HO SOGNATO MISS ITALIA
La notte scorsa guardo in tivu le fasi finali di Miss Italia. La bella fanciulla bionda dagli occhi color cielo vince e posso ritenermi soddisfatto dell’esito raggiunto. Vado a dormire mentre Marzullo inizia a a tormentare Maurizio Costanzo. E sogno.
Sono fidanzato con Miss Italia. Tutto regolare. Però io ho 43 anni e lei 18. Per me non c’è problema, va tutto bene. Nel sogno è implicito che ci si conosca da mesi e che il nostro sia un rapporto, come si suol dire, impegnativo. Siamo nel soggiorno di casa mia e lei mi fa: "L’ho detto, a papà". "Cosa?", le chiedo io guardandola nel bel viso con apprensione. "Che hai 43 anni". Mi lancia subito un sorriso d’incoraggiamento e la mia apprensione non cala di un fotone, si mantiene stabile. "E allora? Come l’ha presa?" "Vuole conoscerti… Anche la mamma, naturalmente". Quel momento doveva pur arrivare. Come altre volte. L’atroce momento della conoscenza degli estranei. E io estraneo in casa loro, per farmi conoscere. Un atto contro natura. Princesse, à vos ordres.
Dissolvenza in nero. Sera. Una porta si apre sull’abisso. L’apprensione è diventata ansia. Sono a casa dei genitori di Miss Italia e ho uno squallido vassoio di paste in mano. La madre mi accoglie con tutta la cordialità di cui dispone. E’ brutta come la fame come ogni vera madre di miss dev’essere, un bidone aspiratutto tirato a lucido. La miss è il riscatto estetico di una bruttezza atavica propagatasi per generazioni, fino alla scherzo di natura. Entriamo nel salone. Luci fioche, mi sento come un albero scarno puntato come un missile contro un cielo spezzato in duemila parti. Tavola apparecchiata. Anzi, imbandita. Sembra Natale, la festa delle atrocità familiari, la festa della morte comandata. Attendo da un momento all’altro che un cugino lunatico faccia il suo ingresso armato di coltello seghettato o di trinciapolli, la bava alla bocca e gli occhi molli dell’assassino seriale. Odo il ronzio ossessivo di una zanzara gigantesca, sono sull’orlo di un collasso nervoso in procinto di diventare psicosi, la pendola batte le nove, tremano i vetri come se a meno di un isolato di distanza stesse passando un TGV alla massima velocità, mi sento singhiozzare dall’interno, sento distintamente il mio cuore che geme. Entra lui. Ha la mia faccia. Sono io tra vent’anni, forse. Spero di no. No. Imbolsito, pappagorgiato, la giacca sformata color cacca, patetico, le borse sotto agli occhi fino alla frontiera con Berlino Est… E’ un delirio d’uomo. Non mi riconosce ma io riconosco lui. Ha i capelli bianchi, lunghi e scarmigliati da Einstein demoniaco. Miss Italia è la figlia di Mabuse. Il vecchio mi sorride con la faccia grave. Sono installato nel panico più totale. "E che Dio mi chiami a sé", mi sento dire.
Mi sveglio, col cuore che batte a venticinque rintocchi al secondo.