The FK experience

September 17, 2004

RABONI ENCORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:36 pm

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno

dopo l’altro ti lascio, anima mia.

Per gelosia di vecchio, per paura

di perderti - o perchè

avrò smesso di vivere, soltanto.

 

Però sto fermo, intanto,

come sta fermo un ramo

su cui sta fermo un passero, m’incanto…

(Giovanni Raboni)

RABONI SWING

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:44 pm

(E’ morto il grande poeta/critico/saggista/giornalista/traduttore Giovanni Raboni. Niente "coccodrilli", qui su M.U. Pubblico soltanto un suo pezzo di poesia sul cinema in visione pomeridiana. Perchè il pomeriggio è il momento migliore per il cinema).

Chi si siede/ ma poi

continua a cambiar posto,/

chi sta in piedi, sul fondo della

sala, e fiuta/ fiuta rari

passaggi, la bambina/ mezzo

scema, la dama ch’entra sola,/

la ragazza sciancata…

(Da: "Cinema di pomeriggio")

ESERCITAZIONE CON NEBBIA VENEZIANA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:07 pm

di Giovanni Monasteri

La nebbia, questa polvere sull’anima!

questa cipria sul viso decrepito della gran dama

che si trucca d’azzurro, di carminio,

e d’oro, e nel fango trascina

il rattoppato strascico regale!

il pietoso, funebre tulle

sulla morta catafalcata

e putrefatta regina del mare!

Venecia Venedig Venise!

Ah, dovevo venirci in luna di miele,

ma adesso che abito a Marghera,

che luna di miele sarebbe?

O Venesia, Venessia, Venise!

Come potrei non amarla, se il Canal Grande

mi ricorda il fiume di lacrime

che di dolore e d’ira tu versasti,

quando piangendo mi maledicesti

come Didone trafitta sulla pira.

September 16, 2004

AVVISO AI NAVIGANTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:22 pm

Questa sera il poeta Giovanni Monasteri ha postato un intervento sul tema "Contare o pesare?", innescato dall’omonimo pezzo di Radical Chicco. Al suo intervento, che si indirizzava a me ma anche all’autore del pezzo e ad Innovari, io ho già risposto. (Trovate lo "scambio" nei comments alla "prerecensione" dell’ultimo Eco - ogni tanto qui su M.U. si sbanda…) Bene, voglio avvisare che questa volta è andata così, ma nel futuro un intervento come quello di Giovanni io penserò bene di pubblicarlo come pezzo. Basta che lui (o chiunque si trovi a passare di qui e voglia dire qualcosa di interessante o di forte) mandi il pezzo (breve, per favore) all’indirizzo markelo.uffenwanken@katamail.com

Come ho già annunciato, mi piacerebbe ospitare di tanto in tanto pezzi, poesie, anche invettive, scritte da altri. Nel caso specifico il pezzo di Giovanni meritava altra collocazione. Ho spesso partecipato a Nazione Indiana e ho notato che non di rado i comments sono più interessanti degli articoli veri e propri che fanno da "apripista". Dunque se avete qualcosa da dire con vigore e intelligenza (vi raccomando la sintesi, non pubblico "pipponi", grazie) siete i benvenuti.

Astenersi perditempo, provocatori da salotto e rompicoglioni vari.

PRERECENSIONE DELL’ULTIMO ROMANZO DI UMBERTO ECO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:42 pm

(Tornano le "Prerecensioni". Recensioni di opere dell’ingegno fatte prima della fruizione. Quello che fanno in molti. Solo che noi lo diciamo. Lo pre-diciamo, ecco.)

Umberto Eco ha rotto il cazzo. Si, avete letto bene. Per filo e per segno. Non ho nemmeno voglia di ricordarmi il titolo del suo ultimo romanzo. C’è una "Loana" alla fine, una specie di Moana di Loano. Una pornostar ligure (come la grande Pozzi?) No, è un personaggio da comic. Eco smette di titillare pendoli foucaltiani, smette di ricercare le sue radici (come in Baudolino, una specie di libro premonitore sul rimpicciolito destino di Pippo Baudo), smette di nominare le rose invano ma ci piazza comunque l’ennesimo bestseller. Il nuovo subspecielibro. Il romanzo del semiologo. L’antiromanzo extracolto di culto. Il nouveau roman alla bagna cauda. Lo so, fa senso parlar male di Eco. Perchè Eco è un grande intellettuale, una persona (dicono) squisita. Con una cultura smisurata e, come se non bastasse, con un gran senso dell’umorismo. Accoppiata da stendere anche il più "toro" dei suoi detrattori.

Ma qui su Markelo Uffenwanken non si fanno sconti a nessuno. E nemmeno alle comitive. Detto chiaramente: me ne fotto della popolarità, se poi devo essere buono a tutti i costi, se devo essere indignato a tutti i costi, se devo essere politicamente corretto, se devo essere un paraculo impegnato come ce ne sono a migliaia nel nostro paese e anche all’estero. Sono stato impopolare per 43 anni e dunque all’impopolarità ci ho fatto il callo.

Detto questo, il Prof. Eco ci ha servito per l’estate il suo nuovo romanzo bionico, scritto con la sapienza che gli conosciamo e riconosciamo. Ha immaginato forse sè stesso immergersi nel rimbambimento definitivo scivolando tra le comode coperte patchwork degli album dell’infanzia. Il modernariato fumettaro. Come se io scrivessi un racconto dove ad un certo punto m’imbatto in Alan Ford o nei Fantastici Quattro. Sarebbe divertente, magari, ma il capolavoro - semmai c’è stato - stavolta s’è dato proprio per disperso. Robinson Crusoe con tutti i venerdì di meno. L’intellettuale raffinatissimo e spiritoso non graffia, non colpisce nemmeno poi tanto l’immaginario. Collettivo? Ma dove sta la collettività? Forse soltanto nella nostra immaginazione. Forse Eco parla di un mondo fin troppo superato. Purtroppo. Perchè i fumetti non sono più soltanto in tivu (ci pensò Giancarlo Governi a metà anni 70, con Nick Carter & Compagni): ora i fumetti sono anche al governo. La realtà ha superato la fantasia e oggi l’unico romanzo realistico possibile è il noir surrealista. Quello che pubblicherò io tra un po’ di mesi (se Dio vuole) firmandolo col mio nickname anagrafico.

Tornando a Eco, una cosa è l’istintiva simpatia e l’ammirazione per il suo grande lavoro di studioso; un’altra è lisciare il pelo al Grande Intellettuale qualsiasi cosa faccia. Eh no. Io non ci sto. Lasciatemi nel ghetto ancora un po’. Così cantò Alberto Radius quasi 30 anni fa nella sua "Nel ghetto"; quelle parole valgono ancora oggi e nello "specifico", come dicono quelli che parlano bene. Una cosa che non ho mai capito è questa: perchè si ha sempre un gran coraggio nello stroncare i piccoli e i medi? Mentre per i grandi?… E’ l’effetto curriculum? Diciamo anche un’altra cosa, con l’occasione: l’esagerata raffinatezza, l’esagerata cognizione di sè, l’esagerato controllo del "mezzo" fa male alla Letteratura. Diventa troppo facile, per l’esperto, avvertire i trucchi. E per il non esperto basta accorgersi delle sofisticherie, dell’insieme troppo costruito a tavolino. L’"effetto bagnato", come nel gel per capelli. Capelli di plastica, in definitiva. Come quelli di Clarke Kent, cioè Superman. E’ un discorso complesso, questo, che se vorrete approfondiremo più avanti col vostro aiuto. E’ un dato di fatto per me chiaro, comunque, che certi autori sono sopravvalutati. Fruttero &Lucentini, per esempio: spesso di una noia mortale, diciamolo. E maledettamente sussiegosi. Il romanzo deve colpire con un diretto al volto, non con un rondò, veneziano o meno. Per quanto F&L hanno scritto pagine bellissime; pagine, ecco, ma non opere. E titoli straordinari, che spesso (i titoli, dico) possono valere un’opera. "La prevalenza del cretino", per esempio. Un titolo che è un concetto fondante. E mai come oggi d’attualità.

CONTARE O PESARE?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:00 pm

di Radical Chicco

La battuta (di Gianni Agnelli o di Enrico Cuccia? Non ricordo più) era molto semplice e concreta: "Le azioni non si contano: si pesano". Il senso è chiaro: puoi avere anche il 49% delle azioni e restare un signor nessuno, ma se hai una rete di relazioni importanti comandi anche con il 10%. Quando si riseppe, questa frase fece il giro dei media senza suscitare il coro dei buonisti indignati. Gli italiani (tutti quanti) si limitarono a tentennare il capo con un sorrisino che stava a significare: eh, sai che scoperta! Anche il caposcuola dell’indignazionismo nazionale si lisciò il barbone bianco e si guardò bene dal lanciare strali contro la "razza padrona". Eppure ne avrebbe avuto motivo. Ma come? L’unico simulacro di democrazia in azienda è l’assemblea degli azionisti e ci si viene a dire in faccia che i voti  contano solo fino a un certo punto? Dove va a finire la legge? Dove vanno a finire la morale, la politica come tensione verso il bene, la speranza di migliorare il mondo attraverso leggi giuste? Una battuta come "Le azioni non si contano: si pesano" dice apertamente che il bene non trionfa, e che la favola va corretta: la Regina cattiva interroga lo specchio e si sente dire: "La più bella del reame sei tu". Fine.

Ma se la realtà è questa, e la conoscono anche i moralisti, i giustizialisti, i buonisti, eccetera eccetera, allora gli atteggiamenti possibili sono (almeno) due. Il primo consiste nel predicare bene, razzolare male e, quando la verità sale in superficie, tentennare il capo sorridendo. E’ l’atteggiamento più comodo, e anche il più diffuso. Come abbiamo  visto, è quello adottato dai moralisti da salotto (e anche un po’ da tutti noi, diciamo la verità). Un altro atteggiamento potrebbe forse scoprire una morale più vera se si impegnasse a cercarla nella realtà e soprattutto se rinunciasse a guardare il mondo come alla favola di Biancaneve. Non è necessario che gli scopi dell’agire debbano essere rivisti al ribasso. Ma è sicuro che i mezzi adeguati a conseguire quegli stessi scopi risulteranno piuttosto diversi.

Le azioni si pesano, eccome. Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a dare uno sguardo alla Storia. Tutte le rivoluzioni sono state fatte da minoranze (le quali, poi, per mantenersi al potere, non si sono fatte scrupolo di usare la ghigliottina o le fucilazioni). Tutte le grandi riforme sono state approvate dai parlamenti sotto la pressione di opinioni pubbliche messe in agitazione da una minoranza. Per non parlare dei colpi di stato, attuati da minoranze ristrettissime, rese "pesanti" dall’appoggio dell’esercito. E anche i colpi di stato possono essere rivoluzionari, come quello del 18 brumaio.

Ma anche negli ambiti più spiccioli le azioni si pesano: l’opinione del capufficio pesa più delle altre; in un gruppo di amici ce n’è uno che finisce per decidere per tutti; in ogni famiglia c’è qualcuno che ha un peso preponderante. Ma anche nei rapporti a due il peso prevale sul diritto e tutto fa comodo pur di imporsi. Pacta sunt servanda, si dice. Se fosse vero, moglie e marito non dovrebbero mai tradirsi. Eppure quanti rapporti stanno in piedi sulla base del quieto vivere e di una ragionevole dose di corna?

Machiavelli dice che il principe non deve mantenere la parola data se osservarla gli tornerebbe contro e se non sussistono più le ragioni per cui l’aveva data. La cosa notevole in questo precetto non è l’apparente immoralità: è la congiunzione "e". Secondo Machiavelli non basta che mantenere la parola data si risolva in un danno o che le circostanze siano diventate oggettivamente diverse. Bisogna che si verifichino ambedue le condizioni. Meditiamo, gente, meditiamo.

Si dirà: anche in questo caso non mantenere la parola è immorale. Eppure, cosa succede nella realtà? Succede che consideriamo immorale ciò che fanno gli altri ma, nella stessa condizione, faremmo anche noi. E’ necessario produrre un florilegio di parole non mantenute da papi, re, uomini politici, industriali, attori, cantanti, farmacisti, impiegati comunali, vicini di casa, parenti, eccetera eccetera? Ma no. Ognuno puo’ comporselo da sé.

Si dirà: ma di questo passo la faccenda diventa opinabile. Come si fa a stabilire se fa bene o male l’attrice che, per dare la disdetta al marito, si fa fotografare insieme all’amante? La realtà è che, se fa male, è più che altro per una questione di buon gusto, ma dopo un anno nessuno se ne ricorderà, nessuno gliene farà una colpa, magari i fan la ammireranno anche per questo. Idem (senza fan) anche per le coppie di amici e colleghi, gente che conoscevate e che si sono lasciati perchè lui o lei ha rifatto i conti e ha concluso che la parola data non pesava più come prima.

Ancora, si dirà: di questo passo non si sa più cosa è giusto e cosa è ingiusto, chi sono i buoni e chi i cattivi. Eppure, cosa succede nella realtà? Cesare era migliore di Pompeo? Silla migliore di Mario? (Scelgo esempi di stretta attualità per non eccitare le reazioni passionali dei guelfi e ghibellini di oggidì, ma chi vuole ha un’ampia scelta a disposizione). Semplicemente, succede che intorno a qualcuno disposto a esporsi si raggruppano tutti coloro che hanno interessi analoghi. Analogamente succede sull’altro versante. (C’è sempre un altro versante). E chi pesa di più prende tutto.

E per l’ennesima volta, si dirà: appunto, questo è il modo di procedere dei branchi di lupi. Noi (cioè: i buoni) vogliamo sostituire a questa logica bestiale quella delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti. Bé, mi avete convinto. Auguri.

SAPORE DI SALE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:33 am

L’artista non deve dare messaggi, deve dare un calcio in culo al pensiero.

(Gino Paoli)

ANTICIPAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:50 am

Qui su Markelo Uffenwanken c’è spazio per collaborazioni esterne e per "sinergie", che magari è una brutta parola molto anni 80 ma da l’idea di un concetto che sottintende anche complessità. E io amo la sintesi. Dunque ieri ho pubblicato un inedito di Gabriella Fuschini, mentre con Innovari stiamo lavorando in "joint-venture" a una "Lega dei Supereroi" di cui vi daremo presto notizie. Più tardi pubblicherò un pezzo di Radical Chicco, pseudonimo di uno scrittore-polemista di valore. Seguiranno a scadenze da definire altre sue sporadiche "uscite". Solo su Markelo Uffenwanken.

DETTO DA UNA DONNA CI SI PUO’ CREDERE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:28 am

Il silenzio è la sola cosa d’oro che le donne detestano.

(Mary Wilson Little)

September 15, 2004

IRREPERIBILE FINO A NOTTE FONDA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:13 pm

Faccio il blogger comme il faut e dunque vi racconto qualcosa di quel che mi è successo ieri sera. Per la serie "Anche Markelo ha un’anima".

Ieri è stata una giornata campale. Devo arrangiarmi. Da quando lessi parecchi anni fa in "Tropico del Cancro" di Henry Miller che un uomo che vuol essere libero non deve stare "alla stanga", cerco di seguire l’esempio per quanto mi è possibile. Nella civiltà del tutto e subito e del consumo costi quel che costi (ma quanto mi costi…) per essere liberi il più possibile bisogna fare i salti mortali. E spesso rinunciare a certe cose. Che spesso sono tante. L’invasione degli euro-ultracorpi (l’amico Innovari mi capirà al volo) ci ha reso la vita difficile. Vale a dire: ha ridotto il nostro potere d’acquisto forse della metà. Chi non era ricco prima dell’Invasione Ultracorporea Monetaria ora si trova quasi povero. E ci vanno di mezzo i cosiddetti sfizi. Ma ieri, come ho detto, è stata una giornata campale; e alla fine mi sono concesso, assieme ad alcuni amici musicisti tra cui il polistrumentista brasiliano (di Belo Horizonte) Arlen Azevedo, una serata al Blue Note. Il Blue Note è diventata una catena di jazz club a livello internazionale e da circa un anno ha aperto i battenti anche qui a Milano. Arlen veniva a Milano per la prima volta ma era già stato alla "casa madre" di New York; e mi ha detto subito, una volta entrati nel locale, che quello di Milano è molto più bello. C’era il trio di Jim Hall con la partecipazione veramente straordinaria del pianista romano Enrico Pieranunzi.

Hall ha 74 anni ma ne dimostra quasi 20 di più. Un fuscello d’uomo dai radi capelli candidi e dal sorriso malinconico. La sua chitarra lo sovrasta. Brevemente per chi non lo conoscesse: Jim è di Buffalo (N.Y.), esordisce a 13 anni influenzato da Charlie Christian e da Django Reinhardt, i due numi tutelari della chitarra jazz. Nel 55 entra a far parte del quintetto del batterista Chico Hamilton. Hall è un puro, un lirico, senza fronzoli. Il suo stile si differenzia da quello degli altri chitarristi in circolazione. Dal 56 al 59 collabora col sassofonista e clarinettista Jimmy Giuffre, poi entra nella band che accompagna Ella Fitzgerald. Importanti le sue collaborazioni con un altro grande vecchio jazzman ancora in attività, il sassofonista Lee Konitz, e con Sonny Rollins. Con il grande Rollins incide uno dei più grandi dischi di jazz della storia, "The bridge". Più avanti collabora moltissimo col sassofonista Paul Desmond (a sua volta molto attivo con il pianista-compositore Dave Brubeck, 84enne "sprint" ancora in attività). Hall ha suonato con tutti, si puo’ dire: fra i tantissimi: Bill Evans, Chet Baker, Kenny Barron, Ornette Coleman, Bill Frisell, Pat Metheny, di cui è stato il maestro.

Un concerto diviso ovviamente in due set, molto tradizionale e piacevole. Suonato nel primo set con una chitarra non sua perchè la sua personale era rimasta a Roma. Nel secondo set ritorna sul palco con la sua nel frattempo giunta al Blue Note e la musica cambia. In meglio, naturalmente. Pieranunzi, nato a Roma nel 49, è un grandissimo del pianoforte jazz. In Italia, assieme a Franco D’Andrea e a pochissimi altri, è pianista di livello mondiale. Ieri sera aveva indosso un golfino color vinaccia aderente che sembrava la maglia di un pigiama. A vederlo così bardato (non credo proprio per calcolo) mi veniva da ridere. E pensavo alle popstar costruite dai PR e dagli stilisti. E’ un "pazzo" introverso e quando va al microfono per dire qualche parola tra un pezzo e l’altro spesso s’incarta. Porta gli occhiali, dimostra molti anni in meno della sua età e io, per il suo essere "straniato", lo chiamo da tempo "l’Enrico Ghezzi" del jazz… Un grande. Ottima la bistecca (angus) al sangue che abbiamo ordinato. Non vi dico la spesa complessiva. E meno male che non c’era Chick Corea, per esempio, che ha inaugurato il Blue Note l’anno scorso per un’intera settimana: altrimenti avremmo speso molto ma molto di più. Ma se amate il jazz di serie A, suonato in un bell’ ambiente dall’ acustica perfetta, una volta ogni tanto al Blue Note ci dovete andare. Se non siete ricchi, o magari non c’avete una lira come me, almeno due o tre serate l’anno ve le potete comunque concedere. Per me era la seconda volta.

Il jazz ti da la possibilità di vedere (oltrechè ascoltare) un’opera d’arte collettiva nascere sorgiva nello stesso istante in cui ne "fruisci". E’ la performance per eccellenza. Il jazz non si ripete mai, si rinnova continuamente. Un miracolo. Ed è bellissimo seguire i musicisti nel loro "interplay", cioè nel loro comunicare - e quindi suonare - attraverso la loro particolare lettura del pensiero.

« Older PostsNewer Posts »

Powered by WordPress