di Radical Chicco
La battuta (di Gianni Agnelli o di Enrico Cuccia? Non ricordo più) era molto semplice e concreta: "Le azioni non si contano: si pesano". Il senso è chiaro: puoi avere anche il 49% delle azioni e restare un signor nessuno, ma se hai una rete di relazioni importanti comandi anche con il 10%. Quando si riseppe, questa frase fece il giro dei media senza suscitare il coro dei buonisti indignati. Gli italiani (tutti quanti) si limitarono a tentennare il capo con un sorrisino che stava a significare: eh, sai che scoperta! Anche il caposcuola dell’indignazionismo nazionale si lisciò il barbone bianco e si guardò bene dal lanciare strali contro la "razza padrona". Eppure ne avrebbe avuto motivo. Ma come? L’unico simulacro di democrazia in azienda è l’assemblea degli azionisti e ci si viene a dire in faccia che i voti contano solo fino a un certo punto? Dove va a finire la legge? Dove vanno a finire la morale, la politica come tensione verso il bene, la speranza di migliorare il mondo attraverso leggi giuste? Una battuta come "Le azioni non si contano: si pesano" dice apertamente che il bene non trionfa, e che la favola va corretta: la Regina cattiva interroga lo specchio e si sente dire: "La più bella del reame sei tu". Fine.
Ma se la realtà è questa, e la conoscono anche i moralisti, i giustizialisti, i buonisti, eccetera eccetera, allora gli atteggiamenti possibili sono (almeno) due. Il primo consiste nel predicare bene, razzolare male e, quando la verità sale in superficie, tentennare il capo sorridendo. E’ l’atteggiamento più comodo, e anche il più diffuso. Come abbiamo visto, è quello adottato dai moralisti da salotto (e anche un po’ da tutti noi, diciamo la verità). Un altro atteggiamento potrebbe forse scoprire una morale più vera se si impegnasse a cercarla nella realtà e soprattutto se rinunciasse a guardare il mondo come alla favola di Biancaneve. Non è necessario che gli scopi dell’agire debbano essere rivisti al ribasso. Ma è sicuro che i mezzi adeguati a conseguire quegli stessi scopi risulteranno piuttosto diversi.
Le azioni si pesano, eccome. Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a dare uno sguardo alla Storia. Tutte le rivoluzioni sono state fatte da minoranze (le quali, poi, per mantenersi al potere, non si sono fatte scrupolo di usare la ghigliottina o le fucilazioni). Tutte le grandi riforme sono state approvate dai parlamenti sotto la pressione di opinioni pubbliche messe in agitazione da una minoranza. Per non parlare dei colpi di stato, attuati da minoranze ristrettissime, rese "pesanti" dall’appoggio dell’esercito. E anche i colpi di stato possono essere rivoluzionari, come quello del 18 brumaio.
Ma anche negli ambiti più spiccioli le azioni si pesano: l’opinione del capufficio pesa più delle altre; in un gruppo di amici ce n’è uno che finisce per decidere per tutti; in ogni famiglia c’è qualcuno che ha un peso preponderante. Ma anche nei rapporti a due il peso prevale sul diritto e tutto fa comodo pur di imporsi. Pacta sunt servanda, si dice. Se fosse vero, moglie e marito non dovrebbero mai tradirsi. Eppure quanti rapporti stanno in piedi sulla base del quieto vivere e di una ragionevole dose di corna?
Machiavelli dice che il principe non deve mantenere la parola data se osservarla gli tornerebbe contro e se non sussistono più le ragioni per cui l’aveva data. La cosa notevole in questo precetto non è l’apparente immoralità: è la congiunzione "e". Secondo Machiavelli non basta che mantenere la parola data si risolva in un danno o che le circostanze siano diventate oggettivamente diverse. Bisogna che si verifichino ambedue le condizioni. Meditiamo, gente, meditiamo.
Si dirà: anche in questo caso non mantenere la parola è immorale. Eppure, cosa succede nella realtà? Succede che consideriamo immorale ciò che fanno gli altri ma, nella stessa condizione, faremmo anche noi. E’ necessario produrre un florilegio di parole non mantenute da papi, re, uomini politici, industriali, attori, cantanti, farmacisti, impiegati comunali, vicini di casa, parenti, eccetera eccetera? Ma no. Ognuno puo’ comporselo da sé.
Si dirà: ma di questo passo la faccenda diventa opinabile. Come si fa a stabilire se fa bene o male l’attrice che, per dare la disdetta al marito, si fa fotografare insieme all’amante? La realtà è che, se fa male, è più che altro per una questione di buon gusto, ma dopo un anno nessuno se ne ricorderà, nessuno gliene farà una colpa, magari i fan la ammireranno anche per questo. Idem (senza fan) anche per le coppie di amici e colleghi, gente che conoscevate e che si sono lasciati perchè lui o lei ha rifatto i conti e ha concluso che la parola data non pesava più come prima.
Ancora, si dirà: di questo passo non si sa più cosa è giusto e cosa è ingiusto, chi sono i buoni e chi i cattivi. Eppure, cosa succede nella realtà? Cesare era migliore di Pompeo? Silla migliore di Mario? (Scelgo esempi di stretta attualità per non eccitare le reazioni passionali dei guelfi e ghibellini di oggidì, ma chi vuole ha un’ampia scelta a disposizione). Semplicemente, succede che intorno a qualcuno disposto a esporsi si raggruppano tutti coloro che hanno interessi analoghi. Analogamente succede sull’altro versante. (C’è sempre un altro versante). E chi pesa di più prende tutto.
E per l’ennesima volta, si dirà: appunto, questo è il modo di procedere dei branchi di lupi. Noi (cioè: i buoni) vogliamo sostituire a questa logica bestiale quella delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti. Bé, mi avete convinto. Auguri.