The FK experience

31 ottobre 2004

CRITICA CINEMATOGRAFICA DI UNO SPETTATORE SCAZZATO (IO)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 23:58

Collateral è un film d’azione. Ci sono degli ottimi dialoghi. Michael Mann è un regista straordinario nell’uso della macchina da presa. L’idea del killer in taxi è buona ma non straordinaria. Il personaggio del tassista lo poteva fare anche Will Smith e magari ci scappava qualche risata, comunque niente di straordinario. Tom Cruise è grandioso. La scena più bella è quella della strage in discoteca, dove Mann è eccezionale nel non farci capire un cazzo tra il fuoco incrociato. Il finale poteva essere ancora più secco. Se avesse staccato su Cruise invece che sul tassista sarebbe stato meglio. Che l’avvocatessa che entra in taxi all’inizio sarebbe tornata come si dice a bomba lo si capisce immediatamente. Non è un capolavoro, Collateral. Se lo è – invece – vuol dire che ci stiamo veramente accontentando.

PRERECENSIONE DELL’ULTIMO FILM DI ALMODOVAR

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 03:56

(Tornano le “prerecensioni”. Nelle quali si parla di opere d’arte mai viste/lette/sentite. Solo per sentito dire, insomma. Quello che fanno in molti senza dirlo. Noi invece lo pre-diciamo. Perlomeno siamo onesti.)

 

Ecco l’ennesima almodovarata del Fellini gay eviva Espana, dalle ramblas con rutilanza, con un film- del quale al momento mi sfugge il titolo – che continua imperituro e categorico l’outing della movida intelligente a mociovileda aspiratutto. Onestamente dopo “Tacchi a Spillo” il nostro Grande de Spagna purché se magna da Adrià la paella è andato via via /rambla rambla sempre più inciampando nella retorica dell’estetismo fanculesco. Un Repetita Juve rullo dopo rullo e a nandrolone che non giova, a nostro modesto avviso, alla causakoll del cinema alto nel senso ovviamente non altman del termine. Quello di Almodovar ci pare – non ce ne vogliano i suoi omofiliaci ammiratori- un cinema sempre più approfondito nei contenuti e proprio per questo, per una pretesa profondità, incartantesi a volte nel Nulla o Stimula di fatto. Il melodramma sirkiano era stato teutonicamente il Brot mit Kompanatiken del grande Fassbinder tra un funereo matrimonio di quella figlia di Maria e un von Braun ovviamente a razzo, e su quella scia di lacrime e sangue, nel sud dipinto di sud, il Pedro ci aveva deliziato agli esordi movidistici sterzando perlomeno a 90 gradi con le sue deliziosamente grottesche“Donne sull’orlo di una crisi di nervi". Non che non avesse parlato anche d’altro, per esempio con i buonissimi risultati di "Legami!" – film secondo noi a torto considerato minore- nel lungo frattempo, fino al plumbeo, plasticheggiante oggi. Ma insomma, il vero Pedro è quello del technichoccolor, è quello da passerella en trava travet alla faccia del pret à porteme a sorete di Altman, è quello di “Tacchi a Spillo”, il suo capolavoro, un film nel quale si parla del rapporto madre/figlia in un modo inenarrabile se non da lui. Ora siamo a la “Mala Educacion” ( ho recuperato dalla orianafallace memoria il titolo). Il film scandaglia l’inesprimibile. Come se Tremaglia scandagliasse Platone. Carnale e metafisico (vedi anche il pennichellesco “Parla con lei”, un film da sbadiglio comatoso – ci pare ovvio- perché in tema con quel film da terapia intensiva della malattia del sonno) Pedro alza sempre più il tiro del suo cinema allo stesso tempo estetizzante e moralistico, prende con un rovescio a due mani capra e cavoli, Frank Capra & Claudia Kanzler Kohl. Der Katze in der Kohle, insomma, come diceva mio padre per ridere. Ma ora, e da lunga pezza, Pedro non fa più ridere, nemmeno se dovesse – casomai rinascendo il Tognazzi pantagruelico e mortifero de “La grande abbuffata”- frammischiare il “Vizietto” di Molinaro con il sardonico e beffardo sfregio vetriolato di un Marco Ferreri ispirato da Rafael Azcona nel suo rifugio-bunker di Altona. Il suo di oggi è il lamento guaiolante di un gentilhombre maturo che vuol fare i conti al botteghino – biglietto su biglietto e guai a chi sgarra che lo mato!- con l’inferno della pedofilia. Cineasta visionario, figliastro di Bunuel e del già citato Fellini Federico, Almodovar tenta di rendere visibile un male che mai, forse, s’era visto sugli schermi con tale cinemascopica evidenza; un male veramente oscuro che finalmente addiviene da camera oscura e naturalmente da letto sfatto. Tenta con coraggio ormai nichilistico di parlare per immagini accorate del tabù di tutti i tabù ovviamente ben dopo Murnau, ma con la stessa purezza da noce di cocco prima del colpo di machete dell’isolato e famoso e sandokomatoso Kabir Bedi. Il tentativo di Pedro è quello di rendere puro l’impuro, non certo di falsificare. E’ un cineasta onesto nel suo mandare tutto affancul, il Pedro, perché dice pene al pene e vano al vano, e questo ormai con rabbia e ovviamente ricordando. Ha a cuore i misteri giammai più buffi del sesso e, invece di fare opera di demistificazione, va all’inverso: usa cioè il grottesco per esagerare a bella posa un male d’esistere che forse, azzardiamo noi, gli proviene dall’essere un artista omosessuale 4saltato nella grande paella della pellicola internazionale. Una ricerca portata avanti con coerenza nell’esagerazione dei toni, nel sempre sopra le righe (nel tentativo di respirare meglio), conscio che la verità, qualunque essa sia, non sta nel dire le cose come stanno ma semplicemente come appaiono. Soprattutto se strafatti di acidi.

30 ottobre 2004

UN GRANDE IN TUTTI I SENSI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:12

"Non ci vorrà molto tempo per raccontarti la mia vita. Mi dispiace scoraggiarti, ma c’è molto poco da scrivere su di me: ho fatto un po’ di gag davanti alla cinepresa e ho giocato a golf il resto del mio tempo. Se poi vuoi sapere dei film che ho fatto, è meglio che parli con Stan".

(Oliver Hardy)

BYE BYE BOMBAY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:33

di A.S.

(Il ritorno del “giovane cinico”, Nonalzarsidalletto. Dopo essere stato tra i protagonisti, qui su Uffenwanken, del minifeuilleton a più voci con la Setari e Ferrazzi. Eccovelo ora con un racconto in esclusiva ambientato a Bombay. Bye bye, M.U.)

Caldo e umido. Sapore in bocca di aria calda e umida, sole a picco, menta, marcio, banane, non si vede nessun incantatore di serpenti, risciò fermi, vestiti appiccicosi, sudore, odori forti, occhi stanchi per il vento, suoni, sapori, voci incontrollate, parole sconosciute, clacson, caos, caos, caos: Bombay.

Sei mesi che sono qui, in tasca soldi per restarci altre otto settimane. Un anno fa avevo finito di mettere i soldi da parte. Andare per scappare, lontano. Lontano dove “Chi l’ha visto?” non arriva, lontano in mezzo al tutto sconosciuto, niente che mi ricordasse quello che rimaneva dietro ai miei passi, dietro la scia di un aereo. Via, tra gli elefanti e i maraja pensavo. Via, una vita nuova con il solo scopo di sopravvivere e lasciarmi alle spalle tutti fantasmi.

Sei mesi che sono qui, altri due e poi chissà? Ho imparato un po’ di indù, capisco quello che mi viene detto, parlo lentamente e quando non trovo una parola la dico in inglese oppure la invento. Mangio con gusto tutto quello che la cucina locale mi offre, non vomito più. Le prime tre settimane ho sofferto di dissenteria, passavo i giorni in bagno bianco come un cencio, ora non più. Sto bene, cammino tra le bancarelle dei mercati senza dovermi tappare bocca e naso con un fazzoletto.

Sei mesi che sono qui e già la mia piccola stanza mi rispecchia. Sto al terzo piani di una casa affacciata sul porto, passo le mattine a guardare le pale di ventilatore che girano sul soffitto e i pomeriggi, sdraiato su un balconcino, a scrutare l’acqua nera e tutte le povertà che la popolano. Quando non guardo il ventilatore o l’acqua nera scrivo con una matita che si consuma come l’interno delle guance che mi mordicchio in continuazione. C’è sempre chiasso fuori, ad ogni ora. Dopo il primo mese di difficoltà ora dormo perfettamente, qualsiasi rumore venga dalla finestra.

Sei mesi che sono qui e non ha ancora piovuto, dicono inizierà tra un paio di settimane. Aspetto la pioggia con ansia, in 26 anni non ero mai stato così tanto tempo senza vedere una goccia d’acqua cadere dal cielo. Mi sono abituato a lavarmi poco e bene, usando l’acqua sporca e il sapone che puzza più dell’odore che cerco di togliermi di dosso.

Sei mesi che sono qui e una donna si è già innamorata di me. È la figlia della padrona di casa. Mi porta da mangiare ogni giorno, e mentre mangio il riso lei scioglie il nodo della sua veste. Sua madre crede stia nella mia camera a insegnarmi l’indù. Chissà se ci crede davvero? Io mangio e lei si sdraia mollemente nel mio letto sempre sfatto, ha una pelle d’ambra che pare uno specchio e due occhi neri, come l’acqua del porto, che pare ci si possa annegare. Fa l’amore con dedizione, ogni volta come se fosse l’ultima perché sa che ogni volta potrebbe essere l’ultima. Quando raggiunge l’orgasmo geme sommessa per paura di essere sentita dalla madre e stringe le mani sulle mie spalle. Io, nel frattempo, guardo le pale del ventilatore girare lente. È uno di quelli con le pale fatte di corde intrecciate, di quelli con i buchini tra le corde intrecciate. Conto i buchini seguendo le pale mentre la figlia della padrona di casa fa l’amore con me. Spesso, mentre li sto contando, compare tra essi il volto del mio fantasma. I nostri corpi danzano nell’acqua di un letto sfatto e bagnato, in una piccola stanza affacciata sulle acque nere del porto di Bombay e io vedo, tra le pale di un ventilatore che girano, il volto del mio fantasma.

Sei mesi che sono qui e il mio fantasma non mi ha mai abbandonato. Compare lì, tra le pale, si fa largo in mezzo alla folla dei mercati e sbuca dietro una bancarella che vende verdure, si insinua tra gli odori delle grandi vie del centro, galleggia sulle acque nere del porto. Non mi lascia mai.

Sei mesi che sono qui, altri due e dovrò lasciare la città. Non avrò abbastanza soldi per tornare da dove sono venuto e partirò di nuovo diventando il fantasma della figlia della padrona di casa. Il mio, di fantasma, troverà sicuramente spazio nella borsa quasi vuota che mi porto dietro e comparirà ovunque andrò. Sul ghiaccio della Siberia o tra le foglie della giungla, per le vie di Pordenone o nell’alba di Buenos Aires.

Ovunque

Andrò.

Sai Mimì che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura …

Balle, nemmeno la paura rimargina la ferita, né possono farlo la lontananza, l’ignoto, il diverso, i sapori nuovi e l’acqua nera. Non possono nulla per una semplice ragione: non sono né ago né filo. E ago e filo non li vendono, a Milano come a Bombay.

29 ottobre 2004

IMMERSIONE SENZA BOMBOLE NELLA DESOLAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 02:07

di Marco Rovelli      

 

(Giorni fa abbiamo inaugurato con Lorenzo Galbiati “Palcosceno”, la rubrica di critica teatrale. Da adesso abbiamo anche quella di critica televisiva. La chiamo col bellissimo titolo di questo pezzo. Di Marco Rovelli a.k.a. Alderano – primo dei miei link. Poeta e cantante del gruppo “Les anarchistes”, vincitore del Premio Ciampi. Non guardando quasi mai la tivu ci pare logico – a lui e a me – che debba occuparsi proprio lui di televisione. Siamo grosso modo nello spirito delle “prerecensioni”. Buona lettura. M.U.)

 

‘Su Hitler non mi viene in mente niente’ scrive Karl Kraus nella Terza notte di Valpurga. Niente. Il limite è stato raggiunto. (Nemmeno Kraus, con la sua potenza linguistica capace di immensi aforismi e di sublime satira, può dire più nulla). Non è solo questione di morale (anzi, la morale non c’entra per nulla). Il fatto è che nessuna parola può essere rovesciata, là dove vige il rovesciamento integrale. Dove regna il falso – dove esso è il fondamento – nessuna parola può essere vera. Dopo Hitler niente può più venire in mente. Guy Debord lo sa, e parla in questa desolazione – in questa wasteland.

Unreal city, / Under, the brown fog of a winter dawn, / A crowd flowed over London Bridge, so many, / I had not thought death had undone so many.

Questi uomini cantati da Eliot – uomini infernali della città irreale, disfatti dalla morte – sono incapaci di parlare, espropriati della loro essenza spirituale: del loro linguaggio, della capacità di vivere nel linguaggio. Hollow men, uomini vuoti – vuoti perché non possono più darsi vita nel linguaggio creatore.

“« Do / You know nothing? Do you see nothing? Do you remember / Nothing?»”

Quello che viene in mente, è il vuoto. Gli uomini svuotati dallo Spettacolo – sformati dall’informazione (che peraltro fa il suo mestiere: mette-in-forma – e la forma è vuota). Homines viatori, in un esilio che attende il ritorno alla Patria Celeste – che si mostra nell’icona televisiva. Solo lì, è il vero. Il resto è solo degradazione, e ha realtà solo nella misura in cui partecipa dell’essere vero che lì si mostra.

Lo Spettacolo – Debord non si stanca di dirlo – non va identificato, come troppo spesso si fa, con i mass-media, o con la tv: esso è il sistema sociale globale.   Ma la tv è pur sempre la sua icona, il canale dove esso si mostra: mostra la sua essenza realissima. E il reale dello Spettacolo, appunto, è il falso.

Se Blob rimane la trasmissione più efficace, è perché in esso si mostra compiutamente la degradazione e il rovesciamento del linguaggio nello spettacolo. L’impossibilità di dire il vero. E non a caso il vero inventore di Blob è proprio Debord, con i suoi film. Blob è immortale, perché immortale è lo Spettacolo.

Blob – che è l’unico programma che io segua quando posso – è davvero una profondissima Immersione Senza Bombole Nella Desolazione.

“« Are you alive, or not? Is there nothing in your head?»”

 

28 ottobre 2004

FUORI ONDA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:30

"La televisione, tutta questa roba, sono degli abbruttitoi, e talmente inferiori… Quotidiani e mensili, tutto… E talmente schiaccianti che neppure le menti più solide resistono… Ne saranno abbrutiti fin da piccoli… Alcool, auto, televisione, il giornale, il settimanale… E l’aria che respirano…"

(Céline)

27 ottobre 2004

MANUALETTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:59
di Andrea Barbieri
 
(Qui, tra noi, c’è un sabotatore. Uno che nei post scrive "39", "40", "41". Un grande. Iniziali G.B. E’ pure un amico, tra l’altro. Vatti a fidare… Bene, per saperne di più andate al pezzo "Povero chi?" di Elio Paoloni, postato lunedì 25. In pratica questo pezzo di Andrea "Titonco" Barbieri nasce come commento – molto forte- al suddetto pezzo di Paoloni. L’idea è di G&B. Ho deciso di metterla in pratica, oltretutto senza l’ autorizzazione dell’autore. A questo punto potete, se volete, continuare la discussione su "Povero chi?" o da qua, da questo comment "promosso" a pezzo. Come preferite. Un miracolo che succede solo su Markelo Uffenwanken, naturalmente.M.U.)
Come ci si muove se si tifa per le tesi della destra quando davanti si ha gente che tifa per le tesi della sinistra? Ci sono due regole fondamentali per trasformare i sinistrorsi in sinistrati: la svisatura e lo smerdamento. Le analizzerò sinteticamente usando come esempio i post di Elio.

Svisare
Se oggi sei di destra i fatti sono tuoi nemici, quindi vanno combattuti. Non è semplice ma nemmeno difficile, i fatti hanno un punto debole: occorre che qualcuno li percepisca. E allora che si fa?
1. Si tolgono dal campo visivo negandoli o calciandoli elegantemente fuori;
2. Si oppongono ad altri fatti di senso contrario che come un metaforico chiodo scaccia chiodo li “cancellano”.
In genere quelli di sinistra non sono troppo vigili e uniti nell’opporsi a queste tecniche, e soprattutto il loro tallone d’Achille è che non sono abbastanza aggressivi, così dài e dài i fatti diventano sfatti.
Torniamo a Elio e alla sua concezione dello sciopero. Scrive:

"la faccenda dello sciopero a me pare di un nitore assoluto: io faccio mancare la forza lavoro e ti blocco la produzione (o il servizio). Tu perdi commesse, non ammortizzi gli impianti e paghi interessi sulle materie prime acquistate. Hai quindi tre strade: vieni incontro alle mie richieste, ingaggi crumiri o ricorri alla serrata."

Queste quattro righe sono un capolavoro retorico di garbo persuasivo, al quale Elio ritiene di aggiungere l’autorità della sua documentazione (ha letto molti libri degli Editori Riuniti), ma rifilano al pubblico una festosa “inculata”, infatti sostituiscono il vigente contenuto del diritto di sciopero (definito da norme e giurisprudenza) con un’interpretazione iper-restrittiva chiamata tecnicamente “sciopero contrattuale”. Vediamo bene quale fatto Elio scaglia fuori campo per sostituirlo con la sua mitopoietica di destra. Lo sciopero contrattuale era vietato sotto il regime corporativo fascista, poi con la costituzione diventa l’unica forma legittima. Dal ’63 la Corte Costituzionale chiude con questa interpretazione restrittiva riconoscendo che il datore di lavoro è il soggetto passivo ma non necessariamente il destinatario della pretesa fatta valere con l’astensione. E’ una grande conquista di civiltà, i lavoratori possono finalmente scioperare per ottenere provvedimenti dal governo che direttamente incidono sui loro interessi economici. Possono incrociare le braccia per ottenere provvedimenti sulla sicurezza, sulla stabilità dei prezzi, sull’abitazione, per la formazione, per gli ammortizzatori sociali, per la pensione ecc. La Corte Costituzionale ha riconosciuto tutelabili questi fini che non sono semplicemente politici ma di imposizione economico-politica. Per Elio questa fenomenologia di scioperi non esiste (quindi usa lo strumento della negazione), per lui al di fuori della rivendicazione contrattuale tutto è “improprio”. Non esiste per lui, ma esiste nella realtà ed è fondamentale.
FAQ
Queste informazioni dove si possono trovare, bisogna leggere tutto il catalogo degli Editori Riuniti?
Assolutamente no, questo lo sanno tutti i ventiduenni che hanno preso in mano un volume di diritto sindacale e hanno speso dieci minuti per leggere tre-quattro pagine sugli scopi dello sciopero.

Se non si fossero rafforzate le organizzazioni sindacali in quegli anni si sarebbe rimasti fermi allo sciopero contrattuale?
Sì, e bisogna fare attenzione a non tornare indietro.

Smerdare
Rincorrere i fatti con un velo non è sufficiente, bisogna colpire anche sotto la cintura. Bisogna usare l’argomento ad personam, anzi di più, smerdare l’avversario, ridicolizzarlo non per comportamenti concreti ma per la luce che gli si prepara intorno. Allora sotto con le lampade!
Scrive Elio:

“ [Andrea] tu sei troppo giovane, forse, o troppo girotondino o troppo figlio di papà”

Di passaggio notiamo una finezza: lo smerdamento mio contiene, come una matrioska, lo smerdamento del movimento dei girotondi. La classe non è acqua.

Cosa rispondere, lo smerdamento è fine a se stesso, non serve a niente dire che non sono girotondino (Elio, non esistono nemmeno più ), che ho 36 anni, che da quando ne avevo 18 ho visto mio padre una volte, che lavoro senza raccomandazione. Lo smerdamento, in sinergia con la svisatura, deve lasciare una persona di sinistra, veramente di sinistra e progressista, in stato catatonico, mica è una biografia critica.

Conclusione

Domani in edicola troveremo il solito coro dei commentatori filogovernativi. Troveremo le solite sette tv nazionali governative che faticosamente ma efficacemente tengono a bada i giornalisti indipendenti. Troveremo Ferrara, Brunetta, Panebianco, Veneziani, Feltri e quello con la faccia da golpista sudamericano che mi scordo sempre il nome.

LA POESIA FEMMINILE, LA POESIA MASCHILE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 18:08

Appena postato, da me, su Nazione Indiana:

"Non sapevo che esistesse la "poesia femminile". Pensavo che esistesse la poesia e basta. Non si finisce mai d’imparare. Grazie".

Già. Ma non è come se si parlasse di "thriller femminile"? O di "romanzo epistolare femminile"? Invece, per esempio, è pieno di thriller (in lingua inglese, per lo più) scritti da donne; e vengono chiamati semplicemente thriller. C’è qualcosa che mi sfugge…  

IL GIOCO SOMMA A ZERO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:05

di Riccardo Ferrazzi

( Eccovi un Ferrazzi “chirurgico”. Il gioco somma a zero. Niente roulette, signori. O almeno non soltanto. E’ il gioco pieno della vita. M.U.)

Ho sentito al telegiornale un fatto di cronaca nera. A Turate, a metà strada fra Milano e Como, madre e figlio convincono un dipendente a far fuori il rispettivo marito e padre. Addirittura procurano la pistola.

Ho provato stupore, orrore, riprovazione per circa dieci secondi. Poi, in modo automatico, è arrivato il ripensamento: “Chissà cosa succedeva in quella famiglia ! Chissà quante ne aveva fatte quell’uomo per spingere moglie e figlio all’assassinio !” E infine, in modo molto meno automatico, anzi, con un certo sforzo, mi sono detto: “Ma che ne so io che la vittima fosse più detestabile degli assassini ? Da dove viene il pregiudizio per cui, più un delitto è efferato, più sono portato a pensare che la vittima se la sia voluta ?”

Sono arrivato a concludere che il pregiudizio nasce, in ultima analisi, dalla suggestione del “gioco a somma zero”.

Quando si lancia una moneta o esce testa o esce croce. Testa vince, croce perde. La somma è zero.

Pinco Pallino vince alla lotteria e intasca i soldi di tutti quelli che hanno perso. Salvo il prelievo fiscale, il gioco è a somma zero.

Quando Tizio uccide Caio, sono portato a pensare che il fatto sia circoscritto e la ragione stia tutta da una parte o dall’altra.

Ma il gioco a somma zero è una semplificazione con la quale guardiamo alla realtà, ed è un’applicazione del “principio antropico”. Per esempio: la pioggia è un fatto oggettivo, ma siamo noi a dire “piove” oppure “non piove”. Il tempo meteorologico è una funzione di migliaia di variabili che interagiscono, in parte seguendo leggi fisiche, in parte in modo casuale, in parte in modo caotico, e non può essere ridotto al dilemma piove-non piove. Il fatto che piova o non piova è solo uno dei mille fenomeni possibili e siamo noi a vedere i movimenti delle masse d’aria in funzione del piove-non piove.

Ma allora che senso ha almanaccare sulle (presunte) colpe della vittima di un omicidio più o meno disumano ? E soprattutto perché applico un modello rozzo come il gioco a somma zero a qualcosa di tremendamente complesso come un omicidio ?

Suppongo che la risposta sia: perché l’omicidio è un fatto del quale, in piena applicazione del principio antropico, voglio darmi conto non solo in termini di verità (chi è stato ?), ma anche di giustizia (ha fatto male o bene ?). Cioè: suppongo che esista una “giustizia di natura” o un “imperativo categorico” che vale per tutti allo stesso modo.

Eppure, gli omicidi in famiglia sono antichi come il mondo e sono stati giudicati in modi molto diversi. Ci sono state condanne a morte, all’ergastolo, ai lavori forzati, al manicomio criminale, ecc. Ma Dio non punì Caino, anzi proibì agli uomini di fargli del male. Romolo uccise il fratello e non solo non fu punito, ma diventò re. La dea Atena intervenne nell’Areopago per votare a favore del matricida Oreste. Scendendo dalla mitologia alla cronaca, pochi anni fa un giovane di nome Carretta sterminò la famiglia e si rese latitante. Quando fu catturato venne giudicato infermo di mente (nei giudici non può non aver pesato la convinzione che per commettere un delitto così atroce bisogna essere fuori di testa). Ricoverato in ospedale psichiatrico, in pochi anni fu ritenuto guarito. Oggi vive in stato di semilibertà, ho letto che vuole sposarsi e il tribunale gli ha assegnato l’eredità dei genitori che ha assassinato.

Più penso a tutto questo e meno salde diventano le mie convinzioni. Può darsi che esistano gli imperativi categorici, ma il carattere formale della legge è sistematicamente messo in crisi dalla realtà.

Finché qualcuno non mi darà una interpretazione migliore, devo accontentarmi di definire i reati come atti che la società punisce nella misura in cui ritiene pericoloso non farlo. Ma quando applico questo criterio alla realtà mi vedo costretto a diventare ancora più formale: se è pericoloso lasciare impunito un omicidio come quello di Turate, le colpe della vittima (posto che esistano) non dovrebbero neanche essere prese in considerazione.

26 ottobre 2004

NOTTE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:45

di Errosa

 

(Eccovi una poesia in esclusiva di Errosa. Il suo blog s’intitola "Fanculizzazione omoepatica". Bellissimo titolo. Ci vuole proprio, una bella fanculizzazione omeopatica: d’altra parte è cosa nota che  un vaffanculo al giorno leva il medico di torno. Per altre cose – in poesia e prosa – di Errosa (evvai con la rima!), andate su Kinglear dell’amico Iannozzi. Vi raccomando soprattutto la poesia dal titolo"Io". Buonanotte, intanto. M.U.)

 

Io, di questa Notte, ho paura.

Mi pare uno specchio senza riflesso.

E’ una caviglia slogata nella mia mente,

una mano in mezzo al petto che rallenta l’indugio.

 

Rincorro luci e farfalle nel sopir delle ore,

senza reti l’inseguo,

mentre tra le mani si sbriciolano le voci di ieri

di eco in eco

di stornelli in stornelli.

 

Di questa Notte ho paura.

Emerge, spavalda, alle spalle delle mie espressioni,

con un bacio in punta di spazio

mi strappa voce e sollievo.

 

Vacillo a piedi nudi tra i soffi delle ombre,

tra i colori delle farfalle mi nascondo,

e non fermo l’indugio che mi rantola addosso.

 

Eppure del Giorno non sento nostalgia.

 

 

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