POVERO A CHI?
di Elio Paoloni
(Eccovi il ritorno sulle scene uffenwankiane di Paoloni. Con la pubblicazione - per voi gentile pubblico ovviamente internettico di questa blogzine- di un botta e risposta già apparso sulle pagine di "Stilos"; Elio risponde a un pezzo dello scrittore napoletano Erri De Luca che pubblico ovviamente all’inizio, in corsivo e tra parentesi. Buona lettura. M.U.)
(Non è un codice, non è una divisa da indossare, né la disciplina di un ordine: la legalità è un sentimento. Combina rispetto e timore, misura il grado di lealtà di una comunità. E’ diffuso tra i poveri perché sanno che nessuna trasgressione è loro condonata. Sanno che le prigioni sono piene di loro. Più si sale di ceto, più si dirada la legalità. I ricchi la intendono come un ostacolo ad arricchirsi di più, gli imprenditori come un freno all’espansione. Una dose di illegalità viene ammessa - fa parte anzi dell’abilità nel destreggiarsi - presso i ceti elevati. E’ anche segno di potere o di potenza mostrarsi intoccabili, esibire il proprio stato di eccezione alla regola. Offrire cocaina ai propri ospiti, vendere esami, titoli di studio, un posto di lavoro, estorcere in cambio favori sessuali: non è blanda illegalità, è la criminalità contagiosa che conta sul proprio potere e sull’inferiorità della controparte.
Per attecchire, il sentimento di legalità ha bisogno di essere impersonato da chi governa. Un presidente che mentisce incoraggia falsificazioni.
Il nostro Paese ha eletto a capo di governo con largo e convincente margine il suo cittadino più ricco. Ma già prima di questa specialità, il Parlamento aveva nominato alla presidenza della repubblica un governatore della Banca d’Italia. E il più autorevole rappresentante dell’opposizione è un professore di economia. Queste coincidenze dichiarano il nostro Paese devoto al primato del reddito. L’Italia è terra di idiolatria dell’economia. L’arricchimento è il valore, perciò sceglie di farsi guidare da esperti di fortune proprie e di monete altrui. Stando così le cose, la prima legge, la più urgente è stata quella che toglieva carico penale a chi falsificava i conti di un bilancio di azienda. Dentro questa febbre dell’oro il sentimento di legalità sbiadisce. E’ virtù dei poveri ai quali spetta di rappresentare tutto il repertorio scaduto dei valori. La moderazione: se una fabbrica, un’azienda chiude, le reazioni devono essere educate. Se invece le maestranze si comportano come i tranvieri di Milano o come il personale dell’Alitalia, blocchi totali e a oltranza, questo è sabotaggio, illegalità, estremismo.
Sono gradite reazioni rassegnate, un mite volantino distribuito alla serata inaugurale della stagione lirica alla Scala. E’ gradito l’abbandono di anziani durante il periodo estivo, perché possano serenamente spegnersi in rovente solitudine e alleggerire il debito dell’ente che eroga pensioni. E’ gradito l’illecito per poterlo condonare con un’ammenda amichevole che fa risparmiare il furbo e beffa gli altri. E’ gradito parlare di missione di pace dove più infuriano i bollettini di guerra. E’ gradita la vittoria sportiva anche se le gare non sono regolari, dal calcio in giù.
Per contro è utile fare squillare con allarme la notizia di cronaca che riporta la rapina, l’omicidio passionale o no, il furto: per rassicurare che quella è l’illegalità. Una vetrina infranta in una manifestazione diventa la drammatica notizia principale: il luccicante vetro dietro il quale si offre nostra signora merce è stato profanato dai barbari. Si gonfiano casi di illegalità minore o insignificante, restano al riparo le frodi insolenti purché di ceto rispettabile. L’amnistia chiesta dal Papa per il giubileo è stata rifiutata da un Parlamento che condona e assolve la criminalità economica di alto bordo.
Napoli è stata sede storica di contrabbando di sigarette, traffico ora molto meno redditizio. Motoscafi raggiungevano le navi al largo, caricavano casse, approdavano lungo la costa. Il pacchetto al cliente costava molto meno. Perché lo Stato con la sua imposizione di monopolio caricava tasse fino al doppio del costo. Rendeva così il contrabbando redditizio e speculava sul vizio del fumo. Il monopolio era più losco del contrabbando.
La legalità a Napoli è stata a lungo sospesa. Se un marinaio della Sesta Flotta degli Stati Uniti d’America, di stanza fissa nel Golfo, commetteva un reato, anche un delitto, sbarcando a terra in libera uscita, veniva giudicato dalla magistratura americana. Succede ancora così: i guardiani del carcere di Baghdad, accusati di torture e omicidi di prigionieri, vengono giudicati da corti americane. In questa frazione di tempo del mondo, la legalità è sospesa.
E’ allora certo illegale accendere fuochi per bruciare cumuli di rifiuti non ritirati, ma bisogna pur dare precedenza alla salute e provare un’estrema misura d’igiene. Napoli è stata offesa dalla più sfrontata e continuata illegalità pubblica, un diserbante che ha bruciato ogni verdura di legalità civile. Qui la legalità ha coinciso con l’eroismo. Quella piazza dei Martiri, dedicata ai caduti per una libertà spesso provvisoria, andrebbe ingrandita e intitolata ai martiri dell’illegalità, i napoletani.
Erri De Luca.)
Povero a chi?
Erri De Luca considera con disgusto l’idolatria che gli italiani dimostrano per l’arricchimento. Gli italiani non scriventi, s’intende, che lo scrittore italico tende monoteisticamente al pauperismo. Io i ricchi li stimo: le qualità per diventare – e restare – ricchi sono così lontane dal mio bagaglio di attitudini che guardo gli abbienti con curiosità e ammirazione, come si guardano i felini in un parco naturale. “Se non si nasce miliardari si è spacciati per sempre – considerava Carmelo Bene - Fossi stato il miliardario Schopenauer non avrei certo scritto Il mondo come volontà e rappresentazione. Me ne sarei ben guardato: non si nasce per lavorare, spiegarsi, pensare”. C. B. pensava al ricco di nascita, dato che chi ricco ha da diventare condivide lo spietato destino degli altri: “ci si deve piegare al quotidiano, procurare gli stimoli al progetto; invece di s-progettare, si è dannati al disegno”.
Ma il discorso di De Luca verteva sulla questione legalità, sull’impudenza e sul compiacimento che i ceti abbienti dimostrano nell’esibire intoccabilità.
Il nostro Paese, “devoto al primato del reddito”, elegge capo del governo il suo cittadino più ricco, mentre alla Presidenza abbiamo l’ex Governatore della Banca d’Italia e all’opposizione un professore di Economia. Ne deriva, osserva De Luca, che la prima legge a venir fuori è quella della depenalizzazione del falso in bilancio. E già mi sembra il caso di obiettare: quella norma inguaiava solo i piccoli imprenditori. Le norme restanti sono più che sufficienti per inchiodare i veri truffatori, i grandi bancarottieri. Si vadano a spulciare i capi d’accusa dell’uomo Parmalat: ce n’è per quaranta ergastoli. Quando il dolo è accertato, di articoli nel codice se ne trovano a iosa. Ma neanch’io sono un tecnico: forse l’osservazione di De Luca è fondata, non è solo il riflesso condizionato di chi presta orecchio ad attacchi politici mascherati.
E ha certamente ragione quando dice che il sentimento della legalità è più diffuso tra i poveri, da sempre più esposti ai rigori della legge. Così come ha ragione quando incolpa lo Stato, che con il monopolio crea il contrabbando. Dubito che abbia ragione quando trova “illegale” che i marinai della Sesta Flotta vengano giudicati dalla magistratura americana. Illegale è ciò che viola le leggi. Quali leggi (o, più opportunamente, quali trattati) vengono infranti da questa procedura?
Quelli che trovo del tutto incongrui, però, al limite del ridicolo involontario, sono gli esempi portati a sostegno della legalità “imposta” ai poveri: De Luca non trova niente di meglio che sbandierare il comportamento dei tranvieri di Milano e del personale dell’Alitalia, a parer suo ingiustamente stigmatizzato.
Forse abbiamo dimenticato che lo sciopero nasce come arma per colpire gli interessi del datore di lavoro. I gloriosi resistenti della tranvieria milanese NON colpiscono il datore di lavoro. I tranvieri prendono in ostaggio i cittadini inermi e chiedono il riscatto alle autorità. Non si tratta soltanto di sabotaggio, illegalità, estremismo, termini che addolorano De Luca. Si tratta di terrorismo. Bloccare città intere, lavoratori che perderanno il loro salario, anziani che vanno a curarsi, questo io lo chiamo terrorismo. Del terrorismo questo andazzo ha un’altra caratteristica: quando si tratta di agitazioni nel settore trasporti basta l’annuncio per far crollare le prenotazioni di viaggio di quei flussi turistici che sarebbero l’unica carta vincente della nostra economia.
E da cosa deriva questo? Dal potere. Il potere, caro de Luca, non ce l’hanno solo i plutocrati, ce l’hanno anche alcune corporazioni. Altre categorie del pubblico impiego non hanno questo potere. Ai sindacati, in vista di alcune trattative, viene quasi richiesto uno sciopero pro-forma, in genere di un solo giorno: la controparte fa così mostra di cedere a un’agitazione e nel frattempo introita le ritenute per sciopero (non a caso, giusto per restare nel tema dell’impudenza e dell’intoccabilità, gli eroici addetti ai trasporti usano adottare il certificato di malattia in comitiva). Altri lavoratori, invece, se davvero volessero fare uno sciopero a oltranza, non potrebbero permetterselo. Perderebbero cifre enormi senza danneggiare il “padrone” (tanto le pratiche restano lì, alla fine verranno evase). Nella Sanità, poi, gli scioperi annunziati sono puramente nominali: per motivi legislativi e tecnici, in un ospedale pochissimi possono scioperare davvero.
Ma veniamo all’Alitalia, il carrozzone che per decenni ci ha dissanguato due volte, succhiando miliardi dai contribuenti e milioni dai viaggiatori. Un ”povero” pilota dell’Alitalia di mia conoscenza, che guadagna, benefit a parte, ventisei milioni al mese (noi amanti della ricchezza continuiamo a esprimerci in lire che quella finale, “oni”, ci riempie la bocca, le orecchie e quasi quasi la pancia) effettua meno di otto voli all’anno (non ci sono refusi nella frase precedente). Lui confessa di vergognarsi quando arriva lo stipendio a casa ma ad altri non bastava sicché fino all’altro ieri hanno continuato a mazziare i passeggeri – e il Paese tutto – con sacrosanti scioperi. E siamo ancora lì a piangere sulle sorti dei poveri lavoratori della compagnia di bandiera. La bandiera del marcio pubblico. Quando la United è fallita i dipendenti si sono tassati per rilevarne le quote e si sono messi a sudare per portarla su. Altri cieli. Da quelle parti sanno bene cosa possa diventare un sindacato e ne usano il nome per definire altro.
Continuando a parlare di illegalità, De Luca ha fatto molti esempi, ma l’ho trovato molto sfumato, troppo prudente, sulle proteste dei monnezzari camorristi e di molti loro concittadini. Teme l’impopolarità? O è davvero convinto che sia giusto tagliare in due l’Italia per far ingoiare ad altri la propria spazzatura? Qui non siamo solo nell’illegalità, siamo nel separatismo (rammentare che il copyright ce l’ha la Sicilia, mica la Padania).