Il mese scorso, su www.nazioneindiana.com, leggo un racconto dello scrittore Carlo Coccioli. Qualcuno me ne aveva parlato, di Coccioli, ma non ne avevo letto ancora nulla. Difficile reperire i suoi libri. Avevo ripiegato su Alan Ford (non Richard Ford, sia chiaro…)
Questo racconto era indubbiamente scritto molto bene. Originale. Stile pirotecnico. Coccioli ha scritto una cinquantina di libri, è stato letto e pubblicato al’estero ma è rimasto semisconosciuto nel suo paese. Nei commenti qualcuno tirava fuori Tondelli, che in Italia aveva riscoperto lo stesso Coccioli.
Tondelli è diventato un guru da vivo e da morto è diventato un totem. Uno scrittore raffinatissimo, un talent-scout eccezionale. Un uomo generosissimo, credo. Non ho letto molto, di lui. Ricordo abbastanza bene Pao Pao. Siccome non ho il vizio dell’ipocrisia, dirò subito che quel libro è grosso modo una schifezza.
Quel libro parla di un manipolo di marmittoni, o najoni, che per tutto il tempo se la fanno a vicenda. Sembrerebbe, leggendo il libro, che nelle caserme italiane (perlomeno vent’anni fa o giù di lì) non si facesse che sesso. Tra uomini, naturalmente. L’ho trovata, questa, come minimo una forzatura.
Naturalmente devo specificare che non sono nè un razzista nè un omofobo nè un omosessuale irrisolto che si nasconde dietro al suo machismo. Non sono, insomma, come il colonnello di American Beauty, quello tutto Patria Onore e Famiglia che a un dato punto bacia in bocca Kevin Spacey nel garage. Sono un uomo a cui piacciono le donne, tutto qui. E sono un ex marmittone. Ho fatto la naja, si. Un certo numero di anni fa. Probabilmente c’erano, sparsi per le camerate della mia caserma, degli omosessuali, ma io comunque non me ne sono mai accorto. In libera uscita si parlava sempre di fighe. Le evocavamo come si evocano gli spiriti dei morti. Un continuo, un’ossessione. C’era chi, per le fighe lasciate a casa, si faceva spaccare un mano, anche una gamba. Ho visto con i miei occhi marmittoni farsi chiudere un ditone dentro lo sportello di un Autocarro Medio per farsi mandare a casa, dalla figa di turno, la Penelope del Marmittone…
Ho detto che Pao Pao è una schifezza. Non perchè sia scritto male, per carità. Tondelli scriveva benissimo. Era sorgivo. Raffinatissimo e sorgivo. Una cosa fantastica. Scriveva dannatamente bene, aveva il dono della semplicità ispessita dall’eleganza. I suoi famosi porcodio erano elegantissimi. Era un fuoriclasse, Tondelli.
Dico che Pao Pao è una schifezza di libro perchè è una truffa. Perchè racconta di un mondo militare che non è mai esistito. Perchè mente sapendo di mentire. Perchè io la naja l’ho fatta, non andavo mai a casa perchè ero un cattivo soggetto e non leccavo il deretano a nessuno e non mi facevo fare le brande dalle "spine". L’ho fatta, la naja, dalla a alla z, e ricordo bene com’era. Ancora me la sogno. Sono incubi, quelli. Ero un vero duro e volevo rispetto perchè davo rispetto.
Pao Pao è un libro di pura fantasia che si spaccia per realistico. Forse è un calcio di vitalità dato da Tondelli, un urlo di protesta nei confronti delle istituzioni. Se è anche questo, resta comunque una bufala consumata ad arte. Il gusto dello scandalo la fa da padrone. Ironia zero, oltretutto. Chiunque abbia minimamente e soprattutto forzatamente marciato per quelle dannate piazze d’armi, per quei dannati corridoi, chiunque abbia montato una guardia o una polveriera, chiunque abbia fatto il Pao (Picchetto Armato Ordinario), vale a dire una specie di ronda per la caserma, potrebbe riconoscersi non dico in quei personaggi, ma in quelle situazioni? E’ ovvio che a naja c’è di tutto, si trova di tutto. Ricordo gli spinellati 24 h, i roipnolisti, gli eroinomani, gli alcolizzati. I pazzi, i mitomani, gli spergiuri, i vigliacchi. I bravi ragazzi, i figli di puttana, i furieri da appendere al muro al posto della carta geografica, i tenenti che fregavano la benzina, i marescialli che facevano la spesa a iosa nel magazzino della caserma. Ricordo anche, per fortuna, un fantastico maresciallo maggiore coltissimo, che parlava addirittura le lingue straniere. Uno che faceva le scarpe ai colonnelli, di norma degli esaltati alcolizzati con manie di persecuzione. Dunque io non sono un militarista, assolutamente no. In uno dei tanti campi che ho dovuto fare (ero un cattivo soggetto, e mi spedivano a fare le cose peggiori per primo) ho visto colonnelli prendere la jeep durante le esercitazioni per andare a raccogliere carciofi, capitani alla Robert Duvall in Apocalypse Now che, davanti a un carroarmato, facevano segno di spegnere il motore. Il motore si spegneva, un gatto nero voleva passare in mezzo, il capitano guardava negli occhi il gatto e quello, spaventato, faceva dietrofront… Ho visto, anzi sentito, ragazzi robusti, di sana e robusta costutuzione, come si dice, piangere nella branda, nel sonno. Piangere di nostalgia, di tristezza, forse di disperazione. Ho visto decine di leccaculi impuniti, anzi insigniti. Il regno dell’abuso, della stupidità di regole assurde. Una enorme commedia dell’assurdo recitata con l’appropriato linguaggio da caserma. Ho visto il peggio e anche il meglio. Ho visto "terroni" ammettere che noi del nord non eravamo poi così male. Gente che prima di allora non era mai stata lontana da casa oltre i 20 km in linea d’aria. Ho visto ragazzi chiusi come ostriche che dopo qualche mese s’erano come aperti al mondo. La liberazione in caserma… Miracoli umani… Ho visto gente che s’è rovinata e gente che s’è rinforzata. Ho visto e palpato la rabbia. E tentato di uccidere un sacco di mosche ronzanti sui nostri vassoi di alluminio pieni di "rancio", naturalmente ottimo e abbondante.
Un ottimo libro sulla vita militare è invece Comma 22 di Joseph Heller. Non un libro realistico ( uno dei personaggi principali, un Maggiore, si chiama Maggiore Maggiori…) ma perfetto, nel suo grotesque, nel tracciare le ascisse e le ordinate dell’assurdità militare. L’idiozia istituzionalizzata. Resa norma da seguire alla lettera.
I militari, forse, non sono mai stati di moda. Evidentemente non ci sono solo ingiustizie, a questo mondo ubriaco fradicio. Qualche conto, ogni tanto, torna. Certo ricordo anche quel che una volta si chiamava cameratismo. Lo spirito di gruppo ogni tanto funzionava. Ho conosciuto non pochi ragazzi leali, in quelle camerate, in quelle dannate piazze d’armi. Quando mi congedai, un paio di commilitoni piangevano. Erano dispiaciuti perchè me ne andavo a casa. Cioè, me ne andavo e li lasciavo soli. Io non mi commossi, lì per lì. Mi commossi alla stazione, da solo.
Quei ragazzi, per un verso o per l’altro, non li rividi più. Ogni tanto penso a loro e alla loro amicizia. Erano ragazzi semplici. Eravamo ragazzi semplici, come tanti.