Note caoticamente sparse su Antonio Moresco
di Razgul
(Ricevo e pubblico con piacere queste “note caoticamente sparse” di Razgul che a mio avviso possono aiutare ad avvicinarsi all’opera dello scrittore. M.U.)
La lettura delle opere di Antonio Moresco mi ha stravolto la vita. Prima scribacchiavo anch’io, come tanti. Ho irresistibilmente smesso di farlo. Mi sono detto: “Dopo questa catastrofe biblica ho di fronte due possibilità. Non riuscirò mai più a scrivere niente. Oppure, après ce déluge , se davvero ho un briciolo di talento, uscirò rigenerato”. Non so ancora come andrà a finire. Ma la cosa (solo apparentemente) strana è che non è per niente castrante. Anzi. È come trovarsi di fronte a un’enorme esplosiva aurora di fuoco. Moresco è la combustione, l’epoché, il Ragnarokr. Ma è anche, nello stesso momento, esempio e annuncio di esordio.
Disperatissima vitalità
Tutta l’opera di Moresco è caratterizzata dalla compresenza inscindibile della disperazione e di un’irriducibile spinta esordica.
Hannah Arendt ha scritto: “Gli uomini non nascono per morire, ma per incominciare”. Moresco probabilmente riscriverebbe questa frase così: “Nasciamo per morire, per incominciare”. Dove altri vedrebbero una contrapposizione, una contraddizione, Moresco “prende dentro tutto” (per usare una delle sue espressioni preferite).
Scrive nel Vulcano: “…non dobbiamo limitarci ad affermare, a ricordare e a testimoniare, in modo veritiero, che la morte esiste ed è anzi la condizione stessa perché possa esistere quella cosa che è stata chiamata vita. Non dobbiamo limitarci ad affermare che tutti moriamo, che ciascuno di noi morirà. Dobbiamo anche affermare che vogliamo morire, che vogliamo continuare a morire perché vogliamo poter continuare a vivere. Gli scrittori viventi hanno buoni rapporti con la morte” (p. 46).
La fine e l’inizio. Se partiamo dalla considerazione che il cosmo è caos, i due estremi s’innervano l’uno nell’altro.
E ancora, sulla speranza e la disperazione: “Non aspettarsi niente, non sperare niente, ma non per questo scendere a patti. Mantenere un atteggiamento inarreso, insurrezionale” ( Il vulcano , p. 76).
Ex ordine exordium
Le opere di Moresco sono letteralmente dominate dall’idea dell’esplosione (qui mi piace pensare, nonostante l’etimologia ufficiale, che ex-plodere contenga la stessa radice del russo plod-, da cui si hanno plodit’, ovvero “generare, mettere al mondo”, e plod, “frutto”), dello scardinamento e dell’esordio ( ex – ordo). In altre parole: fuga in avanti, esodo spiazzante, movimento inarreso, sovversione permanente, scarto incessante e reinvenzione di sé.
Anzi, in questo senso si può addirittura individuare una serie di espressioni e di parole-chiave ricorrenti pressoché in tutto ciò che ha scritto. Sono grumi concettuali ad altissima densità, perché condensano la visione del mondo e le riflessioni di Moresco. A me piace paragonarle alle stelle di neutroni. A elencarle, si vede come tali parole-chiave vadano a comporre un arco semantico ben preciso, alle cui estremità, appunto, troviamo i concetti di deflagrazione ed esordio: caos, esplosione, sisma, incendio, in fusione, in fiore, appena inventato, in annuncio, l’apertura, lo squarcio, l’esordire, il movimento in avanti, l’eruzione, il trasloco. Cito questo brano, posto proprio all’inizio della seconda parte dei Canti del caos, perché mi pare che condensi in poche righe quasi tutti questi concetti:
“Ho saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l’ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tenendoli tutti quanti per un orecchio fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, disperazione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro posto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra. Niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vibra, vibrerà. I bicchieri sbattono l’uno contro l’altro fin quasi a spezzarsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle tovaglie, le afferro con la mano nell’aria, nello spazio. Le pareti si spalancano da tutte le parti, i lampadari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pranzo di nozze e a questo sisma.” (p. 7)
Qui si penetra direttamente nel magma fondante, radicale del pensiero di Moresco, “sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio”. L’inizio. L’esordio, l’esplosione, la creazione. Il centro del big bang. Le teste sono in fusione, tutto vibra, tutto deflagra e straborda, si espande, le teste sono in fusione, tutto è una colata lavica, le teste eruttano, sbocciano, le teste sono in fiore. Il caos è sì questo nostro mondo terribile in disfacimento. Ma il caos della fine è anche il caos dell’inizio. La catastrofe del caos, la distruzione e la costruzione. Un mondo che nasce, nasce nel caos, è il caos. Tutto è scardinato, tutto ciò che illusoriamente ci eravamo abituati a vedere, a credere immobile, e ben apparecchiato in un ordine rassicurante. L’universo è in esplosione, in espansione caotica.
Destruam…
“È in atto da tempo una (…) normalizzazione, in gran parte della narrativa di questi anni. Portato di un atteggiamento generale, diffuso e acriticamente accettato – e che a me pare una vera e propria ideologia camuffata da antiideologia – che i giochi sono ormai fatti e ormai chiusi, che alla letteratura è ormai assegnato solo il ruolo di più o meno redditizia testimonianza residuale e che gli scrittori, nel migliore dei casi, non potranno svolgere d’ora in poi altra parte che quella di intrattenitori o di epigoni.
Crollata l’illusione, l’ideologia ‘moderna’ del progresso (che neanch’io – beninteso – possiedo o rimpiango) è rimasta solo quella cosiddetta postmodernistica, nelle sue varie connotazioni, di una labirintica e interscambiabile terminalità totalizzante e diffusa.” ( L’invasione, pp.13-14).
Moresco ha fatto violentemente epoché di tutto il ciarpame ideologico che ha soffocato e soffoca la letteratura contemporanea. Da qui le sue punte polemiche contro Calvino (l’unico di cui non salva quasi nulla), Pasolini, Beckett (verso i quali non nasconde, nello stesso tempo, una grandissima stima), la versione ideologicamente distorta e imbalsamata del pur amatissimo Artaud, le avanguardie (“I baffi della Gioconda… Ma queste cose hanno già stravinto da tempo! Non se ne sono accorti? I baffi della Gioconda sono diventati la pubblicità dell’acqua minerale liscia gassata o Ferrarelle, l’orinatoio dentro il museo è diventato il museo dentro l’orinatoio, l’illusione di un’Avanguardia affidata alla sola ipertrofia del dato mentale separato è diventata soltanto, poco tempo dopo, base teorica della ‘comunicazione’ pubblicitaria e del vivere light” – Il vulcano, p. 58), il postmoderno.
Non un assalto a una determinata idea di letteratura, ma l’attacco a un’idea di letteratura assurta a potere totalitario.
Moresco non si augura che, per esempio, le opere di Calvino o del Gruppo 63 vengano bruciate e scompaiano. La ragione dei suoi attacchi sta nell’urgenza vitale di abbattere la dittatura. Non si scaglia contro di essi perché la pensano diversamente da lui, ma al contrario perché essi tendono a emarginare e annientare ogni alterità.
Detto in questi termini, sembrerebbe persino banale. Eppure le reazioni indignate di gran parte dell’establishment critico-letterario sembrano non aver colto questa semplice differenza. Poiché si tratta in generale di persone colte e istruite, il sospetto è che il fraintendimento nasconda molta malafede.
…et aedificabo
“A me pare invece che l’esperienza della scrittura possa iniziare solo dopo che si è abbattuta questa imprigionante barriera, quest’idea puramente funzionale di letteratura. Andare oltre le superfici presentate come unica dimensione possibile, entrare nelle zone amniotiche [ancora un termine di ‘generazione’], fluide, che si aprono al di là di esse, sempre in drammatico cominciamento, in esordio. Noi scrittori non siamo e non vogliamo essere una specie protetta in via d’estinzione. Non dobbiamo esitare a collocarci in una zona di rischio totale, senza nessuna baldanza e nessuna speranza (…). Non siamo e non vogliamo essere puro funzionariato. Non ci interessa questo ruolo all’interno della variegata, potente e inerte macchina editoriale di questi anni.
(…) Tutto questo può aprire uno spazio profondo per gli scrittori. Anche se è uno spazio di rischio. Il terreno è aperto. La strada è sgombra. Non ci sono le mappe. Ma non è una buona ragione per non continuare ad andare” ( L’invasione, pp. 14-15).
I romanzi e gli scritti teorici di Moresco stanno lì a dire: guardate che la letteratura può essere una cosa enorme, abnorme, feroce; può essere una cosa che prende dentro tutto, un incendio dell’anima. La letteratura può essere un’esperienza radicale.
Per questo gli hanno dato del massimalista, del velleitario, del presuntuoso. Questa è la colpa. Credere e soprattutto praticare un’idea radicale della letteratura. Da una parte stupirebbe il contrario: la radicalità è l’eresia suprema del nostro tempo. Dall’altra, appare paradossale che, alla rivendicazione di un ruolo forte dello scrittore, non corrisponda una generale adesione e alleanza.
Il Labirinto e il Minotauro
C’è un punto del pamphlet contro Calvino (“Il paese della merda e del galateo”, nel Vulcano) che mi sembra particolarmente significativo, che riassume bene il senso dell’attacco mosso da Moresco contro l’ideologia postmoderna.
Moresco mette a confronto il mito antico del Labirinto (“tra i più disperati ed esplosivi”) con la sua versione postmoderna e calviniana – il labirinto (con la minuscola). Osserva e vede subito una cosa che dovrebbe in teoria essere lampante, ma evidentemente non lo è: dov’è finito il Minotauro?.
È stato eliminato. Nemmeno ammazzato. Semplicemente è scomparso. Forse perché faceva paura, perché impediva di percorrere il labirinto comodamente. Eppure senza il Minotauro il mito perde significato.
“Nel labirinto depotenziato di Calvino il Minotauro (ragione stessa del labirinto, immagine dell’orrore e del male, orco divoratore di vite e di carne umana, la cui presenza imprime un carattere drammatico alla ricerca di una via d’uscita) non esiste più, è stato espunto. Non solo: del labirinto di Calvino (come nelle sue versioni ornamentali e simboliche attuate con siepi ad altezza d’uomo nei giardini si può venire a capo semplicemente tracciandone una mappa (questa sarebbe, tra l’altro, lo scopo della letteratura, della sua letteratura)” (pp. 28-29).
Nel mito antico le sole persone che riescono a evaderne sono Dedalo, Icaro e Teseo. Il paradosso utopico e il paradosso amoroso. Nel mito postmoderno non è più dato alcun paradosso, non è più data alcuna utopia, “le urla dei destinati a essere divorati sono diventate le piccole angosce autoreferenziali degli (auto)imprigionati…” (p. 30).
Il mito è diventato consolatorio, protettivo. Serve a nascondersi dalla mostruosità, dall’incomprensibilità, dal caos. Soprattutto, serve a elidere completamente ogni dimensione tragica.
Autosegregazione carceraria in un’illusione protettiva, elisione dalla tragedia, negazione della possibilità stessa dell’utopia. Io personalmente credo che queste considerazioni siano perfettamente applicabili non solo alla sfera culturale, letteraria, ma più in generale al nostro tempo.
Lo scrittore, il lettore, la fruibilità
Ogni volta che si discute di pubblico, lettori e fruibilità, provo l’irresistibile impulso di mettermi a cantare a squarciagola l’Inno della rivolta. Mi sembra che si sprechino inutilmente tante parole e si giri viziosamente intorno a una polemica fasulla e putrida.
Non vedo come e da cosa si possa dedurre che Moresco se ne frega dei lettori. Non capisco perché dovrebbe interessarsi ai lettori. È una questione malposta, un falso problema.
Uno scrittore scrive in un determinato modo perché non potrebbe fare altrimenti. Perché è necessario che scriva così. Non scrive per sé stesso, non scrive per il lettore. Scrive perché non può fare diversamente, come diversamente non potrebbe fare. È molto semplice.
Moresco non è uno scrittore che si prefigga programmaticamente l’illeggibilità. Non è nemmeno uno scrittore particolarmente difficile o astruso. È qualcosa di diverso: chiede molto a chi gli si avvicina perché chiede molto a sé stesso, alla propria scrittura. Chiede rispetto perché è pieno di rispetto verso il lettore. Pensa che accontentarsi non sia una gran cosa e crede perciò che il lettore sarà felice di trovare qualcosa che non l’accontenta semplicemente, ma che lo stimola e lo smuove.
Io sono felice quando un libro non mi accontenta ma mi sconvolge, mi domanda il massimo impegno e mi coinvolge in un corpo a corpo. Il corpo a corpo con un libro è la cosa più bella che possa capitare a un lettore. E allo scrittore che l’ha scritto.
“E poi magari esci dal supermercato con la tua sporta di plastica mezza sfondata dalle bottiglie, e subito dopo incontri sul marciapiede uno di quei bambini che ci sono in giro in questi anni, ancora piccoli, proprio piccoli, con quegli occhialoni dalla montatura di plastica colorata, legati dietro la testa perché non li perdano. Vedi i loro occhi deformati e ingigantiti dietro le spesse lenti di plastica per forti miopie, mentre ti passano vicino… Quegli occhi abnormi ingigantiti dalle lenti, che sembrano sempre sbarrati, come quelli di certi piccoli animali che vivono e soffrono nell’aria, nelle viscere della terra, dei mari. (…) Che lettore mi interessa incontrare? Sono anch’io un bambino dagli occhi abnormi e voglio scrivere per quel bambino dagli occhi abnormi” ( La visione, pp. 227-228).
Per finire incominciare
“Mai come adesso mi sento non pacificato e riconciliato. Mi sembra anzi che stiano crescendo sempre più dentro di me una disperazione e una delicatezza che non so dove mi potranno portare” ( La visione, p. 191).