SULLA PIETAS MEDIATICA
L’amico Razgul ( www.tunga.splinder.com) scrive sulla colonna dei commenti del mio pezzo qua sotto di perdonare la sua franchezza. Faccio di più, almeno spero. Gli rispondo proprio col pezzo che state leggendo. Tutto gira attorno alla pietas. Per capire cos’è la pietas per un antiliberista illuminato mi permetto di segnalare il pezzo dello stesso Razgul sul blog succitato, in data 20 Febbraio 2004. Titolo: Luglio, Agosto, Settembre (nero).
Dunque, spero che Razgul mi permetta di dire pubblicamente di essergli amico senza conoscerlo. Ma leggendo quel suo pezzo che lui con encomiabile onestà intellettuale mi ha segnalato facendo un’eccezione al suo modus operandi (e di questo lo ringrazio) non ho potuto che approfondire nel mio intimo certi discorsi che mettono insieme, come in un cocktail ad alta gradazione umana, la politica e la pietas. Il pezzo di Razgul è notevole perchè apre squarci che il giornalisticume di destra e di sinistra e di centro di norma trascura. Non artatamente, attenzione. E’ che manca la forza morale, il coraggio, la capacità di comprendere l’altro. Manca l’intelligenza, anche. Manca la sensibilità. L’umana capacità di capire. Manca la benzina verde del mondo, l’empatia. Il giornalisticume, nel suo insieme, è fisologicamente incapace di soffermare il suo occhio bovino sulla "strana coppia" politica- pietas. Strana coppia come tutte le coppie. Non esistono coppie normali, del resto…
Ora, che un antiliberista scriva pubblicamente che bisogna capire le ragioni degli altri, e lo faccia approfondendo e aprendo il nocciolo d’uranio della questione, è cosa difficile da trovare ed è per me, in questo momento di disagio e di disgusto (come ho voluto sottolineare in quel pezzo che nient’altro era che la verbalizzazione di uno sfogo) motivo di grande consolazione. Non sono d’accordo con Razgul sul fatto che certi morti non siano degni di pietà, come spero di aver capito dal suo commento qui su Markelo Uffenwanken. Non sono d’accordo perchè la morte, cristianamente, rimette in certo senso le cose al loro posto. Ma mi rendo conto che questo è un discorso che sarebbe più opportuno fare a parole, con la calma e la pacatezza necessarie.
Non è però questo il momento per la pacatezza. Se ci sentiamo afflitti e impotenti, se ci sentiamo intimamente disgustati, se non abbiamo voglia di andare col bisturi delle nostre povere parole solitarie a incidere nel vento delle parole al vento, gettate in un colossale, generale manrovescio massmediatico, è forse meglio tacere. Oppure è meglio cercare di guardare dentro noi stessi, alla ricerca della nostra verità.
Qual’è la verità di un uomo? Essa, a mio parere, è racchiusa nelle sue intenzioni. Nell sue intenzioni è racchiuso a sua volta l’ovulo d’oro dell’onestà intellettuale. E allora, se ci si riconosce perlomeno onesti, nel marasma delle nostre manchevolezze, dei nostri sfoghi spesso singultanti, nell’accettazione (non passiva) della nostra incapacità conclamata di non capire tutto, di non poter giudicare tutto con serenità, perchè la serenità ci è venuta a mancare, perchè essa è volata nell’Isola Che Non C’è, allora si è perlomeno pronti per riflettere, per fermarsi, per riunirsi con la nostra coscienza sfilacciata dall’angoscia.
E’ vero, non tutti gli artisti sono uguali, come scrive Razgul nel suo commento. Ma ne basta uno, io penso, per rovinare tutto. Forse è vero: sono un tardoromantico sognatore, sono un dadaista post-litteram che ha sbagliato il momento in cui nascere. Forse sono un artista, ma l’arte odierna, il "comparto- arte contemporanea", non fa più per me.
Perchè ne basta uno per rovinare tutto, lo ribadisco. E il fatto è che sono in tanti. Non è che l’arte debba essere pura e racchiudersi a riccio in se stessa. Soltanto, è lecito attendersi da un artista o sedicente tale un discorso non sempre da investigatore della dietrologia applicata ai propri interessi, ma, piuttosto, da indagatore dell’animo umano. Se io leggo un pezzo di Eraldo Affinati sul Corriere sul maxitamponamento di quest’estate nei dintorni di Roma, ricevo quello che un artista è votato a dare: consolazione impegnativa dai mali del mondo. Una consolazione, paradossalmente, dolorosa. Perchè Affinati (nel nome un destino) mi fa entrare in quello che ha vissuto, nel groviglio dei corpi martoriati e delle lamiere contorte, e senza pronunciare quella parola, stende un tappeto di pietas. E mi commuove. Ma mi ha appena assestato un pugno nello stomaco, nondimeno. Ecco perchè mi indigno, per non dire di peggio, se, all’indomani dell’esecuzione di Baldoni, alcuni artisti si mettono a fare i tuttologi del nulla (come ho scritto nel mio pezzo precedente) invece che stendere un velo di pietas, di consolazione dolorosa. Dolorosa perchè inevitabilmente tale. Tutto qui. Essendo un artista mi permetto di parlare di ciò che conosco meglio. Sui commentatori di professione della politica non mi dilungo. Ma uno scrittore deve conoscere, a mio parere, non solo l’indignazione, ma anche la pietà. Per i morti, e anche per i vivi. Per gli estranei. Per i nemici. Per tutti, possibilmente.