Il film è scritto con grande abilità. Schrader è uno sceneggiatore abilissimo, conosce a menadito le regole del gioco. Climax, anticlimax, ecc. Cose che si insegnano- non sempre con cognizione di causa- nei corsi di scrittura creativa. Ma dove sta la difficoltà? Sta nello scrivere queste "parti" come se non si inventasse ma si stenografasse, quasi, la versione dei fatti, l’unicum. Là dove la fiction diventa possibile, dove la storia confluisce in milioni di storie. Mentre si scrive, insomma, bisogna dimenticare che esiste climax e anticlimax, ecc. Quando si scrive bisogna dimenticare di avere una tecnica. Se ce lo ricordiamo, significa che questa tecnica non l’abbiamo ancora assimilata, non è diventata parte di noi.
E’ stato detto che American Gigolò ha riferimenti alti. Dostojevski, per esempio. La discesa agli inferi, la purificazione nell’amore tramite la giusta espiazione. Una cosa è certa, la ricetta di Schrader è senza tempo: due amanti, una brutta, bruttisima storia di violenza e di morte, un’indagine, un’ingiustizia, i voltafaccia, il sacrificio, la catarsi del sentimento. E’ questo che il pubblico degli anni 80 -non ancora rincitrullito da tonnellate di megahertz di Dolby Surround e computergraphic- voleva, e questo Schrader ha servito. Nel pacco dono di un’ambientazione di lusso (quella che i critici cinematografici chiamano "confezione"). L’abito, l’Armani del film.
Sono uno spregiatore del dilettantismo. Ne ho piene le scatole dei dilettanti, d’ogni maledetta risma. Odio i velleitari, i consumisti di se stessi, i narcisisti senza nulla da dire. Odio le telecamerine digitali che riprendono il baratro, per non dire ciò che non c’è, ovvero il nulla. Magari si potesse cinematografare il nulla, sarebbe già qualcosa. Lars von Trier& Compagni hanno dato la stura a eserciti di imbecilli senz’arte nè ovviamente parte per propinare ad amici, parenti e festival del cinema, da Milano a Casalpalocco, megatroni di cazzate pseudofilmiche, amatoriali conati di fiction orecchiata col cazzo, indagini al di sotto di ogni sospetto nel "ventre della metropoli", nel ventre della balena - come Giona/Signorini Soddisfatti alla Ortega Y Gasset-, nel ventre molle del loro debole pensiero senz’azione. Il cinema, come la letteratura, è affare per gente con le palle, che siano uomini o donne o del terzo sesso non importa. E lo scrittore/cineasta Paul Schrader ha le palle.
American Gigolò fonde alla perfezione, direi, il linguaggio del thriller con l’esistenzialismo, con il romanticismo. Mai svenevole, nemmeno per un nanosecondo, sempre con il "punch" pronto a colpire - gassmanianamente parlando - sempre teso (carloverdonianamente parlando) al raggiungimento dell’obbiettivo: non solo avviluppare lo spettatore, ma coinvolgerlo quasi con perfidia, annodarlo alla testiera del letto, quasi fosse lui, lo spettatore, un oggetto di piacere. Un film, alla fine, che ti riconcilia con gli affari romantici, quelli che fanno rima con cuore. Parola da disprezzare, di solito, data la profusione di volte nelle quali viene a torto pronunciata, fino a farne un oggetto d’ impura inutilità, un gadget per canzonette sfiatate, per amanti che non amano, per amori che non esistono.
Il contrappunto immagini/colonna sonora è una delle cose migliori del film. Moroder ha costruito una soundtrack minimale con pochi accordi, una non-canzone che sfila vibrante lungo tutto il film. Una specie di ronzio tonale. Nei momenti più topici si ascolta "Call me" di Blondie, inno di una generazione di ventenni sopravvissuti, grazie alla loro età, alle stronzate veramente immorali del Sessantotto, alle giaculatorie d’antan di quelli che oggi hanno superato la cinquantina e hanno le chiavi delle stanze del potere, i ricchipirla padroni del vapore che oggi ci inondano di merda fritta forse per compensare una giovinezza buttata nel cesso, tra mix-disappeal di Che Guevara orecchiato male, Mao sentito peggio, Marx sentito dire e operaismo da Liceo Per Ragazzini Di Buona Famiglia. Gente che già alla fine dei Settanta, abbondantemente rinfacciando se stessa, inondava con la loro puttanesca presenza oscenica le discoteche del mondo occidentale, sculettando orridamente alle canzonacce disco dei Village People o di Gloria Gaynor.
Inoltre, Schrader è grande nel montaggio e nelle soluzioni di ripresa. Spesso usa la soggettiva, quando è Julian a muoversi verso la sua bellissima amante. Il controcampo è immediato, si stacca su una soggettiva, questa volta dal punto di vista di lei. E’ l’incontro di due destini, reso con la fluidità di tocco e la leggerezza spontanea dei maestri del colore. Il primo amplesso tra i due viene raccontato in pochissimi minuti con una grazia che raramente s’è vista nelle sale, e che comunque è stata in seguito abbondantemente imitata. Primi piani di una gamba di lei che si flette, primo piano di una mano di lei che si contrae nello spasimo del piacere, primo piano di lui che muove il torace contro la bocca di lei. Semplicissimo. Efficacissimo. La classe non è acqua, no davvero.
Il finale è struggente, senza un solo grammo di melassa. Nel parlatorio della prigione, lei dice a lui di aver mandato tutto (marito senatore, denaro, rispettabilità, futuro) al diavolo per salvarlo dall’accusa. E lui le dice:
"Perchè l’hai fatto?"
"Non avevo scelta. Io ti amo"
"Anch’io, Michelle. Quanto tempo ci ho messo a capirlo…"
E abbassa la testa sul vetro divisorio, come a toccare attraverso quel vetro la mano protesa di lei.
E’ possibile scrivere e girare un "happy ending" migliore di questo? Non lo so. E comunque non m’importa.