The FK experience

September 24, 2004

LA MATITA ROSSA E BLU

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:36 am

di Riccardo Ferrazzi

(Pubblico questo pezzo dell’amico Riccardo Ferrazzi in risposta al mio precedente post "Su Antonio Moresco". Solo su Markelo Uffenwanken).

Non ho letto "I Canti del Caos", nè la prima nè la seconda parte, e, se devo stare a quel che ho letto in giro (non solo su Uffenwanken), non leggerò neanche la terza. Questa non è una "prerecensione", è un grido di dolore o, se preferite, di disincanto.

Non ne faccio neanche un discorso di "fruibilità" (che pure non è cosa da trattare dall’alto in basso). No, ne faccio proprio un discorso di letteratura. Ho una certa età, sufficiente per aver accumulato una discreta quantità di delusioni epocali. Non conto più i libri che ho lasciato a metà (perchè non ne potevo più) e quelli che mi sono costretto a leggere fino in fondo per poi accorgermi, in capo all’una e all’altra esperienza, che ero costretto a domandarmi: "Ma che cazzo mi ha detto?" Quando avevo diciott’anni era obbligatorio aver letto "La nausea" di J.P. Sartre. Ancora oggi mi domando in che cosa mi abbia arricchito la lettura di quelle migliaia di parole. Anzi, non me lo domando più perchè finalmente mi sono risposto: in niente. Di quanti libri che a suo tempo (e magari ancora oggi) sono stati considerati "fondamentali" si puo’ dire la stessa cosa? Una marea. Nessuno è (ovviamente) tenuto a pensarla come me, ma ciò che rende valido un "classico" è la sua permanente e perennemente mutante attualità. Amleto, Achille, Ulisse e Dante (in prima persona) hanno sempre qualcosa da dirci e non ci stancano mai (e se Dante fu trascurato per qualche secolo fu solo perchè la deriva stilistica che sfociò nel marinismo fece perdere di vista la preminenza della forma: discorso sul quale conto di tornare). E’ per questo che "si fanno leggere". E’ per questo che non viene mai meno la loro "fruibilità".

Apprezzo il paradosso di Uffenwanken, ma non condivido: scrivere per non essere letti è una contraddizione in termini. Anche il più ermetico dei poeti ermetici, in fondo al suo compiacimento elusivo, coltiva la speranza di essere compreso. Altrimenti, invece di scrivere liriche, si iscriverebbe a un corso serale per sibille cumane, delfiche, o affini. Quanto ai narratori che non hanno niente da dire, ce ne sono parecchi che onestamente si dedicano alla letteratura di evasione, da Ken Follett a Umberto Eco (ohibò!)

L’alone del guru, a mio sommesso parere, non si confà a poeti e narratori, dovrebbe essere riservato a chi predica una filosofia o una religione rivelata.

Dopo la buriana sperimentalista, provocazionista e concettualista del novecento, è ora di procedere a un sincero riesame: prendiamo in una mano i testi di letteratura e nell’altra la matita rossa e blu. Leviamoci dai coglioni una quantità di zuppe che abbiamo dovuto digerire per forza, perchè "l’hanno letto tutti". Se il re è nudo non vogliamo dirlo chiaro e tondo? Diciamolo almeno a noi stessi, confidiamolo agli amici più sicuri, parliamone nelle catacombe. Un giorno torneremo a vedere la luce del sole.

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