The FK experience

October 26, 2004

LETTERATURA D’EVASIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:50 pm

"Avete letto Il martirio dell’obeso? No, non credo, Beraud si è logorato, passato di moda, passato di mondo. E’ la letteratura di papà! Sono un mucchio le glorie di anteguerra (la provvisoriamente ultima) che sono scomparse. Tranne Céline che sale, che sale, e che non finirà mai di arrampicarsi perchè lui ha fatto qualcosa di meglio che scrivere libri: ha inventato il grido letterario. Gli altri? Giradoux, Gide, e già Cocteau, e fra poco Mauriac, e quasi Claudel, passati, superati, agli archivi! Li mettono a covare nei limbi. Un giorno, più tardi, forse torneranno a galla; ma non è sicuro. Dipenderà da un sacco di fattori e dal loro modo di suonare. La letteratura è un’onda che cambia colore, velocità, portata, a seconda della geografia del tempo. Ci sono scrittori di guerra, scrittori di pace, scrittori di peti (come me) e filosofi. I filosofi vengono perpetuati in facoltà, ma gli onesti tessitori di frasi, gli scrupolosi pisciatori di copie, non ci si immagina quanto la morte sia loro fatale. Contemporaneamente alle loro gloriose spoglie, si seppellisce anche la loro opera. Anche i loro versi hanno i vermi."

(Frédéric Dard, Berù e quelle signore - 90a inchiesta del Commissario Sanantonio della Polizia Parigina)

AL MOULIN ROUGE CON TOULOUSE-LAUTREC

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:05 pm

di Lorenzo Galbiati

(Poteva mancare su Uffenwanken la critica teatrale? Ovviamente no. Noi, qui, non ci facciamo mancare niente. A inaugurare la rubrica “Palcosceno” – scusate per il nome, è il primo che mi è venuto in mente e non ho voglia di cercarne di più originali, magari pensateci gentilmente voi – è il baldo Lorenzo Galbiati. Buon divertimento. M.U.)

“Carlo Delle Piane? È un grande attore”, dichiara convinto un mio amico. Ma sì, mi dico, andiamo a teatro a vederlo interpretare Henri de Toulouse-Lautrec! E così prenoto due posti al Manzoni per sabato 16 ottobre, lo spettacolo si intitola “Al Moulin Rouge con Toulouse-Lautrec”. La ragazza che ha la sfiga di ricevere il mio invito, e lo spirito di sacrificio necessario per accettarlo, si chiama Dagmar, ed è una mia cara amica.

Perché ‘la sfiga’? Beh, secondo voi promette bene che Lautrec, pittore morto a 37 anni, sia impersonato da Carlo Delle Piane, che di anni ne ha 68 ma ne dimostra 80? No, vero? Ma io tiro dritto e arrivo al Manzoni. E qui trovo il simbolo del biscione ben visibile su ogni porta del teatro, a voi non porta sfiga? A me sì. Eppure entro lo stesso e vado a ritirare i biglietti. Perché tanto accanimento? Perché sono un appassionato di Lautrec, cazzo, e spero di trovare nello spettacolo almeno uno spunto, una riflessione, una scena che mi conduca nella Parigi della Belle Époque che vive nei suoi quadri. Quei quadri che ho ammirato l’estate scorsa nel Museo Toulouse-Lautrec di Albi, la sua città natale.

Ed eccoci a prendere posto in platea. Mi rendo subito conto di non aver nulla in comune con il pubblico attempato e benestante che vedo intorno a me. Ma resto fiducioso. Almeno finché Dagmar non mi chiede, indicandomi il depliant: “hai visto chi ringraziano per la collaborazione?” “No, chi?” “Emilio Fede.” E qui crollo. D’accordo, prepariamoci al peggio.

E il peggio arriva, puntuale. Mi accorgo subito di assistere a uno spettacolo di varietà con sei giovani ballerine, una cantante con il fisico di Luciana Turina e un attore protagonista che non conosco (Antonio Conte) nel ruolo di Aristide Bruant, cantante e assiduo frequentatore del Moulin Rouge. Coprotagonista Milvia Marigliano (la ballerina Lily). Ah già, c’è anche un vecchio stanco e lamentoso, una sorta di alieno che si aggira sempre negli angoli del palcoscenico…

Quale sia il tema conduttore dello spettacolo lo si capisce subito: la ricerca della purezza. Siamo al Moulin Rouge, no? E che ci fa lì il giovane, pardon, il vecchio Henri? Lo spiega Bruant: “soddisfa il suo piacere… ma che avete capito? Intendevo dire la pittura! Per lui non ci sono prostitute ma solo modelle.” Eh già. La ricerca della purezza è la ragione di vita di Lautrec, persona nobile d’animo e di famiglia. E questa ricerca l’ha condotto nelle maisons closes e al Moulin Rouge a ritrarre le modelle, “sono tanto innocenti!”. Dev’essere così che ha preso la sifilide. Dipingere è un lavoro pericoloso.

Il pubblico assiste in silenzio, serio, e applaude a ogni balletto. Io e Dagmar, invece, cominciamo a farci prendere da un riso isterico che a stento reprimiamo.

Il secondo tempo si apre all’insegna di un’estetica decadente. Aristide Bruant racconta le sue esperienze mistico-sessuali, il linguaggio si fa filosofeggiante e Lautrec-Delle-Piane dà sfogo alla sua invidia: “tu sì che sai vivere!” Aristide non si fa pregare: “se vivere vuol dire bere, mangiare, fumare e fottere, allora sì!” Si passa poi a un’estetica esistenzialista quando la ballerina Lily confessa con malinconia a Lautrec-Delle-Piane di voler lasciare il Moulin Rouge per iniziare una nuova vita. In una scena di alto valore drammatico, il Nostro le risponde svelando il suo più recondito timore: “anch’io voglio andarmene prima di diventare una vecchia baldracca!”

Toccato il suo apice artistico, lo spettacolo non può che sfumare mestamente verso un finale senza sussulti.

Ecco, cala il sipario. Dio sia lodato.

Ma non è ancora finita. Dal palco Carlo Delle Piane saluta, ringrazia e dice che è sua abitudine far quattro chiacchere con il pubblico. Una vocina mi ricorda che non c’è mai fine al peggio. E infatti il grande attore ha una trovata geniale: presenta le ballerine, una ad una, chiedendo anni e peso. Tranne alla cantante, a lei chiede solo il peso. Il pubblico è estasiato: “Brave, brave!” Io mi limito a pensare: belle son belle, le avrà selezionate Emilio Fede?

Fine della presentazione. E ora che dirà? Sono presto esaudito: “sapete cosa ha fatto la Roma? Come? Ha vinto! Bene, bene… e il vostro Milan? La vostra Inter? Ah, giocano domani. Certo.” Non reggo più, voglio uscire! Mi guardo intorno: per muoverci dovremmo far alzare almeno una decina di persone. Cazzo! Che stia per cogliermi il primo attacco epilettico della mia vita?

E Delle Piane continua, è scatenato: “noi ora andiamo a cena, volete venire anche voi?”

Ma che ho fatto di male io? Quanto vorrei ci fosse in un angolo del teatro un omettino brutto e zoppo, con le labbra tanto carnose da sembrare gonfie e con lo sguardo sornione di chi riesce a vedere e a dipingere la vacuità dello spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi…

October 25, 2004

LAMENTAZIONI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:46 pm

Su Nazione Indiana lo scrittore Nicola Lagioia si lamenta con fierezza d’intellettuale raffinatissimo. Pare abbia scritto un capolavoro (Occidente per principianti, Einaudi); almeno questo è quanto afferma l’ottimo Tiziano Scarpa. Non ho letto il libro, nè quello precedente del Lagioia, quindi non posso esprimere giudizi. Ma a seguire il discorso dei due scrittori, ora, in Italia, il mondo della critica è morto e sepolto. I critici sono morti. Lagioia, da D’Orrico, è stato soltanto segnalato sul Corriere della Sera Magazine. E cosa cazzo dovrebbero dire gli scrittori con le contropalle che hanno avuto la prima recensione (ottima, a dire il vero, come anche le altre - poche - che sono seguite) cinque mesi dopo l’uscita del loro libro? Io un esempio da fare ce l’avrei. Ma non lo faccio. Non mi piace lamentarmi. Ritenterò e sarò più fortunato. Io sono un duro.

CINISMO PSICHIATRICO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:32 pm

(Scusate. Sono tappato in casa, preinfluenzato. Ho preso lo Zerinol. Credo che contenga sostanze allucinogene. Come le Camel l’oppio. Non dovrei fumare, a proposito, ma a droga ho aggiunto droga. Sono più fuori del solito. E allora sono preventimente scusato per questo fulgido aforisma- Uffenwanken hergestellt- che vi propino, vero?…)

 

 

Durante una seduta di elettrochoc svanisce d’un lampo tutta la malinconia…

POVERO A CHI?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:05 pm

di Elio Paoloni

(Eccovi il ritorno sulle scene uffenwankiane di Paoloni. Con la pubblicazione - per voi gentile pubblico ovviamente internettico di questa blogzine- di un botta e risposta già apparso sulle pagine di "Stilos"; Elio risponde a un pezzo dello scrittore napoletano Erri De Luca che pubblico ovviamente all’inizio, in corsivo e tra parentesi. Buona lettura. M.U.)

 

(Non è un codice, non è una divisa da indossare, né la disciplina di un ordine: la legalità è un sentimento. Combina rispetto e timore, misura il grado di lealtà di una comunità. E’ diffuso tra i poveri perché sanno che nessuna trasgressione è loro condonata. Sanno che le prigioni sono piene di loro. Più si sale di ceto, più si dirada la legalità. I ricchi la intendono come un ostacolo ad arricchirsi di più, gli imprenditori come un freno all’espansione. Una dose di illegalità viene ammessa - fa parte anzi dell’abilità nel destreggiarsi - presso i ceti elevati. E’ anche segno di potere o di potenza mostrarsi intoccabili, esibire il proprio stato di eccezione alla regola. Offrire cocaina ai propri ospiti, vendere esami, titoli di studio, un posto di lavoro, estorcere in cambio favori sessuali: non è blanda illegalità, è la criminalità contagiosa che conta sul proprio potere e sull’inferiorità della controparte.

Per attecchire, il sentimento di legalità ha bisogno di essere impersonato da chi governa. Un presidente che mentisce incoraggia falsificazioni.

Il nostro Paese ha eletto a capo di governo con largo e convincente margine il suo cittadino più ricco. Ma già prima di questa specialità, il Parlamento aveva nominato alla presidenza della repubblica un governatore della Banca d’Italia. E il più autorevole rappresentante dell’opposizione è un professore di economia. Queste coincidenze dichiarano il nostro Paese devoto al primato del reddito. L’Italia è terra di idiolatria dell’economia. L’arricchimento è il valore, perciò sceglie di farsi guidare da esperti di fortune proprie e di monete altrui. Stando così le cose, la prima legge, la più urgente è stata quella che toglieva carico penale a chi falsificava i conti di un bilancio di azienda. Dentro questa febbre dell’oro il sentimento di legalità sbiadisce. E’ virtù dei poveri ai quali spetta di rappresentare tutto il repertorio scaduto dei valori. La moderazione: se una fabbrica, un’azienda chiude, le reazioni devono essere educate. Se invece le maestranze si comportano come i tranvieri di Milano o come il personale dell’Alitalia, blocchi totali e a oltranza, questo è sabotaggio, illegalità, estremismo.

Sono gradite reazioni rassegnate, un mite volantino distribuito alla serata inaugurale della stagione lirica alla Scala. E’ gradito l’abbandono di anziani durante il periodo estivo, perché possano serenamente spegnersi in rovente solitudine e alleggerire il debito dell’ente che eroga pensioni. E’ gradito l’illecito per poterlo condonare con un’ammenda amichevole che fa risparmiare il furbo e beffa gli altri. E’ gradito parlare di missione di pace dove più infuriano i bollettini di guerra. E’ gradita la vittoria sportiva anche se le gare non sono regolari, dal calcio in giù.

Per contro è utile fare squillare con allarme la notizia di cronaca che riporta la rapina, l’omicidio passionale o no, il furto: per rassicurare che quella è l’illegalità. Una vetrina infranta in una manifestazione diventa la drammatica notizia principale: il luccicante vetro dietro il quale si offre nostra signora merce è stato profanato dai barbari. Si gonfiano casi di illegalità minore o insignificante, restano al riparo le frodi insolenti purché di ceto rispettabile. L’amnistia chiesta dal Papa per il giubileo è stata rifiutata da un Parlamento che condona e assolve la criminalità economica di alto bordo.

Napoli è stata sede storica di contrabbando di sigarette, traffico ora molto meno redditizio. Motoscafi raggiungevano le navi al largo, caricavano casse, approdavano lungo la costa. Il pacchetto al cliente costava molto meno. Perché lo Stato con la sua imposizione di monopolio caricava tasse fino al doppio del costo. Rendeva così il contrabbando redditizio e speculava sul vizio del fumo. Il monopolio era più losco del contrabbando.

La legalità a Napoli è stata a lungo sospesa. Se un marinaio della Sesta Flotta degli Stati Uniti d’America, di stanza fissa nel Golfo, commetteva un reato, anche un delitto, sbarcando a terra in libera uscita, veniva giudicato dalla magistratura americana. Succede ancora così: i guardiani del carcere di Baghdad, accusati di torture e omicidi di prigionieri, vengono giudicati da corti americane. In questa frazione di tempo del mondo, la legalità è sospesa.

E’ allora certo illegale accendere fuochi per bruciare cumuli di rifiuti non ritirati, ma bisogna pur dare precedenza alla salute e provare un’estrema misura d’igiene. Napoli è stata offesa dalla più sfrontata e continuata illegalità pubblica, un diserbante che ha bruciato ogni verdura di legalità civile. Qui la legalità ha coinciso con l’eroismo. Quella piazza dei Martiri, dedicata ai caduti per una libertà spesso provvisoria, andrebbe ingrandita e intitolata ai martiri dell’illegalità, i napoletani.

Erri De Luca.)

 

Povero a chi?

Erri De Luca considera con disgusto l’idolatria che gli italiani dimostrano per l’arricchimento. Gli italiani non scriventi, s’intende, che lo scrittore italico tende monoteisticamente al pauperismo. Io i ricchi li stimo: le qualità per diventare – e restare – ricchi sono così lontane dal mio bagaglio di attitudini che guardo gli abbienti con curiosità e ammirazione, come si guardano i felini in un parco naturale. “Se non si nasce miliardari si è spacciati per sempre – considerava Carmelo Bene - Fossi stato il miliardario Schopenauer non avrei certo scritto Il mondo come volontà e rappresentazione. Me ne sarei ben guardato: non si nasce per lavorare, spiegarsi, pensare”. C. B. pensava al ricco di nascita, dato che chi ricco ha da diventare condivide lo spietato destino degli altri: “ci si deve piegare al quotidiano, procurare gli stimoli al progetto; invece di s-progettare, si è dannati al disegno”.

Ma il discorso di De Luca verteva sulla questione legalità, sull’impudenza e sul compiacimento che i ceti abbienti dimostrano nell’esibire intoccabilità.

Il nostro Paese, “devoto al primato del reddito”, elegge capo del governo il suo cittadino più ricco, mentre alla Presidenza abbiamo l’ex Governatore della Banca d’Italia e all’opposizione un professore di Economia. Ne deriva, osserva De Luca, che la prima legge a venir fuori è quella della depenalizzazione del falso in bilancio. E già mi sembra il caso di obiettare: quella norma inguaiava solo i piccoli imprenditori. Le norme restanti sono più che sufficienti per inchiodare i veri truffatori, i grandi bancarottieri. Si vadano a spulciare i capi d’accusa dell’uomo Parmalat: ce n’è per quaranta ergastoli. Quando il dolo è accertato, di articoli nel codice se ne trovano a iosa. Ma neanch’io sono un tecnico: forse l’osservazione di De Luca è fondata, non è solo il riflesso condizionato di chi presta orecchio ad attacchi politici mascherati.

E ha certamente ragione quando dice che il sentimento della legalità è più diffuso tra i poveri, da sempre più esposti ai rigori della legge. Così come ha ragione quando incolpa lo Stato, che con il monopolio crea il contrabbando. Dubito che abbia ragione quando trova “illegale” che i marinai della Sesta Flotta vengano giudicati dalla magistratura americana. Illegale è ciò che viola le leggi. Quali leggi (o, più opportunamente, quali trattati) vengono infranti da questa procedura?

Quelli che trovo del tutto incongrui, però, al limite del ridicolo involontario, sono gli esempi portati a sostegno della legalità “imposta” ai poveri: De Luca non trova niente di meglio che sbandierare il comportamento dei tranvieri di Milano e del personale dell’Alitalia, a parer suo ingiustamente stigmatizzato.

Forse abbiamo dimenticato che lo sciopero nasce come arma per colpire gli interessi del datore di lavoro. I gloriosi resistenti della tranvieria milanese NON colpiscono il datore di lavoro. I tranvieri prendono in ostaggio i cittadini inermi e chiedono il riscatto alle autorità. Non si tratta soltanto di sabotaggio, illegalità, estremismo, termini che addolorano De Luca. Si tratta di terrorismo. Bloccare città intere, lavoratori che perderanno il loro salario, anziani che vanno a curarsi, questo io lo chiamo terrorismo. Del terrorismo questo andazzo ha un’altra caratteristica: quando si tratta di agitazioni nel settore trasporti basta l’annuncio per far crollare le prenotazioni di viaggio di quei flussi turistici che sarebbero l’unica carta vincente della nostra economia.

E da cosa deriva questo? Dal potere. Il potere, caro de Luca, non ce l’hanno solo i plutocrati, ce l’hanno anche alcune corporazioni. Altre categorie del pubblico impiego non hanno questo potere. Ai sindacati, in vista di alcune trattative, viene quasi richiesto uno sciopero pro-forma, in genere di un solo giorno: la controparte fa così mostra di cedere a un’agitazione e nel frattempo introita le ritenute per sciopero (non a caso, giusto per restare nel tema dell’impudenza e dell’intoccabilità, gli eroici addetti ai trasporti usano adottare il certificato di malattia in comitiva). Altri lavoratori, invece, se davvero volessero fare uno sciopero a oltranza, non potrebbero permetterselo. Perderebbero cifre enormi senza danneggiare il “padrone” (tanto le pratiche restano lì, alla fine verranno evase). Nella Sanità, poi, gli scioperi annunziati sono puramente nominali: per motivi legislativi e tecnici, in un ospedale pochissimi possono scioperare davvero.

Ma veniamo all’Alitalia, il carrozzone che per decenni ci ha dissanguato due volte, succhiando miliardi dai contribuenti e milioni dai viaggiatori. Un ”povero” pilota dell’Alitalia di mia conoscenza, che guadagna, benefit a parte, ventisei milioni al mese (noi amanti della ricchezza continuiamo a esprimerci in lire che quella finale, “oni”, ci riempie la bocca, le orecchie e quasi quasi la pancia) effettua meno di otto voli all’anno (non ci sono refusi nella frase precedente). Lui confessa di vergognarsi quando arriva lo stipendio a casa ma ad altri non bastava sicché fino all’altro ieri hanno continuato a mazziare i passeggeri – e il Paese tutto – con sacrosanti scioperi. E siamo ancora lì a piangere sulle sorti dei poveri lavoratori della compagnia di bandiera. La bandiera del marcio pubblico. Quando la United è fallita i dipendenti si sono tassati per rilevarne le quote e si sono messi a sudare per portarla su. Altri cieli. Da quelle parti sanno bene cosa possa diventare un sindacato e ne usano il nome per definire altro.

Continuando a parlare di illegalità, De Luca ha fatto molti esempi, ma l’ho trovato molto sfumato, troppo prudente, sulle proteste dei monnezzari camorristi e di molti loro concittadini. Teme l’impopolarità? O è davvero convinto che sia giusto tagliare in due l’Italia per far ingoiare ad altri la propria spazzatura? Qui non siamo solo nell’illegalità, siamo nel separatismo (rammentare che il copyright ce l’ha la Sicilia, mica la Padania).

DELIRIUM

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:19 am

di Georg Trakl

 

La neve nera che dai tetti cola:

un rosso artiglio t’affonda nella fronte,

nella stanza colano ghiacci azzurri

sono gli specchi morti degli amanti.

In gravi schegge il capo si frantuma

e dietro l’ombra

pensa nello specchio dei ghiacci azzurri

il gelido sorriso

d’una morta sgualdrina.

In odor di garofani

Il vento della sera piange.

 

(Poche note per chi casomai non lo conoscesse: Georg Trakl (1887-1914) salisburghese, studia farmacia, prova a lavorare ma sempre senza successo, non resiste, morso dall’inquietudine fa pratica di droghe. Pubblica le prime poesie mentre è ufficiale sanitario nell’esercito dell’impero in Galizia, dove dovrà assistere una massa di feriti gravi, esperienza che lo colpirà in maniera decisiva tanto è vero che tenterà il suicidio, verrà salvato e poi il colpo fatale gli riuscirà pochissimo tempo dopo in un ospedale psichiatrico di Cracovia per mezzo di una overdose di cocaina. Una vita breve come uno sparo, nella quale ci sarà posto anche per un incesto consumato con l’amatissima sorella Grete, che a sua volta la farà finita poco dopo la morte del fratello. Due raccolte di poesie all’attivo, la seconda pubblicata postuma. Tra simbolismo e primi rauchi vagiti di espressionismo, quella di Trakl è poesia unica, tagliente, delirante. Pieno di ossessioni, mortalmente ferito da sempre, Trakl è stato un poeta rappresentativo della caduta dell’uomo solo e disperato all’interno della generale caduta dell’impero austroungarico. Straniero in patria e in definitiva tra tutti gli uomini, il poeta mette fine a sé stesso per manifesta incapacità di vivere. Anticipa gli espressionisti, è padre artistico di una lunga schiera di poeti tedeschi fino a oggi. Si è parlato di colorismo trakliano per l’uso dei colori in funzione simbolica: il rosso come sofferenza del corpo, come passione, come morte, nell’incupirsi fino al nero; il giallo come perversione e disfacimento; il bianco a dipingere l’ignoto.)

DA UNA LETTERA DI OSCAR WILDE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:36 am

"Penso che morirei più volentieri per qualcosa in cui non credo che per qualcosa che ritengo vero… A volte penso che la vita dell’artista sia un lungo e piacevole suicidio, e non mi dispiace che sia così."

 

 

October 24, 2004

LASCIATEME PERDE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:43 pm

di Fabio Viola

Sesta puntata.

 

(Il ritorno di Viola. Incazzato come non mai. Incazzato dal Sol Levante. Con gli europei. Una nuova gustosa puntata del suo nipporeportage plurititolato. Sayonara a tutti. M.U.)

 

Alla fine è successo. Doveva succedere. Ho provato a ritardare il momento fatale, la resa dei conti. ci ho provato, lo giuro. E in effetti fino a ieri avevo resistito anche benino, senza grossi scompensi o crisi. Solo una volta, lunedì scorso, ho avuto un brutto attacco di panico. Mi girava tutto, non riuscivo a respirare, sentivo freddo alle mani e ai piedi, la schiena mi si torceva che manco Michelangelo col Tondo Doni. Poi è passato e sembrava che tutto andasse bene. Non mi girava più la testa, insomma stavo a posto.

Ma ieri, cazzo, ieri non ce l’ho fatta. I nervi hanno ceduto. Stavo passeggiando per Shinsaibashi e mi sono trovato davanti un negozio, appartenente a una catena sparsa per tutto il Giappone chiamata "Book Off". Vendono chiaramente libri (nuovi e usati), ma anche dvd (idem), fumetti (idem) e… cd.

Insomma sono entrato. mezzora dopo ero fuori con 36 cd divisi tra tre bustine di plastica gialle. I commessi salutandomi sorridevano e agitavano le manine. Erano in fila tutti e cinque davanti all’ingresso del negozio e mi guardavano andare via, sgusciando tra la folla della Shoutengai.

Sentite, non è colpa mia se ho la malattia. L’ho contratta in età puberale, e quando ti prende così giovane è cronica, non c’è un cazzo da fare.

E poi, a volerla dire tutta, non è colpa mia nemmeno se questi vendono cd (usati) introvabili in Italia a prezzi che vanno dai 105 ai 750 yen [= tra gli 85 centesimi di euro e i 6 euri - ma ho comprato anche vari cd a prezzo pieno, e cioè 3000 yen circa (= 24 euri)]. E’ evidente che alla dogana mi faranno a pezzi e vorranno infilarmi i lumini per ispezionare ogni mio orifizio. E’ anche evidente che mi costringeranno a pagare tasse su tasse e abuseranno di me e poi mi faranno divorare dai loro cani con le zanne sbavanti e aguzze. E’ ovvio che non capiranno che sono malato e si godranno addosso vedendomi umiliato e offeso. E poi si lanceranno i miei cd a mo’ di frisbee ed essi voleranno attraverso le finestre giù nelle fauci di squali geneticamente modificati e ghiotti di policarbonati. E io griderò a tal punto che mi manderanno in esilio a Oslo per sostituire il buco al museo di Munch. Però!, ‘Sta soluzione potrebbe anche essere appetibile…

Ieri pomeriggio sono stato in cima a un grattacielo molto bello. La Umeda Sky Tower (mi pare 170 metri, poco più o poco meno). Si gode di una vista mozzafiato su Osaka e una volta raggiunto l’ultimo piano si può accedere a una specie di terrazzo all’aperto proprio sopra il tetto. Da lassù Osaka sembra semplicemente non finire mai. In qualunque direzione si guardi, c’é sempre Osaka. A est, c’è Osaka. A ovest, c’é Osaka. A nord e a sud: Osaka. E non se ne vede la fine. Dove arriva l’occhio arriva anche lei, Osaka. Un ammasso imponente di cemento. Con la foschia che si mischia allo smog (fate poco gli snob, provate a guardare Roma dall’alto… quella là non è poetica nebbiolina: è l’arietta frizzantina che respiriamo, altro che ponentino). Con i treni che sventrano le vie e scavallano i fiumi. Con le macchine che formicolano, con gli omarini che sembrano levitare tra un marciapiede e un incrocio. E’ infinita. Ovviamente la adoro.

Solo che, inspiegabilmente, all’ultimo piano del palazzo c’era una mini-mostra sul Messico. Sorseggiando un caffè organico su delle poltroncine con vista sull’infinito e parlando de "Il segreto" di Virginie Wagon, in sottofondo ci si sciroppava qualche lagna messicana che faceva sembrare Mario Merola Mirwais. O l’uomo dietro la consolle nei dischi di Felix da Housecat. Due coglioni infiniti, più del panorama. El pueblo de qua, el corazon de là, Mexico cha cha cha. Insomma uno strazio. Peccato, con un spettacolo del genere davanti agli occhi (e con quei discorsi) ci sarebbero voluti i Kings of Convenience o i Sodastream. O al limite, anche della banale chill-out. Veramente: meglio Cafe` del Mar di quei polpettoni tarant(ell)ati che annoierebbero pure il pronipote diseredato e storpio di Ernesto De Martino.

E per finirla qua, una constatazione interrogativa e un po’ incazzosa (che novità!):

so bene che oltre a essere alquanto razzista (e ve l’ho dimostrato mi pare), risulto pure un po’ snob e stronzo. Però, avendo notato che qui ogni singola volta (e intendo molte più di tre o quattro) che si incrocia un occidentale in metro, per strada, in un negozio, in fila per entrare da qualche parte, in un ristorante, quello/a ti sorride empatico/a, mi chiedo: ma perché? cosa vogliono? cosa volete voi occidentali? L`occhiolino perché ci ritroviamo in questo paese pazzerello e strambo? Ma chi vi si fila! Sorridetemi quando mi incrociate per Roma, o voi parigini sorridetemi quando gironzolo per i Campi Elisi e a voi rode il culo con tutti ‘sti turisti e quando vi chiedo un’informazione in francese fate finta di non capire e poi mi rovinate l’appetito per una settimana con i vostri pietosi conati in inglese. E i tedeschi? Parliamone! Crucchi belli, che ne dite di fare un bel sorrisone ai turisti italiani che vengono a Monaco per essere trattati come pidocchi o potenziali ladruncoli? Ma certo che no, i sorrisini da simpaticoni e gli occhiolini li facciamo solo in Giappone, perché quaggiù siamo tutti europei e ci sentiamo tanto uniti. Col cazzo! Se poi tu, americano gelatinoso, vuoi infondermi allegria con la tua dentatura ridens, non fare quella faccia delusa quando ti alzo il dito medio. Te la sei cercata. Lasciateme perde.

 

(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.29.9. Terza dom.3.10. Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10.)

October 23, 2004

SALUTI DA SANT’ELENA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:26 pm

"Le sole conquiste che non lasciano nell’animo amarezza sono quelle che si vincono contro l’ignoranza".

(Napoleone)

RACCONTO IN TRE SONETTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:00 pm

di Augusto Foglia

(Ricevo e pubblico questo ardito “racconto in tre sonetti” del poeta Foglia. Buona lettura. M.U.)

1

Ma cos’è questa strana simpatia

che sento nei tuoi “Ciao” ? Li dici piano

e poi stringi più forte la mia mano.

Sono io che mi illudo, o è la spia

di una tua combattuta fantasia ?

Lasciare tutto e andartene lontano,

dovunque, basta che non sia Milano.

Un’altra vita: amore, gelosia,

passione, libertà, sesso e conquista.

Potrei viverla anch’io insieme a te ?

No: vorresti un atleta o un terrorista

o un miliardario in euro, o tutti e tre.

Buona fortuna ! Io darei la vista

pur di amare qualcuno che ami me.

2

Ti ho mandato un messaggio e sto in attesa.

Ma tu non mi rispondi. Questa sera

ti sogno come ti vorrei: sorpresa,

felice, troia, tenera, severa,

e ancora porca. Voglio la tua resa.

Ma poi mi sveglio con l’alzabandiera

e sono solo. La mia mano tesa

tasta il cuscino e trova la spalliera

del letto. Era qui con me il tuo fiato

fino a un minuto fa. C’era un tepore

di tette e cosce sode. L’asta sboccia.

Se penso che stanotte ti ho leccato

capezzoli ombelico e figa, amore…

Annaspo, e poi mi fiondo nella doccia.

3

Ti ho amata nel mio letto e poi ancora

ripensando passioni e fantasie,

la tua assenza, la lingua che assapora

labbra, pelle, sudori e gelosie.

Tu non mi chiami. Tutto va in malora.

Dentro al computer, sulle biancherie,

è stampata memoria imperitura

(e solitaria) delle mie follie.

Passano i giorni, il telefono tace.

Il sentimento è latte ormai scaduto

che cola giù nel cesso e trova pace.

L’amore che scottava come un sole

non l’hai letto, non l’hai riconosciuto:

rimangono soltanto le parole.

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