SU ANTONIO MORESCO
Quando, parecchi mesi fa, mi imbattei per la prima volta nella lettura di un libro di Moresco (I Canti del Caos II) provai fin dalle prime pagine un senso di vertiginosa repulsione. Leggevo questo "non-romanzo" e sentivo la vertigine, leggevo e stavo sull’orlo scollato di un mondo profondamente superficiale - superficiale nel profondo, superficiale abissalmente- che collassava dentro se stesso; l’assurdo e l’osceno che si esplicitava - a chiare lettere, riga per riga- come tale. Non l’assurdo ad esempio pinteriano, che "ammicca" all’assurdo stesso poggiandosi su travi di compensato di formale realtà, di fastidiosa quotidianità borghese. No. Il mondo di Moresco io lo percepivo a tentoni - e con angoscia - come una specie di antimondo, come se la materia letteraria fosse diventata antimateria letteraria, come se il film si proiettasse tutto in negativo. Si doveva vendere Dio attraverso una campagna pubblicitaria. Questo il target, la missione impossibile. Ma il marketing puo’ tutto, business is business ecc. E in mezzo, nel bel mezzo di questo vortice di parole, apparivano figure di freaks, di androidi ma dai ruoli ben definiti, androidi bene (o male) inseriti nella nostra società. A pag. 80 mollai la presa. Non ne venivo a capo. In seguito un amico mi spiegò che per capire davvero Moresco bisogna partire per forza dalle sue prime opere, prima ancora, quindi, dei Canti del Caos I. E allora, davanti alla solita birra, gli dissi che evidentemente Moresco stava procedendo scientemente all’annientamento della sua letteratura, che lui la sua letteratura la stava progressivamente autodistruggendo. Con un atto (quello di scriverla, proprio) che ha qualcosa di eroico, aggiungo adesso. A.M. è ovviamente un intellettuale e un artista senza compromessi. Non si spiega e non si piega. Potrebbe agevolmente comporre minuetti e "scherzi", romanzi tradizionali seppure "in via sperimentale" (cioè le solite truffe vendute come rivoluzionarie), pastiches sulla "porca Italia" come un Arbasino ma ad alto tasso testosteronico, finti nouveau roman post modernisti: infatti la sua scrittura - parlo di stile - è tutt’altro che impervia, è invece - come credetti d’intuire quella sera di fronte alla birra e a quell’amico - illegibilmente scorrevole. Moresco scrive in una lingua per nulla ostica e ostile nonostante sia per forza di cose raffinatissimo. E il suo procedere è un andare e venire per cerchi concentrici lanciati come meteoriti verso il baratro, un girare a vuoto che assomiglia al girare a vuoto dell’esistenza umana se presa a muso duro per quel che troppo spesso è. E’ anche, il suo, un rappresentare che si estrinseca attraverso fantasmi in carne ed ossa, figure metaforiche; perchè forse per lui il romanzo (questo genere che ha mangiato il cuore a tutti i generi) è metafora dell’insensatezza di una vita borghese morta dentro, abortita dentro, deceduta nel sonno. La civiltà borghese - la nostra - è schiattata nel sonno e dunque del proprio decesso non ha potuto accorgersi.
Quella di Moresco - così la vedo io - è furia distruttrice che implicitamente prega di non essere ciò che è, è la rappresentazione di un uomo contemporaneo che urla dentro il proprio incubo per svegliarsi. E’ disperatissima vitalità quella che lo muove. Credo che A.M. scrittore non vada capito in senso convenzionale, e nemmeno accettato. Credo che vada però amato per il coraggio che sta dimostrando nel rappresentare il caos, la disperazione, la rabbia, il disfacimento e la morte dell’essere umani. Il suo è un urlo vitale di dolore di fronte alla morte vivente, ciò che la vera letteratura non puo’ non essere, in ultima analisi. Va ben oltre il concetto di "fruibilità", va oltre il lettore, lo scavalca persino con orgoglio. I Canti del Caos possono esistere anche senza essere letti perchè il caos non si legge, il caos è dappertutto. In un certo senso, Moresco è un avanguardista "post-litteram" che procede in un mondo contemporaneo - letterario e non - che le avanguardie artistiche le ha digerite da decenni e le ha dovutamente commercializzate rendendole innocue, "producendole". E dunque combatte la sua guerra tra nemici di ogni sorta, di prima e di ora, resistendo col petto buttato in fuori.
Se c’è oggi in Italia, e forse in Europa, uno scrittore che non scende a compromessi soprattutto con se stesso, quello è Moresco. Io personalmente faccio e credo in un tipo di letteratura diverso. Durezza e calcio nei coglioni, si, ma anche - detto con la solita brutta parola - "fruibilità". Lui di questo se ne fotte. E come si fa a non ammirarlo, anche solo per questo e anche se non si è d’accordo?