AL MOULIN ROUGE CON TOULOUSE-LAUTREC
di Lorenzo Galbiati
(Poteva mancare su Uffenwanken la critica teatrale? Ovviamente no. Noi, qui, non ci facciamo mancare niente. A inaugurare la rubrica “Palcosceno” – scusate per il nome, è il primo che mi è venuto in mente e non ho voglia di cercarne di più originali, magari pensateci gentilmente voi – è il baldo Lorenzo Galbiati. Buon divertimento. M.U.)
“Carlo Delle Piane? È un grande attore”, dichiara convinto un mio amico. Ma sì, mi dico, andiamo a teatro a vederlo interpretare Henri de Toulouse-Lautrec! E così prenoto due posti al Manzoni per sabato 16 ottobre, lo spettacolo si intitola “Al Moulin Rouge con Toulouse-Lautrec”. La ragazza che ha la sfiga di ricevere il mio invito, e lo spirito di sacrificio necessario per accettarlo, si chiama Dagmar, ed è una mia cara amica.
Perché ‘la sfiga’? Beh, secondo voi promette bene che Lautrec, pittore morto a 37 anni, sia impersonato da Carlo Delle Piane, che di anni ne ha 68 ma ne dimostra 80? No, vero? Ma io tiro dritto e arrivo al Manzoni. E qui trovo il simbolo del biscione ben visibile su ogni porta del teatro, a voi non porta sfiga? A me sì. Eppure entro lo stesso e vado a ritirare i biglietti. Perché tanto accanimento? Perché sono un appassionato di Lautrec, cazzo, e spero di trovare nello spettacolo almeno uno spunto, una riflessione, una scena che mi conduca nella Parigi della Belle Époque che vive nei suoi quadri. Quei quadri che ho ammirato l’estate scorsa nel Museo Toulouse-Lautrec di Albi, la sua città natale.
Ed eccoci a prendere posto in platea. Mi rendo subito conto di non aver nulla in comune con il pubblico attempato e benestante che vedo intorno a me. Ma resto fiducioso. Almeno finché Dagmar non mi chiede, indicandomi il depliant: “hai visto chi ringraziano per la collaborazione?” “No, chi?” “Emilio Fede.” E qui crollo. D’accordo, prepariamoci al peggio.
E il peggio arriva, puntuale. Mi accorgo subito di assistere a uno spettacolo di varietà con sei giovani ballerine, una cantante con il fisico di Luciana Turina e un attore protagonista che non conosco (Antonio Conte) nel ruolo di Aristide Bruant, cantante e assiduo frequentatore del Moulin Rouge. Coprotagonista Milvia Marigliano (la ballerina Lily). Ah già, c’è anche un vecchio stanco e lamentoso, una sorta di alieno che si aggira sempre negli angoli del palcoscenico…
Quale sia il tema conduttore dello spettacolo lo si capisce subito: la ricerca della purezza. Siamo al Moulin Rouge, no? E che ci fa lì il giovane, pardon, il vecchio Henri? Lo spiega Bruant: “soddisfa il suo piacere… ma che avete capito? Intendevo dire la pittura! Per lui non ci sono prostitute ma solo modelle.” Eh già. La ricerca della purezza è la ragione di vita di Lautrec, persona nobile d’animo e di famiglia. E questa ricerca l’ha condotto nelle maisons closes e al Moulin Rouge a ritrarre le modelle, “sono tanto innocenti!”. Dev’essere così che ha preso la sifilide. Dipingere è un lavoro pericoloso.
Il pubblico assiste in silenzio, serio, e applaude a ogni balletto. Io e Dagmar, invece, cominciamo a farci prendere da un riso isterico che a stento reprimiamo.
Il secondo tempo si apre all’insegna di un’estetica decadente. Aristide Bruant racconta le sue esperienze mistico-sessuali, il linguaggio si fa filosofeggiante e Lautrec-Delle-Piane dà sfogo alla sua invidia: “tu sì che sai vivere!” Aristide non si fa pregare: “se vivere vuol dire bere, mangiare, fumare e fottere, allora sì!” Si passa poi a un’estetica esistenzialista quando la ballerina Lily confessa con malinconia a Lautrec-Delle-Piane di voler lasciare il Moulin Rouge per iniziare una nuova vita. In una scena di alto valore drammatico, il Nostro le risponde svelando il suo più recondito timore: “anch’io voglio andarmene prima di diventare una vecchia baldracca!”
Toccato il suo apice artistico, lo spettacolo non può che sfumare mestamente verso un finale senza sussulti.
Ecco, cala il sipario. Dio sia lodato.
Ma non è ancora finita. Dal palco Carlo Delle Piane saluta, ringrazia e dice che è sua abitudine far quattro chiacchere con il pubblico. Una vocina mi ricorda che non c’è mai fine al peggio. E infatti il grande attore ha una trovata geniale: presenta le ballerine, una ad una, chiedendo anni e peso. Tranne alla cantante, a lei chiede solo il peso. Il pubblico è estasiato: “Brave, brave!” Io mi limito a pensare: belle son belle, le avrà selezionate Emilio Fede?
Fine della presentazione. E ora che dirà? Sono presto esaudito: “sapete cosa ha fatto la Roma? Come? Ha vinto! Bene, bene… e il vostro Milan? La vostra Inter? Ah, giocano domani. Certo.” Non reggo più, voglio uscire! Mi guardo intorno: per muoverci dovremmo far alzare almeno una decina di persone. Cazzo! Che stia per cogliermi il primo attacco epilettico della mia vita?
E Delle Piane continua, è scatenato: “noi ora andiamo a cena, volete venire anche voi?”
Ma che ho fatto di male io? Quanto vorrei ci fosse in un angolo del teatro un omettino brutto e zoppo, con le labbra tanto carnose da sembrare gonfie e con lo sguardo sornione di chi riesce a vedere e a dipingere la vacuità dello spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi…