PRERECENSIONE DELL’ULTIMO FILM DI ALMODOVAR
(Tornano le “prerecensioni”. Nelle quali si parla di opere d’arte mai viste/lette/sentite. Solo per sentito dire, insomma. Quello che fanno in molti senza dirlo. Noi invece lo pre-diciamo. Perlomeno siamo onesti.)
Ecco l’ennesima almodovarata del Fellini gay eviva Espana, dalle ramblas con rutilanza, con un film- del quale al momento mi sfugge il titolo - che continua imperituro e categorico l’outing della movida intelligente a mociovileda aspiratutto. Onestamente dopo “Tacchi a Spillo” il nostro Grande de Spagna purché se magna da Adrià la paella è andato via via /rambla rambla sempre più inciampando nella retorica dell’estetismo fanculesco. Un Repetita Juve rullo dopo rullo e a nandrolone che non giova, a nostro modesto avviso, alla causakoll del cinema alto nel senso ovviamente non altman del termine. Quello di Almodovar ci pare - non ce ne vogliano i suoi omofiliaci ammiratori- un cinema sempre più approfondito nei contenuti e proprio per questo, per una pretesa profondità, incartantesi a volte nel Nulla o Stimula di fatto. Il melodramma sirkiano era stato teutonicamente il Brot mit Kompanatiken del grande Fassbinder tra un funereo matrimonio di quella figlia di Maria e un von Braun ovviamente a razzo, e su quella scia di lacrime e sangue, nel sud dipinto di sud, il Pedro ci aveva deliziato agli esordi movidistici sterzando perlomeno a 90 gradi con le sue deliziosamente grottesche“Donne sull’orlo di una crisi di nervi". Non che non avesse parlato anche d’altro, per esempio con i buonissimi risultati di "Legami!" - film secondo noi a torto considerato minore- nel lungo frattempo, fino al plumbeo, plasticheggiante oggi. Ma insomma, il vero Pedro è quello del technichoccolor, è quello da passerella en trava travet alla faccia del pret à porteme a sorete di Altman, è quello di “Tacchi a Spillo”, il suo capolavoro, un film nel quale si parla del rapporto madre/figlia in un modo inenarrabile se non da lui. Ora siamo a la “Mala Educacion” ( ho recuperato dalla orianafallace memoria il titolo). Il film scandaglia l’inesprimibile. Come se Tremaglia scandagliasse Platone. Carnale e metafisico (vedi anche il pennichellesco “Parla con lei”, un film da sbadiglio comatoso - ci pare ovvio- perché in tema con quel film da terapia intensiva della malattia del sonno) Pedro alza sempre più il tiro del suo cinema allo stesso tempo estetizzante e moralistico, prende con un rovescio a due mani capra e cavoli, Frank Capra & Claudia Kanzler Kohl. Der Katze in der Kohle, insomma, come diceva mio padre per ridere. Ma ora, e da lunga pezza, Pedro non fa più ridere, nemmeno se dovesse – casomai rinascendo il Tognazzi pantagruelico e mortifero de “La grande abbuffata”- frammischiare il “Vizietto” di Molinaro con il sardonico e beffardo sfregio vetriolato di un Marco Ferreri ispirato da Rafael Azcona nel suo rifugio-bunker di Altona. Il suo di oggi è il lamento guaiolante di un gentilhombre maturo che vuol fare i conti al botteghino – biglietto su biglietto e guai a chi sgarra che lo mato!- con l’inferno della pedofilia. Cineasta visionario, figliastro di Bunuel e del già citato Fellini Federico, Almodovar tenta di rendere visibile un male che mai, forse, s’era visto sugli schermi con tale cinemascopica evidenza; un male veramente oscuro che finalmente addiviene da camera oscura e naturalmente da letto sfatto. Tenta con coraggio ormai nichilistico di parlare per immagini accorate del tabù di tutti i tabù ovviamente ben dopo Murnau, ma con la stessa purezza da noce di cocco prima del colpo di machete dell’isolato e famoso e sandokomatoso Kabir Bedi. Il tentativo di Pedro è quello di rendere puro l’impuro, non certo di falsificare. E’ un cineasta onesto nel suo mandare tutto affancul, il Pedro, perché dice pene al pene e vano al vano, e questo ormai con rabbia e ovviamente ricordando. Ha a cuore i misteri giammai più buffi del sesso e, invece di fare opera di demistificazione, va all’inverso: usa cioè il grottesco per esagerare a bella posa un male d’esistere che forse, azzardiamo noi, gli proviene dall’essere un artista omosessuale 4saltato nella grande paella della pellicola internazionale. Una ricerca portata avanti con coerenza nell’esagerazione dei toni, nel sempre sopra le righe (nel tentativo di respirare meglio), conscio che la verità, qualunque essa sia, non sta nel dire le cose come stanno ma semplicemente come appaiono. Soprattutto se strafatti di acidi.