la luce e che dio m’assista, sfilano in brutta mostra nella mia testa le immagini della giornata, vivo di immagini, picchio col tubo catodico, io, finita da un pezzo l’era dei manganelli, non lasciamo lividi ma facciamo più male, lo diceva Montanelli, lui criticava la cosa, vaffanculo a lui e al contempo pace all’anima sua, aveva ragione ma questa è la legge della giungla.

 

Un’ombra, mia moglie si sveglia, ha il sonno leggero, un’ombra, l’ombra si avvicina, chi cazzo è? si avventa su di me, un ladro, un assassino, mi tira una coltellata, vedo la luce argentea della lama che risale per il colpo successivo, ora scende, mi prende a un orecchio, la mia signora urla, tenta di ammazzarci, l’assassino, il ladro, il marocchino, lo zingaro, colpisce con un coltello, riesco a schivare i colpi decisivi, mia moglie urla, io pure, è la fine? no, non mollo, questo lo sistemo, io ce l’ho duro, gli tiro un cartone in faccia, è un mingherlino, cade, il bastardo, mia moglie accende la luce, trema, urla.

 

E’ mio figlio! mio figlio! mio figlio! mio figlio!, fa cadere il coltello, ha gli occhi spenti, siamo in un lago di sangue ma siamo vivi, non ricordo nient’altro, mi risveglio all’ospedale, che per carità non si sappia,  che per carità non si sappia, io la tivu la faccio, non voglio essere fottuto dalla tivu, figlio mio assassino ti perdono ma che non si sappia, che la tivu non lo dica, io la tivu la conosco, io la tivu la faccio.

October 22, 2004

VISTI DA VICINO SONO ANCORA PIU’ BRUTTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:42 pm

di Vins Gallico

 

(Nei commenti al pezzo di qualche giorno fa "Il povero est", si è parlato di neonazismo in Germania. Ora Vins, che in Germania ci vive, approfondisce il discorso. Buona lettura. M.U.)

 

Qualche giorno fa mio padre è venuto a trovarmi a Göttingen, ci siamo fatti un paio di giri qui intorno e lunedì scorso siamo saliti su un treno interregionale per una scarrozzata in Thüringen, Sachsen e Sachsen-Anhalt, ovvero tre Bundesländer che facevano parte della DDR. Il pezzo che segue non sarà un racconto giulivo di un viaggio per le ferrovie teutoniche, né una richiesta di risarcimento spese a Markelo, anche se dato che investigavo anche per conto suo forse qualche euro per il Bratwurst mi toccherebbe…

Il pezzo che segue (come anticipato giorni fa) riguarda la nuova ondata neonazista alle ultime elezioni in Sachsen e Brandeburg. Ebbene posso confermare che, dati alla mano così come a occhio nudo (anche se non ad una superficiale occhiata), si nota un escremento, pardon, lapsus, lo lascio, un incremento della destra estremista. Il Rechtsextremismus è ormai diventato qualcosa di pericolosamente consueto nel quotidiano della ex Germania orientale, e a mio avviso non solo là.

Negli anni novanta la gran parte di questi tizi se ne andavano girando, pelati, brutti, colle spranghe e col bomber, seguendo la moda skinheads, si sbronzavano, menavano un paio di poveri cristi per strada e così via; adesso, da un cinque anni a questa parte si osserva un’inversione di tendenza. Dall’esterno lo scenario nazista è meno visibile, anche se un paio di picchiatori rimangono in giro. Probabilmente l’inversione di marcia è avvenuta nel 2000 dopo l’assassinio a mazzate di due senzatetto a Heringsdorf e a Greifswald.

La destra neonazista attuale da allora ha cominciato a costruire nuove strutture, rafforzare i contatti sociali e ha provato ad avvicinarsi al cittadino. A Verpommern il “fronte d’azione” distribuisce gratuitamente 30 mila copie di un giornale, Der Insel Bote, be’, qualcuno quel giornale se lo leggerà pure e i risultati sono lampanti se si scruta la fondazione di una serie di associazioni, in alcuni casi, con una facciata ecologista, che sulla carta si occupano dei problemi dell’ambiente, in altri casi di cooperative del “vivere meglio”: sono sotto sotto bande di nazisti con un nickname per l’opinione pubblica e per ricevere sovvenzioni statali. Una di queste iniziative “dei cittadini” ha consentito di raccogliere in Ueckermünde 2000 firme (in un paese di 11 mila abitanti) contro la creazione di un centro di sostegno per i richiedenti asilo.

Che ci sia un giro di soldi grosso laggiù è chiaro da tutte le attività intraprese dai neonazi nella ex-DDR, feste di primavera, commemorazioni di militi ignoti, colonie estive, giornalini per ragazzini, tutte forme di grandi sovvenzioni. Quindi da un lato c’è un’economia possente per i finanziamenti, dall’altro c’è una risposta positiva del cittadino. Perché, mi chiedo io? Qualcuno risponde la disoccupazione o il malcontento verso le nuove riforme, i tagli, le pensioni e allora la gente per protesta vota i neonazi. No, ragazz*, non è per protesta, è per convinzione, una convinzione che non tiene in conto la solidarietà, che si basa su criteri nazionalisti, che guarda al proprio gruzzoletto borghese. La propaganda elettorale del DVU (altro partito di estrema destra oltre al NPD) utilizzava fra gli altri questo slogan: Kriminelle Ausländer sofort raus! Ovvero: Fuori e subito i criminali stranieri. Il buon vecchio finto-sinistra Gerhard Schröder in un’intervista al Bild am Sonntag del 1997 recitava: Kriminelle Ausländer müssen raus, und zwar schnell.

Vi assicuro che la differenza filologica fra quel sofort (subito) e quello schnell (rapidamente) è minima. La questione dell’avanzata neonazi dunque non è partitica, è politica. Nel senso più stretto del termine. Riguarda tutti noi e la nostra “città ideale”!

October 21, 2004

LE RASOIATE SOFFUSE DI DOROTHY PARKER

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:34 pm

Dorothy Parker (1893-1967) era una penna vivace. I suoi racconti (scritti dagli anni 20 ai 50) sono carezze che fanno un po’ male, perlopiù sketches o monologhi interiori intervallati qua e là da dialoghi. Spesso, all’inverso, dialoghi intervallati da “lui disse ”,  “ lei disse ”; quasi mai scrive “rispose” o “aggiunse”; mai “concluse”.

Dritta come un fuso, la Parker aveva uno stile forte e chiaro, semplice e diretto; il suo ritmo era quello velocissimo dei primi film sonori.

L’ironia della Parker era qualcosa di quasi impalpabile: cipria che copre col suo velo semitrasparente la delusione, la stupidità umana, l’amarezza di una nostalgia, di un rimpianto, di un disincanto. D.P. era piena di vivacità, mondana e gradevolmente infelice.

I suoi sketches sono rasoiate soffuse. In pochi tratti, con pennellate rapide e sicure dipinge un ambiente, lo ridicolizza senza annientarlo, senza infierire. Lo ritrae in una vignetta che ci fa sorridere senza inutili sarcasmi. Non ama i suoi personaggi, né li odia. Li osserva al centro della sala di un ricevimento, e poi nota che nel grande specchio posto in mezzo alla sala vi è riflessa anche lei, per nulla isolata dagli altri. Non ne rimane sorpresa né sconcertata. Spesso, anzi, si promuove addirittura protagonista dei suoi racconti con nome e cognome, io narrante dall’interno dell’alta società chiacchierona e un po’ debosciata del suo tempo, tra gli Anni Ruggenti e la Grande Depressione. Fa la giornalista di costume, pubblica i suoi racconti sulle riviste in voga, compreso il New Yorker.

Una donna che non ebbe bisogno di romanzarsi, regina delle storie brevi, centometrista della parola, dello stretto giro di frase, serrata, caustica con grazia, ironica con stile, amara senza accuse. In poche pagine di sketch serrato, di cortometraggio su carta, la Parker fa piazza pulita e scova le miserie e le contraddizioni dei suoi personaggi (riccone annoiate, intellettuali meschini e fatui, ragazzotti imbecillotti, coppie scoppiate di buona volontà, navigati pressappochisti) facendoli semplicemente chiacchierare tra loro. La sua nonchalance diventa rasoiata soffusa. Il suo mezzo di scrittura è sempre la matita per gli occhi; ma con la punta appena fatta.

TARANTO ROMANICA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:20 am

 

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo dell’amico Elio pubblicato recentemente sul Corriere del Mezzogiorno. M.U.) 

 

 

   Nell’annosa contrapposizione Lecce-Bari, si tratti di tifoseria calcistica, distinguo tra scrittori salentini e scrittori “genericamente” pugliesi (cioè baresi) o corsa turistico-immobiliare al trullo piuttosto che alla costa gallipolina, sembra essere scomparsa una città, anzi una provincia intera. Di Taranto, nonostante il tentativo di riparazione di Winspeare, che lì ha ambientato il suo Miracolo, ci si ricorda solo quando c’è da additare i veleni del siderurgico o rammentare le malefatte di Cito, il sindaco più impresentabile in società (oltre che il più efficiente, sussurrano in tanti). Anche i provinciali degli altri due capoluoghi avrebbero da lamentarsi ma i tarantini hanno un motivo di lagnanza in più: la loro provincia resta fuori fuoco anche quando si affronta l’argomento principe, quell’esplosione di vini salentini che il più delle volte salentini non sono. Il fatto è che buona parte della provincia magnogreca viene considerata (non a torto, geograficamente parlando) territorio salentino. Ma non lo è. Culturalmente Taranto è somigliantissima a Bari: il porto, la mistica del pesce crudo, la città vecchia intesa come zona malfamata. Anche la parlata, con i suoi scoppi sordi, è molto più vicina a quella barese che alla leccese. Martina Franca, punto di riferimento dei tarantini, è già Puglia nord: il suo barocchetto non ha nulla a che vedere con quello leccese.

   E lo stile dello scrittore tarantino Cosimo Argentina è quanto di più lontano dalla fluidità - dalla inarrestabilità - di scrittori come Livio Romano o Francesco Lanzo. Altro che barocco, qui siamo nel romanico, nella struttura a vista, nel rifiuto meticoloso dell’ornamento. Scabro, tagliente, questo Cuore di cuoio edito da Sironi, (con soli 13 euro avrete diritto, oltre alle 204 pagine, anche a una bellissima copertina di Pintér). Chissà perché, volendo a ogni costo cercare accostamenti, lo scrittore che mi viene in mente è Hemingway. Sarà per i dialoghi secchi, sarà perché i ragazzi di questo quartiere popolare tarantino negli anni ‘70 inscenano una sorta di parodia del machismo ( chi non conosce il dialetto pur essendo di Taranto è considerato ricchione; chi non mangia le cozze crude col limone è ricchione; chi chiude la porta delle docce quando si lava è ricchione), relazionati al mondo solo attraverso lo sport, con le ragazze che vengono solo dopo il pallone e gli amici ( un terzo posto onorevole, direi) e portatori di un sovradimensionato quanto inconsueto concetto dell’onore ( a volte il giovedì alcuni di noi vengono chiamati per giocare con la prima squadra. Quello è un onore. E’ come quando giochi sotto casa e tu fai le squadre: anche quello è un onore).

 

   C’è bisogno di una chiave per dare un senso alle cose. I ragazzini, come gli scrittori, ne vanno in cerca e i quindicenni di Argentina l’hanno trovata nel cuoio del pallone da calcio, l’unico oggetto che può ammorbidire il loro muscolo cardiaco, anch’esso (almeno apparentemente) indurito: perciò non solo si affibbiano alle ragazze i nomi delle squadre di calcio straniere (dall’inevitabile Benfica a Dukla Praga) ma si finisce per intravedere un tiro all’incrocio di Pruzzo perfino nelle macchie sul pavimento. Le guerre d’indipendenza acquistano importanza perché si son fatte contro gli antenati di Prohaska e il tempo è scandito dai calendari di campionati, coppe e tornei, vere feste comandate. Delle feste canoniche si onora un po’ la Pasqua, perché   Natale è bello con la neve ma a Taranto la neve non si sa cos’è e poi ( se proprio si vuol buttarla sulla religione) a Pasqua c’è il "salto di qualità", che " tutti so’ capaci a nascere ma pochi sanno risorgere, soprattutto se per farlo devi spostare ‘na cazz’ di chianca". Le bombe che attraversano i notiziari non fanno più rumore dell’accostamento del Taranto, nel girone finale di Coppa Italia, a " Milan, Napoli e, udite udite, Juve" e solo alla notizia del rapimento Moro i ragazzi del rione restano sgomenti: ritengono si tratti di Adelio Moro, centrocampista dell’Ascoli.

 

   Il rione Italia Montegranaro è così autoreferenziale che non sembra neanche far parte di un gran porto di mare - anzi di mar i - ( il mare è là e noi qua, nel quartiere, e ‘u pap’ ste a Roma: punto e basta") ma Bari resta un punto di riferimento: lì, a nemmeno ottanta chilometri, già si ascoltano Chet Baker e Rolling Stones, " aqquà invece se la fanno con Rosanna Fratello". Certo non ci si sognerebbe mai di imitare la scelta della birra ( quelli di Bari si fanno di Peroni) perché la birra Raffo non sarà una gran birra ma è di Taranto ( è ‘na birra rossoblu). Presto, in ogni caso, le sfere di cuoio si sgonfieranno e il mondo circolare del quartiere sarà rimesso in quadro dalle presenze femminili, coscienziosamente suddivise in dieci categorie.

   Nel libro c’è forse qualche termine dialettale di troppo ma le scelte lessicali sono rigorose, sempre vere, sempre colorite ( le chiappe sono come due enormi pagnotte di pane di Laterza). Quando c’è da usare un registro appena più alto, Argentina ricorre a Panzerotto, l’unico personaggio acculturato, e se non è disponibile sulla scena lo fa evocare dall’io narrante, col sarcasmo di chi diffida del linguaggio forbito: " mi viene il bagno quando la gente non parla chiaro… poi IL TEMPO PARLA CHIARO: anno dopo anno diventano tutti come i miei . E’ allora che partono l’ pird’, i rutti, le bestemmie, le chiattone comprano i vestiti nuovi e i mariti arrazzano per le femmine giovani e le chiatte pensano di risolvere tutto facendosi bionde o comprando quelle mutande da pugnetta a due mani".

 

   Bisogna essere grati a Cosimo Argentina: in un paese malato di calcio come il nostro la quantità di romanzi con palla al centro è scandalosamente bassa. Figurarsi che tra i migliori ce n’è uno scritto da un inglese (benché veronese adottivo). Sarà perché da noi chi scrive si è sempre nutrito di libri, snobbando o addirittura demonizzando sia l’attività fisica (muscoli e competitività, che orrore) sia la campanilistica, oppiacea fruizione passiva. Finora ci si era potuti rivolgere solo a uno sport nobile e rigorosamente tifo-esente come la maratona (vedi l’eccellente A perdifiato di Mauro Covacich). Ma qualcosa si muove: di cuoio sono anche i Sogni del titolo di un film uscito in questi giorni e prodotto da una società salentina.

October 20, 2004

SOSTIENE KRAFFT-EBING…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:24 pm

"La donna ama con tutta l’anima, e l’amore è per lei la vita stessa, mentre per l’uomo è solo il godimento della vita".

(Krafft-Ebing, Psychopathia sexualis

KANJI IN TATTOO CONVENTION

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:11 pm

di Kanji

 

(Conoscete il mondo dei tatuatori? Sapevate che ci sono delle "tattoo convention"? Siete rimasti fermi alle convention di Publitalia, per caso? Kanji, una del mestiere, ci tatua a pelle di computer questo pezzo, è proprio il caso di dirlo, di costume. M.U.)  

 

E’ dalle dieci di mattina che lavoriamo gobbi su pezzi di pelle bipede. Centinaia di visitatori ci alitano sul collo, i giornalisti snocciolano domande scadute e i fotografi ci torchiano gli arti (scrivo al plurale perché ci etichettano come una crew, una tribù suburbana, una specie geneticamente modificata). Danno per scontato che l’imbarazzo non sia il nostro pane e allora via le mutande e fuori chiappe e inguini rasati in uno show cromatico da caleidoscopio. Oggi ho posato, per un magazine europeo, con le trecce rosse appoggiate sulle spalle e le calzette abbassate sugli anfibi, tenendomi alzato il gonnellino scozzese per mostrare il mio back piece (nel senso schiena e culo tatuati!).

Per dieci minuti riesco a leggere tranquilla "Il Manifesto" sotto il mio cappello nero Blues Brothers. Nel frattempo…. il signore più tatuato d’Italia mi passeggia davanti nel suo tanga in pelle da MiSexExpò, in sottofondo suonano le prove di un suonatore di cornamusa, nell’aria odore rustico di piadina e salsiccia alla brace.

C’è anche nonno Hoffmann, presenta il suo libro "Uomini come libri illustrati".

Herr Herbert Hoffmann von Hamburg è un tripudio di h fiatate e ancore sbavate tatuate in vecchio stile. E’ la storia del tatuaggio. Proprietario di uno dei primi Tattoo Shop d’Europa, è il tatuatore portuale. Barba bianca, sorriso ammiccante, berretto di flanella blu con visiera cartonata, maglietta a maniche corte e pantaloni in fustagno. Ha ottantacinque anni, tatua da cinquantacinque e appena può fa la manomorta volentieri!

In Convention si tatua fino all’ultimo sangue, ci si esibisce in performance di abilità. Gli amici sono giudici implacabili e noi siamo amici da anni. Abbiamo girovagato in tutta Europa e in qualche pezzo di altri mondi, come una carovana di coriandoli cutanei che ad ogni evento si ricongiungono in un manifesto cangiante.

Fellini ci adorerebbe! Sono esposti qui, un paio di suoi schizzi a tema, insieme ai dipinti di Otto Dix, Bosch, Grosz, Fernand Leger e Keith Haring.

Alla fine dello show aspettiamo l’esito dei contest sotto il palco, che questa volta è un ring. Anche la rivalità è artistica. A volte capita che un occidentale vinca con un pezzo eseguito secondo i crismi dell’antica scuola giapponese, sbaragliando anche i maestri del Sol Levante presenti. Allora ci si complimenta con un inchino e una foto ricordo, che porterà in oriente la faccia attonita dell’occidentale.

Il mio amico maori mi ha onorata salutandomi tradizionalmente. Mi ha preso la nuca con una mano, delicato, ha avvicinato la mia faccia bianca alla sua tatuata. Fronte contro fronte e naso contro naso, premendo un pò. Mi sono emozionata e ho proferito un solo thanx; strizzandomi un occhio mi ha risposto: " Thank you too, this a honour for me".

Io proprio non resisto al cuore tenero di questo circo!

E’ finita danzando celtico e bevendo sangrìa.

E’ finita.

Anche stanotte, è finita nei piatti del nostro luculliano privée.

C’è un ristorante al di là della strada che ha annusato l’affare e ci tiene le porte spalancate nonostante l’ora. Ululiamo gli ordini, per sovrastare le risate di chi ha già spazzolato il piatto e la lucidità. La sbornia sale veloce tra il caldo della birra e la stanchezza. L’artista californiano vicino a me, un vampiro darkettone imbolsito con l’ eye-liner, ride come un pazzo dando manate tatuate di grigio sulle cosce altrui. Spara battute a raffica, passando dall’americano allo spagnolo intercalando in ebraico. Non capiamo un cazzo ma ridiamo lo stesso! Per la sua follia o per la nostra o per il random brindereccio.

Domani, anzi oggi, è già tutto un surreale ricordo iridescente.

"Viva la vida" è la chiave d’accesso. Ma questa, è un’altra tattoo story.

IL TRADIMENTO TEDESCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:24 am

A seguito del mio pezzullo di domenica “Tremaglia: un surrealista inconsapevole”, è nato un piccolo dibattito nel quale si è parlato – non incidentalmente – di nazismo e fascismo. Io me la sono sbrigata al volo (d’altra parte i blog sono così: spesso, o forse sempre, non si ha il tempo di approfondire). Allora mi è venuta l’idea di sottoporre alla vostra attenzione un testo di venti anni fa nel quale si parla, per più di 400 pagine, del rapporto tra nazisti e fascisti, con particolare riferimento all’ultimissima fase della guerra. Autore de “Il tradimento tedesco”, questo è il titolo del libro edito in Italia nell’83 da Rizzoli, (non so se è stato ristampato in seguito) è Erich Kuby, giornalista e storico tedesco di grande spessore, famoso come “anticonformista in servizio attivo”. Soldato semplice della Wehrmacht dal 1939 al 45 – gli ultimi tre anni passati sul fronte russo. Questo libro non vuole asssolutamente cancellare le pesanti responsabilità di chi si trovò, dalla parte dei fascisti, implicato in quei tragici fatti, ma, a mio avviso, tenta di dimostrare, dati alla mano, anche questo: nazismo e fascismo erano due sistemi politici simili, i rispettivi dittatori erano invece profondamente diversi; con quel che ne conseguì. E fu perpetrato, da parte di Hitler e dei suoi accoliti, quello che Kuby chiama “un tradimento alla tedesca” ai danni dell’alleato. Vi riporto integralmente le note di copertina:

Riprendendo un atteggiamento nei confronti dell’Italia che nei paesi tedeschi era già stato corrente a partire dal primo conflitto mondiale, a causa dell’entrata in guerra del nostro paese contro gli Imperi Centrali di cui era alleato, la propaganda nazista giustificò l’atteggiamento della Germania nei confronti dell’Italia – sin dalla campagna di Russia – come risposta a un presunto tradimento dell’alleato tedesco da parte del nostro paese: legittimando così tra l’altro l’invasione della penisola, l’esautorazione dei comandi italiani, le requisizioni, la spogliazione dell’industria, la deportazione di oltre 600.000 soldati italiani. Finora, la storiografia italiana ha visto il periodo che va dal settembre 1943 all’aprile 1945 soprattutto dal punto di vista della Resistenza: mancava una indagine puntuale sull’operato degli occupanti nazisti nel nostro paese – così come, da parte tedesca, mancava anche una seria raccolta di fonti sull’argomento.

Erich Kuby – il giornalista che il premio Nobel Heinrich Boell ha definito “uno che tira sassi in piccionaia senza mai fallire il bersaglio”, autore di indagini sensazionali quali quella sul caso della “ragazza Rosemarie”, e di ricerche che hanno rivoluzionato le idee correnti su tutta una serie di temi storici (I Russi a Berlino), si è assunto con appassionata tenacia il compito di colmare questa lacuna: per raccogliere il vasto materiale egli ha impiegato tre anni, estendendo le proprie ricerche fino ai capi superstiti delle SS che si sono rifugiati, dopo la guerra, nell’America del Sud.

Kuby riscrive in questo libro la storia dei rapporti tra Hitler e Mussolini, tra nazismo e fascismo, e dimostra come sia stata la Germania nazista a ingannare sistematicamente l’”alleato” italiano su tutte le questioni fondamentali di politica estera (per esempio i rapporti con Stalin, l’annessione all’Austria, la questione di Danzica, l’entrata in guerra) e di politica interna (per esempio nel campo delle persecuzioni antisemite).

Intorno a questo tema fondamentale Kuby organizza tutta la storia del secondo conflitto mondiale, utilizzando una grande massa di informazioni in buona parte inedite e documenti di estrema drammaticità (come le registrazioni delle conversazioni telefoniche di Hitler, o le intercettazioni di quelle di Mussolini e di altri gerarchi fascisti) e fornendo nuove interpretazioni di molti episodi e nuove valutazioni dell’operato di molti esponenti del nazismo e del fascismo.

 

Per concludere, riporto dall’introduzione alla edizione italiana, dello stesso Erich Kuby:

Riconosco di non aver superato del tutto uno scoglio. Perché mi accorgo io stesso di aver collocato Mussolini in una luce forse troppo favorevole, che rischia di urtare il lettore italiano. Ma vorrei pregarlo di non dimenticare che io ho proceduto a un’analisi comparativa fra il sistema fascista e la persona del duce da un lato e il nazionalsocialismo e la persona di Hitler dall’altro, e di tenere presente la verità ormai storicamente provata che la dittatura tedesca applicò, perfezionandole via via, pratiche delittuose contro l’umanità, un obbrobrio che fu risparmiato, per loro fortuna, agli italiani.

October 19, 2004

POLITICAMENTE CORRETTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:54 pm

di Riccardo Ferrazzi

(Un Ferrazzi in gran forma, questo, secondo me. Eccovi il suo ultimo pezzo. M.U.)

A militare mi è capitato più volte di fare lo spazzino e non è escluso che, prima di lasciare questa valle di lacrime, mi capiti di doverlo fare ancora. Avviso tutti gli interessati: se mi vedete in tuta con una scopa di saggina in mano e mi chiamate “operatore ecologico”, ve la rompo sulla testa. E vi dico perché.

In che cosa migliora la mia situazione se mi cambiate nome ? Cambiatemi stipendio, piuttosto. Non avete i soldi per farlo ? E allora state zitti. Le parole non costano niente ma non danno niente. O meglio, mi correggo: non danno niente a me. A voi invece qualcosa danno.

Voi passate per la strada, mi vedete lavorare in mezzo alla sporcizia, e vi sentite colpevoli per il vostro vestito immacolato, per le sospensioni dell’auto che preservano il vostro culo da urti troppo violenti, per il climatizzatore che vi tiene al calduccio, ecc. ecc. E allora, in un empito di solidarietà sociale, siete presi dalla compassione per me (così come compiangete i negri e i pellerossa - pardon: le “persone di colore”, deprecate la sorte degli animali dello zoo - pardon: il “bioparco”, gli storpi e gli sciancati - pardon: le “persone diversamente abili”) e decidete: qui bisogna fare qualcosa !

Ma ci deve pur essere qualcuno che pulisca le strade dalle schifezze che ci lasciate cadere voi. Di questo siete vagamente consapevoli. E allora che si fa ?

Perbacco, eliminiamo almeno il fastidioso senso di colpa che ci prende quando pronunciamo la parola “spazzino”. Allo spazzino non gli cambierà la vita neanche un po’, ma vuoi mettere come staremo meglio noi ? Perché dovremmo perdere tempo ed energie per fare in modo che la pulizia delle strade sia un lavoro ben remunerato e addirittura ricercato ? Per quanti altri mestieri dovremmo ripetere un’operazione di questo genere ? Non basterebbero le risorse della comunità ! E allora salviamoci l’anima. Chiamiamo lo spazzino “operatore ecologico” e con questo brillante esercizio di ipocrisia abbiamo soddisfatto le esigenze del nostro egoismo. Non abbiamo tirato fuori un quattrino, non ci siamo impegnati a nulla, non abbiamo migliorato la condizione di nessuno, non abbiamo cambiato neanche i nostri veri sentimenti nei confronti di Tizio o di Caio per il lavoro che fa o per la per la pelle che ha, ma gli abbiamo appiccicato in fronte un’etichetta diversa, e questo basta per appagare la nostra coscienza.

Be’ io non ci sto. Avrò una coscienza fatta in un modo strano, ma voglio chiamare cose e persone con il loro nome. E se questo mi procura dei sensi di colpa vuol dire che me li gestirò. Ogni volta che ci si sente in colpa c’è qualcosa che non va e siamo noi a doverci impegnare per cambiare le cose - le cose, non le parole. Cambiar nome alla realtà non è affrontare i problemi: è barare al gioco.

October 18, 2004

RAPE ME (!?)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:09 pm

di Vins Gallico

 

(Eccovi una prima corrispondenza dalla Germania dell’amico Vins del collettivo "Stern 26". Siamo sempre più international. Buona lettura. M.U.)

 

Ok, ve lo dico in anticipo, quanto segue è una storia realmente accaduta (parte I) e poi (part II) la storia di una riflessione e di un dibattito ancora in corso, del quale proverò a riferire le differenti posizioni con la massima oggettività che mi è possibile.

Iniziamo dalla storia, si svolge a Berlino nel contesto dalla linke Szene (ovvero la sinistra radicale, gli autonomi, i no/new global e via dicendo). Hans fa parte della linke Szene, così come Britta: è in un qualche centro sociale di Kreuzberg che si sono conosciuti, si sono piaciuti, hanno avuto una relazione di un paio di mesi. Poi hanno deciso di lasciarsi, fine dell’amore, della Beziehung e “compagni” come prima. Una sera del 1999 Hans e Britta si incontrano di nuovo per caso in un pub, due chiacchiere, un paio di birre, qualche sigaretta, un po’ di musica, Hans in virtù dei vecchi tempi prova a fare il galante, Britta senza peli sulla lingua glielo dice chiaro e tondo, con lui a letto non ci va più.

Mattina successiva: Britta si risveglia fra le braccia di Hans, come è possibile? L’accusa scatta folgorante: - Hans mi ha violentata!

I particolari della vicenda non sono chiari, ma Britta sostiene di aver rigettato più volte l’idea di far sesso con Hans, di avere espresso un irreversibile NO, poi Hans le ha fatto venir voglia. (Britta dice “Lust gemacht”, Markelo troverà una traduzione migliore della mia).

Come le sia venuta questa voglia, come lui l’abbia provocata non è spiegato, se attraverso le vie della seduzione o a furia di mano morte e carezze non richieste, il punto cruciale è che Britta ritiene di essere stata violentata nella sua volontà e nel suo corpo. Inizia a raccontarlo in giro, per la linke Szene, che ha le sue regole interne dove per i violentatori non c’è pietà, né perdono.

Il gruppo politico dove Hans svolge la sua attività viene boicottato, il pub dove va abitualmente a bersi un paio di birre viene preso d’assalto da una banda di autonomi che mascherati lo buttano fuori e affiggono alle pareti manifesti contro la violenza sessuale e i violentatori.

Hans deve essere tagliato fuori dal suo mondo, viene tagliato fuori dal suo ambiente. Nessuno gli ha chiesto quel che è successo.

Fine della storia.

Inizio del dibattito.

La società moderna ha sempre tenuto uno strano atteggiamento nei confronti della violenza sessuale. Nell’antichità veniva considerata una pratica più che comune e alcune tracce di patriarcato si riscontrano ancora oggi presenti. Nei processi riguardanti lo stupro spesso è la donna violentata a dover dimostrare la propria innocenza dinanzi alla pubblica opinione, i benpensanti le danno dietro: - ma come? aveva una minigonna, si muoveva da troia, lei lo ha provocato e cazzate simili…

Insomma l’uomo violentatore è quasi la vittima adescata dalla donna arpia, lui non ha colpa perché e stato provocato (fra i vari esempi vi ricordo l’episodio di qualche anno fa sulla sentenza della donna che non poteva essere stata violentata perché portava dei pantaloni elasticizzati)…

Questo atteggiamento sociale di reazione alla denuncia comporta che molte donne non denuncino le violenze subite perché temono di doversi difendere da un colpa non commessa, le “disonorate”.

Nell’ambito della linke Szene si è provato allora ad applicare una norma differente per non supportare tali svantaggi: la nuova legge prescrive che quando la donna “ritiene” di essere stata violentata, allora si tratta di violenza sessuale. E’ il ribaltamento della circostanza precedente, la donna diventa padrona del campo, il concetto dell’ in dubio pro reo va a farsi friggere, l’interpellato viene emarginato e tagliato fuori dall’ambiente.

Il punto di domanda è però interessantissimo: dov’è il limite oltre il quale la volontà (in questo caso sessuale) viene usurpata? La violenza infatti non è più fisica o psicologica (attraverso una minaccia o un ricatto), la violenza diventa in base a tale definizione l’interpretazione delle intenzioni e dei gesti da parte di una persona che deve essere per forza di sesso femminile.

E’un passo avanti (o indietro) rivoluzionario nell’ambito dell’estrema sinistra, sempre molto vicina al femminismo ma anche al garantismo. E gli uomini “violentati” allora perché non dovrebbero avere lo stesso diritto? E se la donna mente, gli si può rovinare la vita ad un povero cristo (è anche vero che sono pochissimi i violentatori che confessano)? E soprattutto è un progresso verso l’emancipazione femminile questa nuova immagine della donna, la donna angelo che dice sempre la verità, che ha il punto di vista oggettivo e razionale, che discerne la situazione o si tratta di una nuova oppressione sessista (ovvero la donna troia merita di essere stuprata e la donna angelo sa sempre qual è il limite)?

Ok, ragazz*, io un po’ di carne al fuoco l’ho buttata, vediamo quel che ve ne pare…

TREMAGLIA: UN SURREALISTA INCONSAPEVOLE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:03 am

Prendo di peso da un mio commento di poco fa fatto sul blog di Giulio Mozzi sull’esternazione scritta di Mirko Tremaglia sui "culattoni". Con qualche aggiunta.

Che pandemonio per una cazzata! Tremaglia è uno così, lo sappiamo tutti. E’ un surrealista inconsapevole. Ha fatto un’esternazione da bar su carta intestata; e che carta intestata! A me viene solo da ridere. Per Tremaglia; e per quelli che si scandalizzano. Ha ragione Fabio, ( Viola ndr) cazzo! (Scusate l’esternazione). Sono degli ipocritoni questi scandalizzati "pen"pensanti. Si, ci scandalizziamo per una trovata provocatoria. Perchè così, secondo me, è. Tremaglia è un goliarda di destra. Secondo me se la sta ancora ridendo per la sua "uscita". Di cattivo gusto, certo. Inconcepibile per un ministro di questa Repubblica delle Banane? Beh, qui sta il punto: in questa Repubblica delle Banane Zero e Lode una supercazzata come quella dell’On. Tremaglia ci sta bene. Li abbiamo votati (parlo della maggioranza degli elettori di questo paese)e ora dobbiamo tenerceli fino al 2006. Ma non mi vengano a dire che nei conciliaboli dei machi della sinistra non si parla di "culattoni". Questo è ancora il paese dei latin lovers. E dei magnifici cornuti.

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