The FK experience

August 29, 2004

IN MEMORIA DI ENZO BALDONI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:15 pm

Lascio fare a un amico che non ho mai conosciuto. Lui era troppo famoso ed era troppo vecchio. Io ero troppo giovane e troppo stupido. Eravamo anche troppo lontani, per soprammercato. Ma lui è ancora mio amico, anche se è morto. Sto parlando ancora di Vinicius de Moraes. Lascio fare a lui. Come a tanti altri grandi artisti, quando mi sento fuori fase, lascio a lui le chiavi del mio cuore. Anch’io, un cinico (ma sarò veramente un cinico?…) ho un cuore. Perlomeno, ce l’ho organicamente parlando…

Mi piace condividere le cose belle. Niente narcisismi, un po’ di generosità. Mangiare e bere da soli mi fa tristezza, diciamo. Fin da piccolo mi hanno insegnato a dividere la pagnotta, come il soldato sul fronte e il suo commilitone. Ho trovato io il pezzo di pane, ma siamo affamati entrambi. Avremo fame anche dopo, ma abbiamo condiviso un po’ di sopravvivenza.

A volte si vive per sopravvivere. Purtroppo. A volte si vive per non morire. Niente retorica, c’è un po’ d’esperienza in quello che dico. Un pizzico di ricordi da "marciapiede". La filosofia spicciola (senza carta di credito, cioè) dell’uomo della strada. La poesia concilia la nostra veglia.  Lascio fare a Vinicius, un amico che non mi ha mai mentito. Per Enzo. Che riposi in pace.

 

SONETTO DELL’ORA FINALE

Sarà così, amica: un certo giorno

mentre saremo a contemplare l’occidente

sentiremo sul volto, all’improvviso

il bacio lieve di una brezza fredda.

 

Tu mi guarderai in silenzio

e anch’io ti guarderò, con nostalgia

e partiremo, intontiti di poesia

verso la porta oscura aperta di fronte a noi.

 

Nel valicare le frontiere del Segreto

io, calmo ti dirò:-Non avere paura

e tu, tranquilla, mi dirai - Sii forte.

 

E come due antichi innamorati

notturnamente tristi e abbracciati

entreremo nei giardini della morte.

(Montevideo, luglio 1960)

DOMENICA CON VINICIUS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:16 pm

Adoro Vinicius de Moraes. Adoro la sua capacità di consolare, la sua commovente generosità di poeta. Adoro le sue canzoni, scritte perlopiù in collaborazione col Maestro Jobim. La ragazza di Ipanema è la più brutta, onestamente. Ci sono tantissime altre perle rare gettate per la nostra consolazione. A nostra disposizione. Possiamo coglierle quando vogliamo. Basta saperlo. La poesia di Vinicius si nutre di sensualità naturale. E’ poesia del corpo che grida d’essere anima. E’ romanticismo esasperato dai sensi. E’ canto pulito.

De Moraes nasce a Rio nel 1913. Ottima famiglia, ottimi studi. Dopo la laurea in legge comincia a fare il giornalista. Nel 33 esce la sua prima raccolta di poesie, Cammino verso la distanza. Nel 36 conosce Ungaretti, che lo farà conoscere nel nostro paese. Nel 43 inizia la carriera diplomatica e iniziano i viaggi, in quasi tutta l’America Latina e in tutta l’Europa.

Società e amore, pubblico e privato, folla e coppie di teneri amanti. I temi di Vinicius: la fame d’amore, il sole, la carne, la solitudine. Del 49 è Patria mia, del 57 Libro di sonetti, del 59 Nuove poesie. Vinicius è personalità multiforme, scrittore versatile. Fa teatro, inizia a scrivere testi di canzoni che diverrano immortali nel 56, assieme ad Antonio Carlos Jobim, l’inventore della bossa nova, un vero e proprio genio musicale. Il primo pezzo dei due autori è Chega de saudade.

Sempre nel 56 Vinicius scrive Orfeu da Conceiçao, opera teatrale da cui sarà tratto il film Orfeo negro di Marcel Camus, una coproduzione italo-francese-brasiliana. Altre raccolte poetiche: Per vivere un grande amore del 62, Cordelia e il pellegrino del 65. Vinicius abbandona la diplomazia e diventa artista a tempo pieno, cantando spesso i svariate produzioni musicali. (Famose, in Italia, le sue collaborazioni con Toquinho e Ornella Vanoni).

Muore nel 1980. La canzone più bella che ha scritto secondo me è Felicidade. O forse Insenatez

In questa domenica bella e triste ricopio con rispetto una sua poesia. La vita è fatta di momenti.

SONETTO DEL BREVE MOMENTO

Piume di nidi sui tuoi seni; urne

di rossi fiori sul tuo ventre; fiori

lungo tutto il tuo corpo, terso dai dolori

di primavere pazze e notturne.

 

Pantani vegetali sulle tue gambe

che fremono di serpenti e di sauri

itineranti nei multivari

fiumi di acque statiche ed eterne.

 

Belve che ululano nelle steppe fredde

delle tue bianche natiche vuote

come un deserto tramutato in neve.

 

E nel mezzo di quella inumana fauna e flora

io, nudo e solo, ascolto l’Uomo che piange

la vita e la morte nel momento breve.

(Belo Horizonte, 31 marzo 1952).

 

August 28, 2004

SULLA PIETAS MEDIATICA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:55 pm

L’amico Razgul ( www.tunga.splinder.com) scrive sulla colonna dei commenti del mio pezzo qua sotto di perdonare la sua franchezza. Faccio di più, almeno spero. Gli rispondo proprio col pezzo che state leggendo. Tutto gira attorno alla pietas. Per capire cos’è la pietas per un antiliberista illuminato mi permetto di segnalare il pezzo dello stesso Razgul sul blog succitato, in data 20 Febbraio 2004. Titolo: Luglio, Agosto, Settembre (nero).

Dunque, spero che Razgul mi permetta di dire pubblicamente di essergli amico senza conoscerlo. Ma leggendo quel suo pezzo che lui con encomiabile onestà intellettuale mi ha segnalato facendo un’eccezione al suo modus operandi (e di questo lo ringrazio) non ho potuto che approfondire nel mio intimo certi discorsi che mettono insieme, come in un cocktail ad alta gradazione umana, la politica e la pietas. Il pezzo di Razgul è notevole perchè apre squarci che il giornalisticume di destra e di sinistra e di centro di norma trascura. Non artatamente, attenzione. E’ che manca la forza morale, il coraggio, la capacità di comprendere l’altro.  Manca l’intelligenza, anche. Manca la sensibilità. L’umana capacità di capire. Manca la benzina verde del mondo, l’empatia. Il giornalisticume, nel suo insieme, è fisologicamente incapace di soffermare il suo occhio bovino sulla "strana coppia" politica- pietas. Strana coppia come tutte le coppie. Non esistono coppie normali, del resto…

Ora, che un antiliberista scriva pubblicamente che bisogna capire le ragioni degli altri, e lo faccia approfondendo e aprendo il nocciolo d’uranio della questione, è cosa difficile da trovare ed è per me, in questo momento di disagio e di disgusto (come ho voluto sottolineare in quel pezzo che nient’altro era che la verbalizzazione di uno sfogo) motivo di grande consolazione. Non sono d’accordo con Razgul sul fatto che certi morti non siano degni di pietà, come spero di aver capito dal suo commento qui su Markelo Uffenwanken. Non sono d’accordo perchè la morte, cristianamente, rimette in certo senso le cose al loro posto. Ma mi rendo conto che questo è un discorso che sarebbe più opportuno fare a parole, con la calma e la pacatezza necessarie. 

Non è però questo il momento per la pacatezza. Se ci sentiamo afflitti e impotenti, se ci sentiamo intimamente disgustati, se non abbiamo voglia di andare col bisturi delle nostre povere parole solitarie a incidere nel vento delle parole al vento, gettate in un colossale, generale manrovescio massmediatico, è forse meglio tacere. Oppure è meglio cercare di guardare dentro noi stessi, alla ricerca della nostra verità.

Qual’è la verità di un uomo? Essa, a mio parere, è racchiusa nelle sue intenzioni. Nell sue intenzioni è racchiuso a sua volta l’ovulo d’oro dell’onestà intellettuale. E allora, se ci si riconosce perlomeno onesti, nel marasma delle nostre manchevolezze, dei nostri sfoghi spesso singultanti, nell’accettazione (non passiva) della nostra incapacità conclamata di non capire tutto, di non poter giudicare tutto con serenità, perchè la serenità ci è venuta a mancare, perchè essa è volata nell’Isola Che Non C’è, allora si è perlomeno pronti per riflettere, per fermarsi, per riunirsi con la nostra coscienza sfilacciata dall’angoscia.

E’ vero, non tutti gli artisti sono uguali, come scrive Razgul nel suo commento. Ma ne basta uno, io penso, per rovinare tutto. Forse è vero: sono un tardoromantico sognatore, sono un dadaista post-litteram che ha sbagliato il momento in cui nascere. Forse sono un artista, ma l’arte odierna, il "comparto- arte contemporanea", non fa più per me.

Perchè ne basta uno per rovinare tutto, lo ribadisco. E il fatto è che sono in tanti. Non è che l’arte debba essere pura e racchiudersi a riccio in se stessa. Soltanto, è lecito attendersi da un artista o sedicente tale un discorso non sempre da investigatore della dietrologia applicata ai propri interessi, ma, piuttosto, da indagatore dell’animo umano. Se io leggo un pezzo di Eraldo Affinati sul Corriere sul maxitamponamento di quest’estate nei dintorni di Roma, ricevo quello che un artista è votato a dare: consolazione impegnativa dai mali del mondo. Una consolazione, paradossalmente, dolorosa. Perchè Affinati (nel nome un destino) mi fa entrare in quello che ha vissuto, nel groviglio dei corpi martoriati e delle lamiere contorte, e senza pronunciare quella parola, stende un tappeto di pietas. E mi commuove. Ma mi ha appena assestato un pugno nello stomaco, nondimeno. Ecco perchè mi indigno, per non dire di peggio, se, all’indomani dell’esecuzione di Baldoni, alcuni artisti si mettono a fare i tuttologi del nulla (come ho scritto nel mio pezzo precedente) invece che stendere un velo di pietas, di consolazione dolorosa. Dolorosa perchè inevitabilmente tale. Tutto qui. Essendo un artista mi permetto di parlare di ciò che conosco meglio. Sui commentatori di professione della politica non mi dilungo. Ma uno scrittore deve conoscere, a mio parere, non solo l’indignazione, ma anche la pietà. Per i morti, e anche per i vivi. Per gli estranei. Per i nemici. Per tutti, possibilmente.

DISGUSTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:48 pm

Si stanno scatenando, da ogni parte, i lettori della dietrologia. La caccia al mistero è appena cominciata. Gli assaltatori politicamente corretti hanno appena iniziato il loro repulisti. Ma io ne ho già la nausea. Baldoni= Ilaria Alpi, i fascisti, al ladro al ladro e al lupo al lupo. La democrazia-zerbino, la loro democrazia. Loro hanno sempre ragione, come quel vero fascista, Benito Mussolini. Perlomeno secondo Longanesi.

L’emittenza ufficiale, invece, spara a onde lunghe la sua verità come sempre parziale, come sempre in odore di falsità, come sempre schifosamente, perversamente funzionale. Siamo inondati dai falsari. Non solo da quelli di stato, dai postribolari della RAI, dalle puttane da Salon Talk Show Kitty, dai Vespasiani. Dall’altra parte i nuovi Michael Moore de noantri sparano conclusioni sulle loro speranze: vedere morire l’avversario possibilmente dissanguato, tra atroci dolori. Vedere morire in un ralenty eterno Fabrizio Quattrocchi. Non ce la fanno, questi signori, a mettere insieme un po’ di pietas. La pietas, per loro, è affare troppo complicato, o forse,  viceversa, troppo semplice. Questa gente ha bisogno della complicazione, ha bisogno del complotto a ogni costo. Il giornalismo alla Le Carrè. Solo che Le Carrè è uno scrittore di fiction.

Si spalancano le fauci di siti internet e blog. E’ un’alta marea e dobbiamo resistervi. Navigare necesse. Se necessario, faremo il "morto". Hanno fatto fuori un ottimo giornalista, non uno sporco mercenario. Lo sporco mercenario era un "fascio", uno che magari ha anche urlato "Vi faccio vedere come muore un camerata". Ma si, "italiano" era parola troppo leggera. Dove attaccarsi con la propria dietrologia da strapazzo delle uova? Invece al "camerata" si puo fare di tutto, come in una Piazzale Loreto senza rete. Nessuna pietà per i morti. Che lo scempio continui.

Il disgusto. La voglia di mandare tutto al diavolo. Il dialogo tra sordi. Le solite questioni. Il fondamentalismo della cattiveria, dello spergiuro, del fango, dell’inutile e dannoso blaterare. Non c’è scampo, da nessuna parte. Meglio spegnere tutto, mettere una mascherina nera e dormire, dormire, sognare forse… La consolazione dell’arte. E gli artisti che, invece di consolare, fanno politica dei mei cojoni. I tuttologi del tutto e subito. I tuttologi del nulla.

POSTA DEL CUORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:09 pm

Isabella Bossi Fedrigotti è una brava giornalista e scrittrice. Da anni tiene una rubrica di "posta del cuore" sul Corriere della Sera. E poco tempo fa ha sfornato un volume di lettere inedite, intitolato "Amore mio ti odio". Fosse stato un po’ più lungo, se fosse seguito ancora qualcosa a quell’ "amore mio ti odio", quello sarebbe stato un ottimo titolo à la Wertmueller. Ho la curiosità dell’onnivoro mai del tutto sazio. Posso passare dagli aforismi di Emile Cioran alle vaccate en rosa di Candido Cannavò, Da Pascal a Pasquale del Grande Fratello. Il calembour mi anima, la concatenazione mi arrapa, il surrealismo mi affascina perchè è reale. Il surrealismo dell’esistenza è palpabile. Qualche giorno fa un lettore di questa rivista o zibaldone (per una volta, provo a non scrivere la parola blog) mi accusava nella colonna dei commenti di non essere un vero dadaista, e mi serviva una lezionicina bignamica di Dadaismo. Come se potessi aver parlato del Dadaismo primigenio. Oggi non esiste più il Dadaismo come avanguardia artistica e non solo, ovviamente. Ma può esistere il dadaismo personalizzato, il dadaismo naturale, placentare. Il MIO dadaismo. E anche il TUO. Io, come essere umano, sono dadaista. L’umanità è dada. La morte è dada. Essere onnivori (nel cibo, nelle amicizie, nelle letture, negli ascolti musicali, nelle visioni filmiche) è dada. Tutto è dada. Anche perchè il nulla - il bastardo- è assolutamente dada.

Non sfugge al dadaismo dell’esistenza umana nemmeno Isabella Bossi Fedrigotti, una donna di origine mitteleuropea, come di origine mitteleuropea sono io. Mi piace la sua classe, persino qualche sua traccia di snobismo. Ma il suo è snobismo naturale, soffice; talmente naturale che soltanto uno snob altrettanto naturale (come sono stato accusato forse a ragione di essere io) può forse capire, o meglio avvertire. Ho imparato a non prendermela più per l’etichettatura di snob che fi tanto in tanto qualcuno mi appiccica sulla fronte di tanto in tanto inutilmente spaziosa. Lo snobismo è una malattia tutto sommato non totalmente curabile ma controllabile. L’importante è non sforzarsi troppo per apparire ciò che non si è.

Dunque IBF è una donna di classe e di cultura, un’intellettuale di buoni natali che dalle colonne del Corriere della Sera risponde ad uomini e donne sul perenne conflitto dei sessi. Elargisce consigli, cerca di chiarire, di dipanare le solite matasse di lana spessa. Lo fa senza spocchia, con generoso distacco, con grazia ferma, senza facili moralismi. Come tutte le penne di valore, ISF trova naturalmente la via della semplicità. E’ una borghese placentare e questo le regala quella dose di buonsenso che si è acquisito senza sforzo, perchè il buonsenso ci è stato regalato a piene mani dalla Fortuna. Quella di essere nati "bene".

Quello che stupisce, a  mio parere, è soprattutto questo, nell’indagine via lettera della scrittrice: l’ormai fifty-fifty, l’effettiva parità raggiunta tra i sessi di chi scrive. Se fino a venti o anche solo dieci anni fa, come ammette la stessa Fedrigotti, il 70% delle messaggere d’amore erano donne, oggi siamo arrivati a un 50/50. L’uomo da un lato è sempre più insicuro e in difficoltà, dall’altro non ritiene più svirilizzante chiedere consigli d’amore a una posta del cuore. E poi c’è dell’altro: pare che nel lungo fiume dell’amore, gli uomini stiano da un lato e le donne dall’altro. Sponde opposte, fiume interminabile.Come ha affermato la stessa scrittrice in un’intervista: "Uomini e donne si fanno dei segni da lontano, ma non si capiscono. Cercano di comunicare per incontrarsi, ma non si intendono".

Eppure uomini e donne sono uguali nelle lamentele generalizzate: gli uomini sono tutti egoisti. Di rimando, gli uomini: le donne sono tutte egoiste. Siamo molto più simili di quel che crediamo. Siamo opposti nell’apparenza. Ma siamo tutti la stessa cosa. E allora? Niente: è l’amore che ci frega, nient’altro.

August 27, 2004

EYES WIDE OPEN

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:28 pm

Sul blog dell’eccellente giornalista-scrittore Giuseppe Iannozzi ( www.bio.blog.excite.it) leggo ieri sera una sua interessante intervista al critico cinematografico Simone Ciaruffoli, a proposito del suo libro monografico sull’ultimo film di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut. Raccomando la lettura del blog di Iannozzi ( e della sua creatura Kinglear) e dell’intervista. E del libro, che io personalmente leggerò quanto prima.

Ciaruffoli è critico di spessore. L’ho seguito alcune volte su Nazione Indiana, su Pickpocket, su Sentieri Selvaggi. Ha il coraggio di dire quello che pensa senza paraculismi. Nell’intervista iannozziana dice per esempio senza mezzi termini che c’è poco da fidarsi dei critici cinematografici cosiddetti "quotidianisti", e fa anche alcuni nomi: Kezich, la Tornabuoni, la Detassis. Salva giustamente Enrico Ghezzi, un uomo che conosce a menadito la macchina filmica, il congegno. Non risparmia frecciate nemmeno agli scrittori che si occupano di cinema, ai tuttologi dalla penna facile. Lo fa tutto sommato con affetto ma lo fa, e credo giutamente. Anch’io, da scrittore appassionato di  cinema, ogni tanto di cinema ne scrivo. E’ più forte di me. Ho anche una risposta a tutto questo volersi esprimere sul cinema di noi scrittori di narrativa: a noi il cinema non ce lo fanno fare. Gli sceneggiatori di professione quasi non esistono più. Come gli autori di testi per canzone, i parolieri. Quando il cinema italiano era un’industria funzionante, un congegno da milioni di dollari, quando esisteva la Hollywood sul Tevere, molti scrittori scrivevano sceneggiature. Alcuni sono addirittura passati a dirigere film. Non aspireremmo a tanto, anche perchè per fare questo ci vuole mestiere, propensione all’immagine filmica, tecnica. A ciascuno il suo.

L’intervista all’ottimo Ciaruffoli mi ha fatto ripensare a quell’ultimo film, al testamento di Eyes Wide Shut. Occhi spalancati chiusi. Ossimoro salvavita. Dichiarazione d’intenti e di poetica arrivata post-mortem. Quasi una beffa del destino. Stanley Kubrick ci ha fatto sapere cosa ne pensava veramente di tutto il suo cinema soltanto da morto.

Eyes Wide Shut l’ho visto una prima volta il giorno dopo la sua uscita in Italia. Attendevo Kubrick dall’87, da Full Metal Jacket. L’attendevo al varco come tutti i kubrickiani di ferro ai quali mi onoro di appartenere. Sapevo delle critiche negative. Sapevo che quelli s’erano sbagliati, che s’erano voluti sbagliare. E vedendo il film ho maledetto l’idiozia del mondo.Qualcuno ha scritto che questo film è un viaggio all’interno delle contraddizioni della morale. Può darsi. Io credo che quel film sia anche un vero viaggio fino al termine della notte, fino all’inesplicabilità di tutto. Si parla di sciarada, nel film. Vidi EWS una seconda volta tre giorni dopo. Mi facevo centinaia di domande, non riuscivo a darmi una spiegazione su tante cose, l’enigma si ispessiva domanda dopo domanda, non sapevo darmi pace, la seconda visione, invece di chiarire le mie domande, invece di portarmi a un risposta o a una serie di risposte, mi abbandonava sempre più nel buio, brancolante come un poliziotto alle prese con un caso senza soluzione. Ero inquieto, nervoso. La prostituta dell’orgia era stata veramente uccisa? Il thriller entrava perfettamente nel mondo angosciato del giovane medico, nella sua gelosia fulminea, inaspettata. La gelosia di un pensiero ossessivo. Si può tradire solo con il pensiero? Se è così, siamo tutti traditi e traditori.

Se è vero che non c’è molto da capire, in quanto il film non ha soluzioni perchè non ha vie d’uscita (il finale, con la Kidman che offre al marito la soluzione ai loro problemi di coppia: "scopare", così dice lei prima che il regista stacchi su un nero brutale che chiude il film, è chiaramente sospeso forse sul nulla) è anche vero che la vita in genere non offre molte chiavi d’interpretazioni su se stessa. Dunque EWS è un film modernissimo perchè attraverso le psicologie di personaggi angosciati dall’enigma in cui galleggiano le cose importanti della vita, ci offre il quadro di una situazione instabile, inafferrabile, aliena. Tom Cruise, nel suo viaggio notturno alla ricerca del piacere, non tocca nulla: nè la ragazzina minorenne figlia dell’affittacostumi, nè la prostituta conosciuta a un angolo di strada, nè l’altra, nella villa, colei che forse  sacrifica la sua deviata esistenza per la sua liberazione di perfetto sconosciuto in mondo di sconosciuti perdipiù mascherati. Cruise/Harford è un medico-chirurgo che vive il suo tentativo fallito di trasgressione indossando guanti di lattex, protetto dai bacilli dell’esperienza transitoria. Non tocca nulla e da nulla viene in fondo toccato. Riesce persino a baciare la morta all’obitorio quasi come se questo fosse cosa normale; senza partecipazione, senza lacrime, accostando appena le labbra. Il suo dolore è tutto creato dal cancro della gelosia. Tutto nasce durante la rivelazione fattagli dalla moglie (forse il momento più alto del film, dove lo scavo psicologico si fa profondissimo, dove lo spettatore non può non partecipare emotivamente, anche con la commozione della condivisione, dell’empatia) di essere stata sul punto di fuggire con uno sconosciuto, solo visto e piaciuto, in una lontana vacanza. Pronta a lasciare lui e la figlia piccola per uno sbocco improvviso di passione per un estraneo. L’amore più forte della morte, più forte di tutto. Kubrick, in EWS, fa del cinema tardoromantico, traspone una Finis Austriae alla fine di un altro Secolo, nella New York Grande Mela  non più da mordere. La diabolica capacità di preveggenza di SK, già. Schnitzler e la sua Traumnovelle sono il mezzo indispensabile per parlare di ciò che non vediamo: perchè noi non vediamo la realtà; e allora uno come Kubrick, con brutale gusto della svelazione, questa realtà cruda, secca, implacabile, ce la fa vedere. Il cinema come operazione di alta letteratura. Lo scrittore che non ci fa più immaginare nulla, che non ci fa leggere ma ci fa vedere ciò che lui ha potuto vedere in anteprima, con l’occhio dello sciamano. Noi spettatori condividiamo la visione di Kubrick, il suo sguardo senza speranza, il suo apparente distacco. L’occhio di Schnitzler spalancato sul medioconscio è lo stesso occhio di Kubrick, l’occhio che in un certo senso uccide della sua cinepresa. Il film ci offre la visione dei pensieri di Mr. Harford, ci fa vedere il doppio sogno, il sogno gemello, il sogno-di-coppia: lei sogna il marito pressapoco nella situazione in cui egli si trova, nello stesso momento, nella realtà. Vale a dire: può esistere una comunione di sentimenti solo nel sogno, all’insaputa della coscienza. Nel medioconscio schnitzleriano, dunque nei territori del sonno, si muove anfanando il dottore alla ricerca di un’impossibile vendetta dei sentimenti. Tant’è che la sua visita notturna alla villa ci pare tutta un sogno, l’inevitabile compimento di una giornata pessima. L’incubo di trovarsi alla mercè delle proprie paure.

Stanley Kubrick aveva letto il breve romanzo di Arthur Schnitzler parecchi anni prima. C’è un libro che raccomando, si chiama "Eyes Wide Open" ed è stato scritto di Frederic Raphael, lo sceneggiatore del film. Raphael è un ottimo scrittore di una certa età, e soprattutto è uno sceneggiatore specializzato in film basati sui problemi di coppia. Uno su tutti, "Due per la strada" di Stanley Donen, con Audrey Hepburn e Albert Finney, del 1967. In quel libro scorrevolissimo e davvero ben scritto, lo sceneggiatore racconta del suo rapporto con il grande regista: le loro telefonate chilometriche, i dubbi e le irresolutezze del Maestro, il suo andare per tentativi e per continui tagli della sceneggiatura, fino a ridurla all’osso, fino a farne una scheletrica piattaforma d’indicazioni sulla quale basare la sua possente macchina da cinema. Kubrick fa scrivere a Raphael la sceneggiatura decine di volte, per mesi e mesi. Lo scrittore consuma tonnellate di carta, poi ad un tratto Kubrick detta la regoletta dalla quale non si dovrà più deviare, al telefono,come se nulla fosse: "Segui il vecchio Arthur". Non occorre reinventare quello che un genio come Schnitzler aveva genialmente creato parecchi decenni prima, certo. Trasformare una Vienna fin de siecle in una New York di fine millennio non sarebbe stato affare particolarmente complicato, poichè la grande storia, ovvero la grande trama, era già stata scritta dal grande narratore viennese. Si trattava di mescolare in un cocktail perfettamente dosato un rosa-shocking con un thriller. In realtà, quello che aveva scritto il grande viennese e quello che ha filmato il grande newyorkese seguendolo con l’umiltà dei grandi è stato un notturno viaggio mentale. Filmare la mente, filmare la psiche. Una scommessa vinta solo da pochissimi registi. EWS ci fa vedere ( a occhi sbarrati, come il protagonista allucinato di Arancia Meccanica nella terapia di riabilitazione governativa) il nostro cuore ferito, dannato, perso nel vuoto di noi stessi.

REQUIEM PER UN OSTAGGIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:24 am

Dunque l’ostaggio è morto. Non ne sono altro. Ho visto un amico, stasera. Non ha saputo dirmi altro. Non ho guardato la tivu (ero pago delle Sorelle Mac Leod, sapete), non ho visitato siti internet d’informazione. Non so nulla, a parte che l’ostaggio italiano ci ha rimesso le penne.

Non dirò che mi dispiace. Non verserò una sola, fottuta lacrima. Non farò commenti, a parte questo. L’ipocrisia tracimerà, sgorgherà. Poi la dimenticanza, l’oblio. Il rutilante mondo della politica. E del giornalismo de mei cojoni. Nuovi mostri in prima pagina. Nuovo sangue. Mauvais sang. Nuova ipocrisia. La mano sinistra accuserà la destra, la destra si ritorcerà sulla sinistra. Il Nuovo Mostro In Bandana farà il solito scempio cercando di surclassare Mike Bongiorno, il Re Sole Piatti delle Gaffes. Lui, il Nuovo Pirata (giacchè Pantani è già morto da mesi) è il Dux dei Tempi Moderni. Charlot redivivo ma con uso di parola, di mass-media; non un operaio di un chapliniano cinema ammutolito del 1936, ma Presidente Operaio come da cartellonistica stradale elettorale anno di Disgrazia 2001. Attenti al buffone, titolava Alberto Bevilacqua uno dei suoi film più atroci. Attenti al buffone? No, dobbiamo avere pazienza, noi sudditi di Capitano Uncino Ultima Maniera: non c’è che da attendere le prossime elezioni e sperare in quello che non possiamo che nominare "meno peggio". Meno schifo.Sempre schifo, si. Ma meno. Almeno un po’

Mesi fa moriva un altro ostaggio italiano. M’era dispiaciuto. Dagli intellettuali politicamente corretti nemmeno una lacrima. No: loro di uno che urla prima di essere assassinato"Vi faccio vedere io come muore un italiano" non sanno che farsene. No: la loro "correttezza" non s’incastra con un urlo di disperato nazionalismo dell’ultimissima ora. No: loro hanno preferito affossare un cadavere ancora più a fondo, parlando  di "mercenario". Loro sono politicamente corretti. E si credono superiori al buffone in bandana. Ma si sbagliano.

Loro, invece, si stanno ancora battendo a favore di Cesare Battisti. Chi era Costui? Non Carneade. Ma uno scrittore alla carnitina. Uno che scrive noir. Un paradosso, come spesso in Francia, patria e galera degli ergastolani di Belle Lettere. Ma Battisti scrive come Le Breton? No. Come Josè Giovanni? Ancora no. Come Jean Genet? Scherziamo? Battisti scrive in una lingua mai esistita, un misto di gallico cedrone e italia-francia zero a zero, una fanghiglia lessicale da emigrè. In casa editrice un ottimo redattore-traduttore traspone poi il tutto in un leggibile francese. Sei un assassino? La Francia ti trasforma in scrittore di noir (chi meglio di un killer può parlare di killer?…), in filosofo, in martire, in santone, in simbolo. La patria del Concorde crea i nuovi eroi della riabilitazione tramite i buoni servigi della Letteratura-Salope. E allora l’Intellettuale Impegnato si batte il petto a favore di uno come Battisti. E’ a ogni modo scandaloso che dopo quasi 30 anni, da questa nostra parte delle Alpi un Governoladro sul quale dovrebbe piovere merda a stronzi giganti decida di chiedere - per ottenerla - l’estradizione di un assassino. Dopo 30 anni un assassino può anche avere il diritto di sentirsi un ex tale. Può essersi ricostruito una vita, magari. Potrebbe averne avuto tutto il tempo. Potrebbe essere diventato, nel lungo frattempo, una brava persona, un uomo nuovo. E’successo. Può ancora succedere. Può aver cambiato vita magari scrivendo dei noir, tanto per non discostarsi troppo da ciò che lui conosce fin troppo bene… In ogni caso, Battisti andava processato e condannato un bel po’ di anni fa. Ma ora, inesorabile ma come sempre in clamoroso ritardo, è giunta l’ora della resa dei conti. Il Governoladro non può più aspettare. Il Ministro Castelli deve fare Giustizia. Il ministro Castelli, si. Uno che appartiene a un partito, la Lega, che è nei fatti contro la democrazia, che la democrazia non solo la combatte, ma non la riconosce, perchè loro, i Leghisti, non sanno nemmeno cosa sia. Il partito dei Borghezio, degli Speroni, dello stesso Bossi, il bullo di periferia, il diplomato alla Scuola Radio Elettra, il carismatico divoratore di salamelle post-festa dell’Unità. Uno come Castelli non dovrebbe avere il diritto di processare nemmeno Jeffrey Dahmer, il famoso serial-killer. Nemmeno lui, già.

E dunque i nostri Intellettuali Impegnati si battono per Battisti. Che giustamente (dal suo punto di vista) se l’è filata. Alla francese, bien sur. Certo, mesi fa questi stessi Intellettuali Impegnati si battevano con molto più vigore. Beh si, Battisti allora non era ancora latitante. Non se l’era ancora filata. Eh no. Allora Battisti era un martire su cui scrivere prolusioni e pamphlet impegnatissimi. Un modo come un altro per farsi pubblicità, in sostanza. Ora la fuga di CB rischia di mettere in imbarazzo un bel po’ di Intellettuali Impegnati. In Francia gli Intellettuali Impegnati sono una legione. Tutti (o quasi) compatti a favore dello scrittore di noir. Auguste Le Breton è rinato…

Al diavolo tutto. Il nuovo ostaggio italiano è stato ucciso e Battisti se l’è filata. Qualcuno faceva notare, giorni fa, che un certo Enzo Tortora in una simile situazione s’è l’era svangata in maniera del tutto diversa. Ricordiamolo: a quei tempi anche uno come Montanelli s’era messo contro l’ innocente Tortora, aveva creduto alle infamie dei pentiti. Di quel Melluso, in primis. E Tortora in più di un’occasione chiamò il grandissimo giornalista Indro Melluso. Sono convinto che Tortora sposò la causa dei Radicali per disperazione. Non facendocela a scappare per troppa dignità (anche se la dignità, per chiunque, non è mai troppa) si strinse attorno al Gran Digiunatore. Uno che se avesse davvero digiunato come ci ha sempre voluto far credere sarebbe quasi sicuramente già morto. Ma insomma, di Pannella bisogna fidarsi, come per tutti… E Pannella è sempre stato quello delle facili riabilitazioni. Come non ricordare Toni Negri? Per non parlare di Cicciolina, povera stella…

Pare che non esistano intellettuali di destra. Beh,si, Giuliano Ferrara è un intellettuale ed è di destra… O no? No: Giuliano Ferrara è un comunista che per lavoro fa l’intellettuale di destra, è diverso. E poi? Pochi nomi. Forse il Prof. Sartori. Cinicamente sempre "sul pezzo", come si dice, sempre lucidissimo. O Marcello Veneziani. Poca roba, a dirla tutta. La destra non è intellettuale, la destra non è intelligente. La destra italiana merita intellettuali come Marcello Dell’Utri. La mafia pensante.

Qualche anarchico di destra, qua e la. Forse Massimo Fini. Quello che spara pamphlet come il suo amico Funari spara cazzate. La mortazza power. Un pamphlet dietro l’altro, pamphlet Remington, a ripetizione. Bestseller sulla fine della civiltà occidentale. I nuovi filosofi di destra letti dal grande pubblico sono ex socialisti pentiti amaramente come Massimo Fini, al quale tanti anni fa il compagno di banco On. Martelli da Gessate confessò, dopo aver visto sfrecciare una Porsche Carrera: "Io faccio politica per quella cosa lì. Per il lusso. E l’avrò". Tuttologi e giornalisti, in sostanza. Dimenticavo Oriana Fallaci. Rabbiosa e orgogliosa. Con un piede nella fossa, la Turmac tra le dita rattrappite e l’odio per l’Islam, come se l’Islam e Al Quaeda fossero la stessa cosa. Come se Bin Laden fosse il nom de plume di Allah Misericordioso. A questo punto chiamiamo pure George W. Bush Dio, e non se ne parli più.

L’ostaggio è sempre più morto. Sempre più cadavere. La putrefazione delle notizie, delle ultim’ore. Il giornalismo delle puttane. E delle vecchie puttane, nel caso della Fallaci. Requiem per un ostaggio. Non ci ha fatto vedere come è morto. E’ rimasto in silenzio. Un italiano sa morire in tanti modi, a quanto pare.

August 26, 2004

ELOGIO DI UN TELEFILM (Le Sorelle Mac Leod)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:07 pm

I telefilm sono messaggi in una bottiglia, in un palinsesto ingolfato dal gossip. Chi sa fare il vero gossip, oggi, nel nostro paese? Un uomo solo al comando della corsa, come Fausto Coppi: Roberto D’Agostino. Il resto è immondizia light. Se bisogna colpire, in ogni campo, è cosa buona e giusta colpire con un bazooka. E Dagospia è un sito perfetto per i guerrafondai della cattiveria. Ma lì siamo nel regno di internet, la Nuova Frontiera delle Chiacchiere. La tivu ci offre corpi e volti che si muovono in uno schermo a colori, fantasmi, spettri dell’apparenza. Non esistono, compaiono. Non parlano, trasmettono parole. Non argomentano, pubblicizzano il narcisismo. Gli esempi sono tanti, quasi milioni di milioni come le vecchie stelle carosellesche di Negroni. Senza qualità, ovviamente.

I telefilm estivi sono una specie in via d’estinzione (a partire da Settembre) e dunque da proteggere. Nel pomeriggio assolato i palinsesti della RAI lanciano in orbita, da anni che paiono divenuti secoli, i vecchi Derrick. E’ il tardo pomeriggio, la stanchezza aumenta e il caldo diminuisce. Se l’anziano non è ancora morto per mancanza di assistenza, c’è Derrick a mo’ di consolazione catodica. Horst Tappert è un Caronte teutonico che traghetta i quasi morti nel passato di una Bundesrepublik quasi marziana, in una Muenchen raffreddata ad aria come una maledetta Trabant Made in DDR. Le scene scritte dal vecchio scrittore di "Krimi" Herbert Reinecker, classe 1914, sfilano come compassi eins zwei drei della morte. I delitti - tutti borghesi, o in alternativa comsumati in postriboli di terza classe- si effettuano spesso a causa dell’impulso più antico del mondo a qualunque latitudine: l’esigenza di uccidere per amore. I Derrick ripetuti infinite volte, per infiniti anni, dai più recenti fino ai più antichi, col giovane Klein e un Derrick poco più che cinquantenne non ancora appesantito, anche nelle palpebre, dalle pils dell’attesa nelle anticamere dei bordelli monacensi, ci ricordano che il tempo passa fuori dal tubo catodico e via dall’estate. In estate tutto torna con puntualità teutonica, tutto ricompare, tutto s’arresta e Stephan Derrick ri-dichiara in arresto lo stesso assassino per la trecentunesima volta.

Ma non è tutto Derrick quello che opacamente non luccica. Perchè prima, verso le 5, vanno in onda le Mac Leod’s Daughters, ovvero le Sorelle Mac Leod. Donne giammai sull’orlo di una crisi di nervi, bensì sul dorso di un cavallo imbizzarrito. Cowgirls australiane più ferree della Jane Campion di Holy Smoke. Non c’è un Harvey Keitel pittato da femminiello, nelle lande dell’Australia profonda. Ci sono instead due fratelli coltivatori diretti come loro, ricchi come loro, bietoloni il giusto, forti e buoni, che le amano a turno. E poi le lavoranti: la governante materna, la figlia molto carina della governante, pazzerella e diciottenne in flower, la lavorante ventenne Becky, cowgirl dal passato difficile che nel lavoro duro trova la sua dimensione. Bellissima ragazza anche lei, naturalmente. Of course…

Una gioia per gli occhi. Prima di infilarsi nel tunnel senza uscita di Derrick by Reinecker, lo spettatore anziano puo’ sollazzare il suo perduto, montenegriano gusto pieno della vita, vale a dire il suo ricordo, con la visione delle Sorelle Mac Leod, le amazzoni australiane del nostro pomeridiano contento. Le vediamo balzare su destrieri, seminare il grano, falciare, potare, fare il bucato, riparare trattori, camion, mulini a vento, persino cucinare delle deliziose bloody steaks… Le vediamo nell’esercizio delle loro funzioni amatorie: sanno dire, fare, baciare. Forti e solide come quercie canadesi e pioppi norvegesi, le giovani amazzoni aussie ci riconciliano con la natura, con la femminilità che puo’ essere allo stesso tempo rigorosa e dolce, materna e moderna, morbida e callosa.

Confesso di nutrire una passione ovviamente irrisolta per Tess, la più giovane delle due sorelle ML. Bionda, capelli spesso raccolti da una treccia (peccato, ne ha a milioni, e quando li scioglie è come essere investiti da una cascata d’oro), nasino impertinente come tutti i bei nasini anglosassonici o celtiberici, occhi blu che avrebbero commosso persino un omosessuale a denominazione d’origine come Elton John, colui che scrisse, perlappunto, "Blue Eyes". Bella, bellissima. Un corpo fatto per l’amore, come si diceva una volta, che si immagina - con molta difficoltà  sotto quelle camicie colorate da fattoria, sotto quei pantalonacci di vigogna color sigaro avana- tondo e abbondantemente  normale. Una bellezza, quella di Tess, che mette insieme forza campagnola con impertinenza cittadina, out e in, detti e contraddetti, Karl Kraus e Arthur Schnitzler, diavolo in me e acqua santa oligominerale con poco stronzio. Una bellezza che funziona, moderna e allo stesso tempo tradizionale. E poi è simpatica, spiritosa, ha fatto buoni studi, ha sense of humour. Non capisco quindi quegli intellettuali (ma li pagano, almeno?) che proclamano ad ogni occasione che non vedono mai la tivu, che la tivu non ce l’hanno. Ma come fanno a non vedere le Sorelle Mac Leod? Ovviamente questi intellettuali impegnati (in Italia se sei un intellettuale automaticamente sei anche impegnato, ti vogliono impegnato, ti desiderano magari nudo e sporco di fango ma impegnato), questi intellettuali, dicevo, conoscono tutto quel che c’è da sapere sulla televisione. E’ una cosa paradossale, direi comica, ma va così: questa gente non ha la televisione, ma conosce tutto quello che passa in televisione, perchè la televisione nutre i giornali, le riviste, i libri e naturalmente i siti internet e i blog. Dunque alla televisione (come ogni persona minimamente sensata sa bene) non c’è scampo, e l’intellettuale impegnato (ovviamente di sinistra) pur avendo lanciato il suo vecchio Telefunken dalla finestra in una ormai antica sera piuttosto alcolica (o meglio, dato che l’intellettuale impegnato beve poco, diciamo che quella sera era strafatto di droga, che è più impegnativa…) sa, conosce, recita in giaculatoria le fasi salienti della televisione in progress. Critica Giorgino, spara su Socci, annienta Fede, magari ne ha anche per Blob. Non ha la tivu, l’intellettuale impegnato, però conosce a menadito Michael Moore, ha visto Fahrenheit 9/11 prima ancora che sia uscito. Cannes - tra una canna e l’altra - è una sua meta intelligente, una sua meta culturale. Metà biennale metà strafatto, metà di sinistra metà anarcoide, metà tutti e metà nessuno; o meglio lui. No, lui (o lei) le Sorelle Mac Leod, nonostante tutto, non le conosce. E speriamo che non le conosca mai. Le sorelle, lavoranti ecc., (e soprattutto la mitica Tess) devono restarne fuori. Fuori dall’impurità degli odiatori per principio della tivu. Fuori dalle querelles de Brest dell’idiozia intellettualistica.  Fuori dall’idiozia "intelligente".

 

IL POST SCRIPTUM NELL’ERA DIGITALE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:43 pm

Ormai non facciamo che scrivere. Le telefonate si diradano, i giovani amanti si scambiano sms, le parole si restringono. NON diventa NN, un "non" figlio di nessuno. ANCHE diventa ANKE, che sembra il nome di una svedese in vacanza negli anni 60 sui nostri lidi, una Stubing pre-Peroni. "Con Anke ci ho fatto l’amore sei volte a Capri…" "Dai, non raccontare balle, ganassa!…"

E via dicendo. Tempo fa Carlo Freccero, il grande inventore di televisione, disse in un programma RAI di Fabio Fazio che Costantino, il bellone fidanzato con una telecamera da Maria De Filippi, la pavese più famosa d’ Italia dopo l’ex ministro Tremonti, parla modernamente, come un sms. Un modo arguto per dire che Costantino dice delle banalità, si, ma le dice con un linguaggio attuale, contemporaneo. Lui non dice ANCH’IO. Lui, inevitabilmente, dice ANKIO. (Il fratello balneare e balneato della suddetta Anke da Stoccolma, per intenderci).

Gli email. Ne siamo sommersi. Non abbiamo voglia di telefonare? Vogliamo dire cose un po’ forti senza scoprirci troppo? Ecco l’email, lettera elettronica che ci permette anche (o anke) di essere corvi. Come nel film di Henri-Georges Clouzot del 44. Corvi che spediscono lettere anonime. Chiunque oggi ha un indirizzo email. Non ci sono ancora le guide, come quelle telefoniche, ma diamo tempo al tempo…

Ciascuno usa l’email a modo suo. C’è chi ha scambiato l’email per una chat, e manda messaggi brevi e solitamente stupidi. C’è chi spedisce papiri extra-long, confessioni, romanzi in a bottle, richieste, preghiere, turbamenti, porconaggini. Le prostitute comunicano con una email. Ricevono richieste vie email. Perchè telefonare? Basta scrivere. Ci si può lasciare andare, ci si può esprimere con agio e coraggio. I carteggi aumentano, decollano, su su, nell’alto dei cieli.

Ma il post-scriptum non cambia. Cos’è, se non il segno di qualcosa che stavamo dimenticando, e all’ultimo momento abbiamo segnalato? Spesso, curiosamente, il messaggio contenuto nel P.S. è la cosa più importante, significativa dell’intera email. Forse, spesso, abbiamo scritto una email giusto per far finta di dimenticarci, all’ultimo secondo (prima di schiacciare il pulsante di "invia") di quello che ci premeva più di ogni altra cosa dire. Il PS delle email è spesso il cuore del problema, è la richiesta che si finge di fare in extremis, nella "Zona Cesarini" della nostra lettera. Il PS ci toglie dall’imbarazzo, è un "a parte", quasi una parentesi nella quale si può chiedere quasi di tutto. E’ in una zona neutra, in appendice. Là è possibile, con la finta svagatezza che post-scriptum ci permette, affermare, richiedere, messaggiare in una specie di bolla quasi indifferenziata, il core problem.

COME PUO’ INIZIARE UN GRANDE ROMANZO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:32 am

E’ piena la storia della Letteratura di grandi romanzi. Pardon: Grandi Romanzi. Va bene: GRANDI ROMANZI.

Siamo pieni di Dostojevski, satolli di Tolstoi, paghi di Faulkner. Ci siamo genialmente annoiati per anni con Proust, ci siamo acutamente angosciati con Beckett. Hemingway, invece, ci sembrava così stranamente semplice; poi abbiamo capito che quella era una semplicità cercata e ricercata col bulino, con la mazza, a cazzotti, a pistolettate, a fucilate, fino all’ultima, quella risolutiva. La prima volta che abbiamo letto Carver -forse avevamo 14 anni e andavamo sicuramente malissimo a scuola, anzi a squola, e nell’ora di tedesco quel lager si chiamava addirittura skuola- ci era sembrato di leggere i pensierini che vergavamo qualche anno primo, agli esordi pallidi e assorti: cose che poi non portavano a nulla. Leggevamo Cattedrale e ci chiedevamo: e allora? Che diavolo vuol dire? Dove vuole arrivare? Ci sembrava logico che tutto avesse una logica. Ci avevano riempito la pancia di tabelline, e poi equazioni. E analisi logica. Non eravamo ancora invasi dalla Letteratura, anzi dalla LETTERATURA. Questo mostro sempre in agonia che però non muore mai. Moby Dick. La Letteratura è Moby Dick. Nient’ altro. Noi scrittori siamo dei poveri Achab conservati in naftalina, buoni per tutte le stagioni dell’imbecillimento. Questo siamo.

Abbiamo letto anche quello. Herman Melville. Il genio. La possanza. Ci riempivano la testa di Carducci, di stronzate geniali e soprattutto nazionali di cui non ce ne fregava un cazzo. Sotto il banco sostavano I Fantastici Quattro. Supersex. Ifix Tcen Tcen. Quello, Pontello, sborrava sulle signorine e quella era la Letteratura di cui ci fregava qualcosa. Alan Ford. Il Gruppo TNT. Lando. Il Montatore. Il Camionista. Batman. Topolino. Kriminal. Diabolik. Iakula. O Iacula? Chi se la ricorda più? Ma insomma, la Letteratura è cosa per grandi. Essendo roba per adulti, è grosso modo, quasi tutta, pornografia. Ma questo è un discorso che farò rievocando l’anima di Kurt Schwitters, un giorno. O in una notte di luna piena. Forse. Non so.

Dunque negli anni ci siamo cibati di quella cosa indigeribile che si chiama Letteratura. Abbiamo letto fior di recensioni, che spesso con la Letteratura non hanno niente a che fare. Cosa sono le recensioni, spesso? Riassunti con tanto di morale. Alcuni danno il voto. Mancanza di spazio? No, sadismo. L’uomo - e soprattutto l’artista - è un animale essenzialmente poco metafisico e molto sadico. Gli scrittori amano gli altri scrittori. Come? Feriti gravemente, spesso…

Alcune persone mi hanno detto, in vari modi, anche gentili, che io sono un cinico. Può darsi. Quando sento parlare di Letteratura divento cinico per forza. Cosa è la Letteratura? Un mucchio di chiacchiere stampate, il più delle volte. Chiacchiere scambiate da uno scrittore all’altro. Il pubblico? In Italia è un optional.

Un ex amico scrittore ama dire spesso questa frase abbastanza disgustosa, a mio parere: "Uno scrittore non legge i libri degli altri, li controlla". E’ una frase disgustosa, in sostanza, perchè è falsa. Uno scrittore non legge i libri degli altri, nè li controlla. Spesso, semplicemente, li copia…

Uno che mi piacerebbe avere copiato, perlomeno nel suo incipit, è il Martin Amis de L’informazione. Romanzo monumentale su due scrittori quarantenni, amici da anni: uno schifosamente di successo, nel senso che il suo successo non lo merita affatto essendo un porcocane di imbrattacarte vagamente new age, e l’altro schifosamente, pornograficamente d’insuccesso, un velleitario astioso e rancoroso, criticonzolo per una rivista fatiscente dal nome immoralmente understated, La piccola rivista. Il gioco crudele tra i due sarà il seguente: lo sfigato, chiamiamolo così per comodità, le tenterà tutte per vendicare il proprio fallimento ordendo raffinatissime e crudelissime ritorsioni contro il bietolone da Club del Libro, naturalmente lanciando un vero e proprio boomerang. Un romanzo come si suol dire "post-moderno", ricchissimo dal punto di vista linguistico, barocco a volte fino alla sfinimento. Amis ama giocare all’impazzata con le parole, le masturba persino, e soprattutto ama stupire, sia con le sue messinscene sia con la sua bravura da trapezista della Letteratura. E’ talmente bravo che diventa a volte disturbante. Un bravo insegnante di scuola creativa, o un bravo redattore, o un bravo editor, direbbe subito: "No, no, tagliare, tagliare, cazzo, qui fa vedere fin troppo quanto è bravo, porca zozza, Amis non racconta, Amis si esibisce…" E chi se ne frega non ce lo metti? dicono a Roma con grande tempismo.  Già, chi se ne frega se uno scrittore si esibisce. Come disse Lucio Battisti dopo una puntata di Per voi giovani, credo del 1970, riproposta anni fa da Schegge: "Embè? V’è piaciuta? V’ha emozionato?". Quelli, i "giovani", gli avevano fatto un mazzo così facendo un sacco di domande che con la musica avevano poco a che fare. Come si usava a quei tempi, pare. Non che oggi non si facciano domande inutili. Ma allora, a quanto pare, a quanto risulta, se non si facevano almeno quaranta discorsi insensati pieni di "al limite", "nella misura in cui" ecc., si poteva rischiare la lapidazione. Erano gli anni di piombo dei cineforum con dibbbbattito, delle assemblee, della politicizzazione dei buchi neri. (Ottima cosa essere nati giusto in tempo per non essersi cuccati in fronte quei mala tempora.)

Dunque Amis. L’informazione. Gran romanzo. Certo. Grandi esibizioni. Amis come scrittore ha un cazzo lungo così. Che fa, lo tiene stretto nei pantaloni? Le signore non disdegnano l’extra-large, in materia. E allora cosa dovrebbe fare Martin Amis, diventare meno bravo? Non essendo io un insegnante di scrittura creativa - anche se lo potrei essere, se avessi il bernoccolo dell’insegnante o soltanto quello per gli affari - mi limito a proporre un incipit encomiabile. Irripetibile. Personalissimo. Ecco, volete un esempio di scrittura originale? Un pezzo di vera bravura? Un colpo da maestro? Eccovelo.

Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere… Passa rasente la nave del pianto, con i radar dlle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai. Le donne - e possono essere amanti, muse macilente, pingui nutrici, ossessioni, divoratrici, ex, nemesi - si svegliano, si girano verso questi uomini e domandano, con femminile bisogno di sapere: - Che cosa c’è?

E gli uomini dicono:- Niente. No, non è niente davvero. Solo un sogno triste.

Solo un sogno triste. Ma certo. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere.

Richard Tull stava piangendo nel sonno. La donna di fianco a lui, sua moglie Gina, si svegliò e si girò. Gli strisciò accanto e gli posò le mani sulle spalle bianche e contratte. Sapeva sbattere le palpebre e corrugare la fronte e bisbigliare da vera professionista: come la persona addestrata a prestare le prime cure in piscina; come la figura che si fa avanti sull’asfalto imbrattato di sangue, deambulante Cristo della respirazione bocca a bocca. Gina era una donna. Conosceva le lacrime molto meglio di lui. Non conosceva né gli juvenilia di Swift, né i senilia di Wordsworth, né i diversi destini di Cressida nelle mani di Boccaccio, di Chaucer, di Robert Henryson, di Shakespeare. Non conosceva Proust. Ma conosceva le lacrime. Gina era la regina delle lacrime.

-Che cosa c’è?- disse.

Richard si portò un braccio piegato alla fronte. Tirò su con il naso in maniera complicata, orchestrale. E quando sospirò, nei suoi polmoni si sentì un lontano volo di gabbiani.

-Niente. Non è niente. Solo un sogno triste.

O qualcosa del genere.

Dopo un pò anche Gina sospirò e si girò dall’altra parte, scostandosi da lui.

Di notte il letto sapeva di asciugamani sporchi, l’odore del matrimonio.

Bene, questo è quanto. Si può insegnare a scrivere un incipit così? Non credo. E’ solo bravura da trapezista, questa? Non credo. In una pagina, Amis mostra una situazione particolare (la situazione di Richard e Gina a letto nella notte) e si allarga, cioè allarga enormemente la visuale, sulle situazioni di tutti. Perchè capita a tutti, prima o poi, di piangere nel sonno.

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