EYES WIDE OPEN
Sul blog dell’eccellente giornalista-scrittore Giuseppe Iannozzi ( www.bio.blog.excite.it) leggo ieri sera una sua interessante intervista al critico cinematografico Simone Ciaruffoli, a proposito del suo libro monografico sull’ultimo film di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut. Raccomando la lettura del blog di Iannozzi ( e della sua creatura Kinglear) e dell’intervista. E del libro, che io personalmente leggerò quanto prima.
Ciaruffoli è critico di spessore. L’ho seguito alcune volte su Nazione Indiana, su Pickpocket, su Sentieri Selvaggi. Ha il coraggio di dire quello che pensa senza paraculismi. Nell’intervista iannozziana dice per esempio senza mezzi termini che c’è poco da fidarsi dei critici cinematografici cosiddetti "quotidianisti", e fa anche alcuni nomi: Kezich, la Tornabuoni, la Detassis. Salva giustamente Enrico Ghezzi, un uomo che conosce a menadito la macchina filmica, il congegno. Non risparmia frecciate nemmeno agli scrittori che si occupano di cinema, ai tuttologi dalla penna facile. Lo fa tutto sommato con affetto ma lo fa, e credo giutamente. Anch’io, da scrittore appassionato di cinema, ogni tanto di cinema ne scrivo. E’ più forte di me. Ho anche una risposta a tutto questo volersi esprimere sul cinema di noi scrittori di narrativa: a noi il cinema non ce lo fanno fare. Gli sceneggiatori di professione quasi non esistono più. Come gli autori di testi per canzone, i parolieri. Quando il cinema italiano era un’industria funzionante, un congegno da milioni di dollari, quando esisteva la Hollywood sul Tevere, molti scrittori scrivevano sceneggiature. Alcuni sono addirittura passati a dirigere film. Non aspireremmo a tanto, anche perchè per fare questo ci vuole mestiere, propensione all’immagine filmica, tecnica. A ciascuno il suo.
L’intervista all’ottimo Ciaruffoli mi ha fatto ripensare a quell’ultimo film, al testamento di Eyes Wide Shut. Occhi spalancati chiusi. Ossimoro salvavita. Dichiarazione d’intenti e di poetica arrivata post-mortem. Quasi una beffa del destino. Stanley Kubrick ci ha fatto sapere cosa ne pensava veramente di tutto il suo cinema soltanto da morto.
Eyes Wide Shut l’ho visto una prima volta il giorno dopo la sua uscita in Italia. Attendevo Kubrick dall’87, da Full Metal Jacket. L’attendevo al varco come tutti i kubrickiani di ferro ai quali mi onoro di appartenere. Sapevo delle critiche negative. Sapevo che quelli s’erano sbagliati, che s’erano voluti sbagliare. E vedendo il film ho maledetto l’idiozia del mondo.Qualcuno ha scritto che questo film è un viaggio all’interno delle contraddizioni della morale. Può darsi. Io credo che quel film sia anche un vero viaggio fino al termine della notte, fino all’inesplicabilità di tutto. Si parla di sciarada, nel film. Vidi EWS una seconda volta tre giorni dopo. Mi facevo centinaia di domande, non riuscivo a darmi una spiegazione su tante cose, l’enigma si ispessiva domanda dopo domanda, non sapevo darmi pace, la seconda visione, invece di chiarire le mie domande, invece di portarmi a un risposta o a una serie di risposte, mi abbandonava sempre più nel buio, brancolante come un poliziotto alle prese con un caso senza soluzione. Ero inquieto, nervoso. La prostituta dell’orgia era stata veramente uccisa? Il thriller entrava perfettamente nel mondo angosciato del giovane medico, nella sua gelosia fulminea, inaspettata. La gelosia di un pensiero ossessivo. Si può tradire solo con il pensiero? Se è così, siamo tutti traditi e traditori.
Se è vero che non c’è molto da capire, in quanto il film non ha soluzioni perchè non ha vie d’uscita (il finale, con la Kidman che offre al marito la soluzione ai loro problemi di coppia: "scopare", così dice lei prima che il regista stacchi su un nero brutale che chiude il film, è chiaramente sospeso forse sul nulla) è anche vero che la vita in genere non offre molte chiavi d’interpretazioni su se stessa. Dunque EWS è un film modernissimo perchè attraverso le psicologie di personaggi angosciati dall’enigma in cui galleggiano le cose importanti della vita, ci offre il quadro di una situazione instabile, inafferrabile, aliena. Tom Cruise, nel suo viaggio notturno alla ricerca del piacere, non tocca nulla: nè la ragazzina minorenne figlia dell’affittacostumi, nè la prostituta conosciuta a un angolo di strada, nè l’altra, nella villa, colei che forse sacrifica la sua deviata esistenza per la sua liberazione di perfetto sconosciuto in mondo di sconosciuti perdipiù mascherati. Cruise/Harford è un medico-chirurgo che vive il suo tentativo fallito di trasgressione indossando guanti di lattex, protetto dai bacilli dell’esperienza transitoria. Non tocca nulla e da nulla viene in fondo toccato. Riesce persino a baciare la morta all’obitorio quasi come se questo fosse cosa normale; senza partecipazione, senza lacrime, accostando appena le labbra. Il suo dolore è tutto creato dal cancro della gelosia. Tutto nasce durante la rivelazione fattagli dalla moglie (forse il momento più alto del film, dove lo scavo psicologico si fa profondissimo, dove lo spettatore non può non partecipare emotivamente, anche con la commozione della condivisione, dell’empatia) di essere stata sul punto di fuggire con uno sconosciuto, solo visto e piaciuto, in una lontana vacanza. Pronta a lasciare lui e la figlia piccola per uno sbocco improvviso di passione per un estraneo. L’amore più forte della morte, più forte di tutto. Kubrick, in EWS, fa del cinema tardoromantico, traspone una Finis Austriae alla fine di un altro Secolo, nella New York Grande Mela non più da mordere. La diabolica capacità di preveggenza di SK, già. Schnitzler e la sua Traumnovelle sono il mezzo indispensabile per parlare di ciò che non vediamo: perchè noi non vediamo la realtà; e allora uno come Kubrick, con brutale gusto della svelazione, questa realtà cruda, secca, implacabile, ce la fa vedere. Il cinema come operazione di alta letteratura. Lo scrittore che non ci fa più immaginare nulla, che non ci fa leggere ma ci fa vedere ciò che lui ha potuto vedere in anteprima, con l’occhio dello sciamano. Noi spettatori condividiamo la visione di Kubrick, il suo sguardo senza speranza, il suo apparente distacco. L’occhio di Schnitzler spalancato sul medioconscio è lo stesso occhio di Kubrick, l’occhio che in un certo senso uccide della sua cinepresa. Il film ci offre la visione dei pensieri di Mr. Harford, ci fa vedere il doppio sogno, il sogno gemello, il sogno-di-coppia: lei sogna il marito pressapoco nella situazione in cui egli si trova, nello stesso momento, nella realtà. Vale a dire: può esistere una comunione di sentimenti solo nel sogno, all’insaputa della coscienza. Nel medioconscio schnitzleriano, dunque nei territori del sonno, si muove anfanando il dottore alla ricerca di un’impossibile vendetta dei sentimenti. Tant’è che la sua visita notturna alla villa ci pare tutta un sogno, l’inevitabile compimento di una giornata pessima. L’incubo di trovarsi alla mercè delle proprie paure.
Stanley Kubrick aveva letto il breve romanzo di Arthur Schnitzler parecchi anni prima. C’è un libro che raccomando, si chiama "Eyes Wide Open" ed è stato scritto di Frederic Raphael, lo sceneggiatore del film. Raphael è un ottimo scrittore di una certa età, e soprattutto è uno sceneggiatore specializzato in film basati sui problemi di coppia. Uno su tutti, "Due per la strada" di Stanley Donen, con Audrey Hepburn e Albert Finney, del 1967. In quel libro scorrevolissimo e davvero ben scritto, lo sceneggiatore racconta del suo rapporto con il grande regista: le loro telefonate chilometriche, i dubbi e le irresolutezze del Maestro, il suo andare per tentativi e per continui tagli della sceneggiatura, fino a ridurla all’osso, fino a farne una scheletrica piattaforma d’indicazioni sulla quale basare la sua possente macchina da cinema. Kubrick fa scrivere a Raphael la sceneggiatura decine di volte, per mesi e mesi. Lo scrittore consuma tonnellate di carta, poi ad un tratto Kubrick detta la regoletta dalla quale non si dovrà più deviare, al telefono,come se nulla fosse: "Segui il vecchio Arthur". Non occorre reinventare quello che un genio come Schnitzler aveva genialmente creato parecchi decenni prima, certo. Trasformare una Vienna fin de siecle in una New York di fine millennio non sarebbe stato affare particolarmente complicato, poichè la grande storia, ovvero la grande trama, era già stata scritta dal grande narratore viennese. Si trattava di mescolare in un cocktail perfettamente dosato un rosa-shocking con un thriller. In realtà, quello che aveva scritto il grande viennese e quello che ha filmato il grande newyorkese seguendolo con l’umiltà dei grandi è stato un notturno viaggio mentale. Filmare la mente, filmare la psiche. Una scommessa vinta solo da pochissimi registi. EWS ci fa vedere ( a occhi sbarrati, come il protagonista allucinato di Arancia Meccanica nella terapia di riabilitazione governativa) il nostro cuore ferito, dannato, perso nel vuoto di noi stessi.