The FK experience

October 30, 2004

BYE BYE BOMBAY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:33 am

di A.S.

(Il ritorno del “giovane cinico”, Nonalzarsidalletto. Dopo essere stato tra i protagonisti, qui su Uffenwanken, del minifeuilleton a più voci con la Setari e Ferrazzi. Eccovelo ora con un racconto in esclusiva ambientato a Bombay. Bye bye, M.U.)

Caldo e umido. Sapore in bocca di aria calda e umida, sole a picco, menta, marcio, banane, non si vede nessun incantatore di serpenti, risciò fermi, vestiti appiccicosi, sudore, odori forti, occhi stanchi per il vento, suoni, sapori, voci incontrollate, parole sconosciute, clacson, caos, caos, caos: Bombay.

Sei mesi che sono qui, in tasca soldi per restarci altre otto settimane. Un anno fa avevo finito di mettere i soldi da parte. Andare per scappare, lontano. Lontano dove “Chi l’ha visto?” non arriva, lontano in mezzo al tutto sconosciuto, niente che mi ricordasse quello che rimaneva dietro ai miei passi, dietro la scia di un aereo. Via, tra gli elefanti e i maraja pensavo. Via, una vita nuova con il solo scopo di sopravvivere e lasciarmi alle spalle tutti fantasmi.

Sei mesi che sono qui, altri due e poi chissà? Ho imparato un po’ di indù, capisco quello che mi viene detto, parlo lentamente e quando non trovo una parola la dico in inglese oppure la invento. Mangio con gusto tutto quello che la cucina locale mi offre, non vomito più. Le prime tre settimane ho sofferto di dissenteria, passavo i giorni in bagno bianco come un cencio, ora non più. Sto bene, cammino tra le bancarelle dei mercati senza dovermi tappare bocca e naso con un fazzoletto.

Sei mesi che sono qui e già la mia piccola stanza mi rispecchia. Sto al terzo piani di una casa affacciata sul porto, passo le mattine a guardare le pale di ventilatore che girano sul soffitto e i pomeriggi, sdraiato su un balconcino, a scrutare l’acqua nera e tutte le povertà che la popolano. Quando non guardo il ventilatore o l’acqua nera scrivo con una matita che si consuma come l’interno delle guance che mi mordicchio in continuazione. C’è sempre chiasso fuori, ad ogni ora. Dopo il primo mese di difficoltà ora dormo perfettamente, qualsiasi rumore venga dalla finestra.

Sei mesi che sono qui e non ha ancora piovuto, dicono inizierà tra un paio di settimane. Aspetto la pioggia con ansia, in 26 anni non ero mai stato così tanto tempo senza vedere una goccia d’acqua cadere dal cielo. Mi sono abituato a lavarmi poco e bene, usando l’acqua sporca e il sapone che puzza più dell’odore che cerco di togliermi di dosso.

Sei mesi che sono qui e una donna si è già innamorata di me. È la figlia della padrona di casa. Mi porta da mangiare ogni giorno, e mentre mangio il riso lei scioglie il nodo della sua veste. Sua madre crede stia nella mia camera a insegnarmi l’indù. Chissà se ci crede davvero? Io mangio e lei si sdraia mollemente nel mio letto sempre sfatto, ha una pelle d’ambra che pare uno specchio e due occhi neri, come l’acqua del porto, che pare ci si possa annegare. Fa l’amore con dedizione, ogni volta come se fosse l’ultima perché sa che ogni volta potrebbe essere l’ultima. Quando raggiunge l’orgasmo geme sommessa per paura di essere sentita dalla madre e stringe le mani sulle mie spalle. Io, nel frattempo, guardo le pale del ventilatore girare lente. È uno di quelli con le pale fatte di corde intrecciate, di quelli con i buchini tra le corde intrecciate. Conto i buchini seguendo le pale mentre la figlia della padrona di casa fa l’amore con me. Spesso, mentre li sto contando, compare tra essi il volto del mio fantasma. I nostri corpi danzano nell’acqua di un letto sfatto e bagnato, in una piccola stanza affacciata sulle acque nere del porto di Bombay e io vedo, tra le pale di un ventilatore che girano, il volto del mio fantasma.

Sei mesi che sono qui e il mio fantasma non mi ha mai abbandonato. Compare lì, tra le pale, si fa largo in mezzo alla folla dei mercati e sbuca dietro una bancarella che vende verdure, si insinua tra gli odori delle grandi vie del centro, galleggia sulle acque nere del porto. Non mi lascia mai.

Sei mesi che sono qui, altri due e dovrò lasciare la città. Non avrò abbastanza soldi per tornare da dove sono venuto e partirò di nuovo diventando il fantasma della figlia della padrona di casa. Il mio, di fantasma, troverà sicuramente spazio nella borsa quasi vuota che mi porto dietro e comparirà ovunque andrò. Sul ghiaccio della Siberia o tra le foglie della giungla, per le vie di Pordenone o nell’alba di Buenos Aires.

Ovunque

Andrò.

Sai Mimì che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura …

Balle, nemmeno la paura rimargina la ferita, né possono farlo la lontananza, l’ignoto, il diverso, i sapori nuovi e l’acqua nera. Non possono nulla per una semplice ragione: non sono né ago né filo. E ago e filo non li vendono, a Milano come a Bombay.

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