IL GIOCO SOMMA A ZERO
di Riccardo Ferrazzi
( Eccovi un Ferrazzi “chirurgico”. Il gioco somma a zero. Niente roulette, signori. O almeno non soltanto. E’ il gioco pieno della vita. M.U.)
Ho sentito al telegiornale un fatto di cronaca nera. A Turate, a metà strada fra Milano e Como, madre e figlio convincono un dipendente a far fuori il rispettivo marito e padre. Addirittura procurano la pistola.
Ho provato stupore, orrore, riprovazione per circa dieci secondi. Poi, in modo automatico, è arrivato il ripensamento: “Chissà cosa succedeva in quella famiglia ! Chissà quante ne aveva fatte quell’uomo per spingere moglie e figlio all’assassinio !” E infine, in modo molto meno automatico, anzi, con un certo sforzo, mi sono detto: “Ma che ne so io che la vittima fosse più detestabile degli assassini ? Da dove viene il pregiudizio per cui, più un delitto è efferato, più sono portato a pensare che la vittima se la sia voluta ?”
Sono arrivato a concludere che il pregiudizio nasce, in ultima analisi, dalla suggestione del “gioco a somma zero”.
Quando si lancia una moneta o esce testa o esce croce. Testa vince, croce perde. La somma è zero.
Pinco Pallino vince alla lotteria e intasca i soldi di tutti quelli che hanno perso. Salvo il prelievo fiscale, il gioco è a somma zero.
Quando Tizio uccide Caio, sono portato a pensare che il fatto sia circoscritto e la ragione stia tutta da una parte o dall’altra.
Ma il gioco a somma zero è una semplificazione con la quale guardiamo alla realtà, ed è un’applicazione del “principio antropico”. Per esempio: la pioggia è un fatto oggettivo, ma siamo noi a dire “piove” oppure “non piove”. Il tempo meteorologico è una funzione di migliaia di variabili che interagiscono, in parte seguendo leggi fisiche, in parte in modo casuale, in parte in modo caotico, e non può essere ridotto al dilemma piove-non piove. Il fatto che piova o non piova è solo uno dei mille fenomeni possibili e siamo noi a vedere i movimenti delle masse d’aria in funzione del piove-non piove.
Ma allora che senso ha almanaccare sulle (presunte) colpe della vittima di un omicidio più o meno disumano ? E soprattutto perché applico un modello rozzo come il gioco a somma zero a qualcosa di tremendamente complesso come un omicidio ?
Suppongo che la risposta sia: perché l’omicidio è un fatto del quale, in piena applicazione del principio antropico, voglio darmi conto non solo in termini di verità (chi è stato ?), ma anche di giustizia (ha fatto male o bene ?). Cioè: suppongo che esista una “giustizia di natura” o un “imperativo categorico” che vale per tutti allo stesso modo.
Eppure, gli omicidi in famiglia sono antichi come il mondo e sono stati giudicati in modi molto diversi. Ci sono state condanne a morte, all’ergastolo, ai lavori forzati, al manicomio criminale, ecc. Ma Dio non punì Caino, anzi proibì agli uomini di fargli del male. Romolo uccise il fratello e non solo non fu punito, ma diventò re. La dea Atena intervenne nell’Areopago per votare a favore del matricida Oreste. Scendendo dalla mitologia alla cronaca, pochi anni fa un giovane di nome Carretta sterminò la famiglia e si rese latitante. Quando fu catturato venne giudicato infermo di mente (nei giudici non può non aver pesato la convinzione che per commettere un delitto così atroce bisogna essere fuori di testa). Ricoverato in ospedale psichiatrico, in pochi anni fu ritenuto guarito. Oggi vive in stato di semilibertà, ho letto che vuole sposarsi e il tribunale gli ha assegnato l’eredità dei genitori che ha assassinato.
Più penso a tutto questo e meno salde diventano le mie convinzioni. Può darsi che esistano gli imperativi categorici, ma il carattere formale della legge è sistematicamente messo in crisi dalla realtà.
Finché qualcuno non mi darà una interpretazione migliore, devo accontentarmi di definire i reati come atti che la società punisce nella misura in cui ritiene pericoloso non farlo. Ma quando applico questo criterio alla realtà mi vedo costretto a diventare ancora più formale: se è pericoloso lasciare impunito un omicidio come quello di Turate, le colpe della vittima (posto che esistano) non dovrebbero neanche essere prese in considerazione.